Gialappa's Band.
GIORGIO GHERARDUCCI, MARCO SANTIN, CARLO TARANTO con ANDREA AMATO.
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MAI DIRE NOI.
Tutto quello che NON avreste voluto sapere.
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2022. Mondadori Libri, MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano 
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Pochi sanno che faccia hanno, quasi nessuno conosce i loro cognomi, nessuno sa perch il loro trio si chiami cos. Eppure i
tre della Gialappa's Band sono gli autori dei programmi che hanno segnato la storia della televisione, scopritori di molti dei pi grandi comici italiani e, soprattutto, sono i proprietari delle voci fuori campo pi divertenti, pungenti, taglienti, provocatorie e famose d'Italia.
Dopo oltre trent'anni insieme fatti di radio, TV e molto altro, Giorgio, Marco e il signor Carlo hanno deciso di raccontarsi
in un libro dalla triplice anima, in cui il filo conduttore  la loro voce. Infatti la loro vita insieme, narrata in coro dai tre, si alterna sia con capitoli in cui la parola spetta solo a uno di loro per ricordare aneddoti curiosi, sia con interviste ad alcuni dei grandi comici che hanno preso parte alle loro trasmissioni. Una storia incredibile fatta di episodi assurdi con protagonista Carlo e scherzi imbarazzanti di Marco, figuracce di Giorgio e incontri ravvicinati con i personaggi pi bersagliati.
Per noi che siamo cresciuti con Mai dire Gol e con le papere calcistiche, con gli strafalcioni dei gieffini e con le  parodie pi divertenti, con il mago Forest e le sigle di Olmo, questo viaggio dietro le quinte della Gialappa's  un libro fondamentale.
Quindi amici, ma soprattutto amiche, leggete Mai dire Noi. Perch anche qui i Gialappi, esattamente come in TV, riescono a far ridere con la sola forza della loro voce. E perch finalmente scoprirete che cosa diavolo  la gialappa.
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GLI AUTORI.
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GIORGIO GHERARDUCCI, MARCO SANTIN E CARLO TARANTO lavorano insieme dalla met degli anni Ottanta.
Dopo un debutto in radio e una lunga gavetta dietro le quinte di diverse trasmissioni, hanno rivoluzionato la televisione con il fortunatissimo format Mai dire..., grazie al quale hanno fatto nascere alcuni dei pi grandi talenti comici italiani.
Dopo la TV, la radio, il cinema e i social, gli mancava giusto il libro. Anche se il loro sogno nel cassetto  apparire sulla
copertina de La Settimana Enigmistica.
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ANDREA AMATO, giornalista e autore per la radio e la TV, si occupa di mafie, industria televisiva e social network. Conosce
la Gialappa's Band da quindici anni, anche se non  un talento comico.
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MAI DIRE NOI.
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Indice di questa parte.
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Prefazione. di Walter Veltroni.
Prologo. Supertelegattone.
1. La vita prima della Gialappa's Band.
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LA RADIO.
2. L'incontro.
 AMARCORD. Citarsi addosso. di Carlo.
3. La prima diretta insieme.
 amici nostri. Amico Uligano. con Elio.
 AMARCORD. Grazie Ameri. di Carlo.
4. Notti magiche.
5. Tutto in una notte.
6. Radio, il primo amore. amici nostri. Quelli che... prendono in giro. con Nicola Savino.
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LA TELEVISIONE.
7. La prima volta in TV.
 AMARCORD. Com' umano lei. di Marco.
8. Anche i Ricci pungono.
 AMARCORD. Fantastica Moana. di Carlo.
9. Lupangelo, Muflo e Pasotti.
 AMARCORD. Carpa diem. di Giorgio.
 amici nostri. W la gnocca. con Gioele Dix.
 AMARCORD. Il primo autografo non si scorda mai. di Carlo.
10. Ahi ahi ahi se faccio un figlio...
11. Lo zio Gerry
 AMARCORD. Oui, je suis Tit le Due! di Carlo.
 amici nostri. Ah no? con Claudio Bisio.
 AMARCORD. Io so' io e voi nun siete un... di Giorgio.
12. Mai pi solo
amarcord. Give piece a charme di Carlo.
MAI DIRE
13. Di imbecilli  pieno il mondo.
14. Avanza mezz'ora.
 AMARCORD. Non dire gatto se non ce l'hai nel sacco. di Marco.
 amici nostri.  un calcio malatooo con Walter Fontana.
 AMARCORD. Momenti di boria. di Carlo.
15. Chi cambia canale  un burfaldino.
 AMARCORD. Mai dire mie. di Giorgio.
 amici nostri. Quasi... Parenti. con Davide Parenti.
16. Eppur mi son scordato di te...
17. E alura?
 AMARCORD. Cono o coppetta? di Giorgio.
18. L'Italia  il Paese che amo.
 amici nostri. Da da a do! con Antonio Albanese.
 AMARCORD. Mistero buffo. di Carlo.
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Fine Indice.
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MAI DIRE NOI.
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A chi non c' pi (ma per noi non smetter mai di esserci) A chi ci ha sempre seguito (ma, dopo aver letto il libro, forse smetter di farlo).
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Prefazione. di Walter Veltroni.
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Si pu fare la radio in televisione? Si pu, nel paradiso invadente e rutilante dell'immagine e delle luci pacchiane, usare solo la voce e le parole? Quei tre pazzi geniali della Gialappa's hanno dimostrato che si pu, accipicchia se si pu.
Il loro volto  sconosciuto ai pi, eppure hanno fatto pi trasmissioni loro della sigla del telegiornale. Hanno attraversato decenni con la meravigliosa intuizione di non cambiare mai. Se non fosse politicamente scorretto e se non racchiudesse il rischio, per loro, di finire in tuta arancione a Guantanamo, direi che quei tre ragazzi degli anni Sessanta sono stati capaci, come Woody Allen, di fare la cosa pi difficile: cambiare restando se stessi.
Il loro marchio di fabbrica, come quello della Ferrari e della Coca-Cola,  sempre riconoscibile. Le loro voci, depurate dall'ingombro del volto e dei fisici, sono riconoscibili a occhi chiusi, come quelle, per la mia generazione, di Sandro Ciotti o di Enrico Ameri.
E la loro forza, ci per cui ognuno avrebbe il dovere di esser loro grato,  di indurre, al solo ascoltarli, a fare una delle cose di questi tempi pi rare e complicate: sorridere.
I Gialappi fanno ridere, molto. Sono sempre riusciti a farlo.
Perch sanno che non c' comicit possibile se non attraverso la costruzione di una dinamica chapliniana. Charlot era irresistibile - in verit anche a far piangere, ma questa  un'altra storia - perch sapeva o cadere lui o far cadere gli altri. I Gialappi scelgono di volta in volta una vittima consapevole e la mettono alla berlina.
Come nei film di Charlot, in quelli di Buster Keaton o Stan Laurel e Oliver Hardy, lo spettatore sa benissimo che il malcapitato che ricever la palanca di legno sulla testa nella scena seguente sar vispo e combattivo. Non c' mai morte o dolore vero - se non psicologico - nelle comiche finali.
La Gialappa's devasta il povero cristo che ha messo la faccia davanti alla telecamera, ma lo spettatore sa benissimo che  una finta lite in una vera famiglia, che vittima e carnefice sono complici, stanno solo generosamente giocando per noi, per farci sorridere.
Questo trucco, la costruzione di un'atmosfera amichevole e priva di tensione, consente ai ragazzacci di dire qualsiasi cosa, anche la pi abrasiva. Chi guarda la televisione sa benissimo che la palanca di legno che sta per abbattersi sul capo della vittima  fatta di balza leggera. Ma la forza - se non rischiassero di montarsi la testa direi la grandezza - dei tre Gialappi  che, invece, la loro comicit  davvero abrasiva, per nulla futile. Chi entra nel loro mondo sa benissimo che  costituito da un reticolo di passioni e ripulse, ciascuna schiettamente dichiarata.
I Gialappa's non sono acqua naturale, e neanche sono leggermente.
Sono frizzanti, eccome. Ma hanno, quasi rifiutandola, la grazia di veicolare contenuti in una forma tale da renderli  inattaccabili.
Non credo che il mondo Mediaset fosse il loro universo culturale di riferimento. E viceversa.
Eppure loro ci sono stati dentro con la loro identit, dicendo quello che ritenevano giusto dire. E, va detto, i capi di quella azienda hanno intelligentemente compreso il valore, per l'immagine del loro stesso prodotto, di quella scomodit.
Il fatto, per esempio, di mandare in onda sulle reti Mediaset quel genio di Antonio Albanese che interpretava il personaggio
del giardiniere Pier Piero, dava al tutto un valore maggiore, un po' come quando i Beatles facevano gli spiritosi al cospetto della povera regina Elisabetta.
Ma i Gialappi hanno anche un altro merito. Loro, come Renzo Arbore, hanno capito, scoperto, lanciato il meglio della comicit
televisiva, e non solo, italiana. Non hanno avuto gelosie per il successo altrui, hanno esaltato doti e creato personaggi, inventato situazioni e dinamiche.
La cosa che pi mi piace  la loro velocit, la capacit di reazione, la decifrazione e la scopertura del grottesco, la misura nell'irridere senza offendere.
Loro, anche in questo libro, dicono di se stessi che sono tre cialtroni.
Non credetegli. Sono tre cialtroni geniali.
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PROLOGO. Supertelegattone.
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L'autista  andato a prenderli a casa per portarli a ritirare il loro primo Telegatto, i premi della televisione italiana. E non hanno che trent'anni, anzi, uno di loro nemmeno. Per l'occasione si sono anche fatti prestare le cravatte, peraltro inguardabili, da un fido collaboratore del programma. Questa sera per sono in quattro: con loro c' un'amica, non famosa, curiosa di partecipare a un evento cos speciale per il mondo dello spettacolo. Alta, magra, per la serata di gala ha anche piastrato i suoi lunghi capelli scuri.
Da un paio d'anni, nell'ambiente li considerano gli enfant prodige del piccolo schermo. E da quando fanno il loro programma
sul calcio, quello per cui stasera riceveranno il premio, la carriera  davvero in grande ascesa. I ragazzi per strada parlano utilizzando i loro tormentoni televisivi, i giornali scrivono mucchi di articoli su di loro. Sono i fenomeni del momento, dicono tutti.
L'auto arriva davanti al Teatro Nazionale di Milano. Una folla impressionante urla, batte sui vetri e cerca di aprire le portiere. Si rendono finalmente conto di cosa hanno provato prima di loro i Beatles, i Duran Duran, persino Luis Miguel. La leggenda vuole che l'arrivo al teatro sia ben coordinato dalla regia, tenendo i pezzi pi pregiati alla fine, in un crescendo rossiniano. E pare, ma forse  solo un errore, che dopo di loro debbano arrivare sulle limousine con autista solo gli ospiti di Hollywood: Dustin Hoffman, Michael Douglas, Sharon Stone, Gene Hackman e Raymond Burr, il mitico Perry Mason della televisione.
A fatica la macchina riesce ad arrivare nel punto protetto dalle transenne. L'autista  ormai terrorizzato, non ha mai visto una scena del genere. I tre pi l'amica aprono le portiere, la folla  sempre pi in delirio, scendono tutti, il boato aumenta. E quando la moltitudine di persone li vede chiaramente...
Ammutolisce all'istante.
Nella piazza cala un silenzio irreale. Un silenzio pi assordante delle urla di prima.
Un silenzio interrotto solo dalla voce di un adolescente che mette a nudo il re.
E questi chi cazzo sono?
Passano altri interminabili secondi di silenzio agghiacciante.
Ormai sono tutti e quattro schierati davanti al red carpet, loro tre pi l'amica. Anche i fotografi non scattano le loro solite raffiche di foto: sono immobili come statue e li guardano interdetti. L'imbarazzo cresce. Il primo istinto sarebbe quello di scappare a casa e nascondersi sotto le coperte, quando finalmente interviene il loro salvatore.
Un'altra voce si leva dalla folla, meno giovane di quella di prima e sicuramente appartenente a una persona molto meno lucida, ma pi provvidenziale Sono i Tazendaaa!
A quel punto tutto riparte: i fan tornano posseduti da un isterico delirio, i fotografi riprendono vita e loro quattro possono entrare indenni a teatro.
Grazie ai Tazenda.
E pensare che tutto ebbe inizio sei anni prima, dentro lo studio di una storica radio locale milanese...
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1. La vita prima della Gialappa's Band.
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Dopo trentacinque anni non  facile, soprattutto per le giovani generazioni, pensare che Carlo Taranto, Giorgio Gherarducci e
Marco Santin avessero una vita prima di incontrarsi. Cio, non  che si siano materializzati in televisione gi adulti, provenienti dal pianeta Burfaldino della galassia dei Nasturzi. Nati agli inizi degli anni Sessanta (1961, 1963 e 1962): troppo piccoli per partecipare al '68, adolescenti nel caldissimo '78 e ragazzi nel pieno della Milano da bere degli anni Ottanta, con il rischio di diventare yuppies di vanziniana memoria, come molti loro coetanei. Invece, per tutta la loro vita, hanno preferito rinverdire lo slogan del Maggio francese: una risata vi seppellir. Insomma, anche loro tre, prima di diventare la Gialappa's Band, hanno avuto un'infanzia e un'adolescenza come tutti. Pi o meno...
Carlo: La nostra generazione, in effetti, di rischi ne ha corsi tantissimi, ma quello di diventare uno yuppie vanziniano, grazie al cielo, non lo ha mai corso nessuno di noi tre! Abbiamo, casomai, uno strano destino comune: siamo nati in famiglie di soli figli maschi e, oggi, siamo padri in totale di altri cinque ragazzi.
L'abitudine alla vita in caserma (povere le nostre madri!)  stata senz'altro utile per sopravvivere in quella professionale. Se penso che mio padre amministrava un fondo comune d'investimento e mia madre lavorava in uno showroom, quindi due persone rispettabilissime, non capisco come abbia fatto a diventare cos pirla. A dir la verit, per, con un fratello bocconiano e l'altro ingegnere, l'unico ruolo a mia disposizione  sempre stato quello di pecora nera della famiglia: e, da buon secondogenito, l'ho sempre ricoperto alla grande, fin da quando, a soli quattro anni, riuscii a farmi espellere da due asili diversi nel giro di pochi giorni.
Marco: Spaccavi tutto come i Rolling Stones nelle stanze degli hotel?
Carlo: No, al momento del pranzo mi portarono un piatto di carne, che provai a rifiutare; mi dissero che non era consentito e
allora, appena possibile, la buttai sotto il tavolo: tempo cinque secondi se ne accorsero e mi cacciarono. Ma le mie peripezie non finirono all'asilo. Un'altra doppietta la realizzai poco dopo la maturit, quando ebbi due incidenti seri, che mi fecero pensare di non avere davanti una vita lunga. Perci mi iscrissi a Scienze politiche, anzich in Bocconi o al Politecnico. E dopo la laurea (il diploma  stato appeso per anni sopra il water, finch anche il chiodo non si  stufato di reggere un peso del tutto inutile), mi resi subito conto della fondatezza del mio sospetto: grazie a quel titolo di studio sarei senz'altro morto prestissimo, di fame!
Giorgio: Carlo, sai che la biografia di Sid Vicious dei Sex Pistols  meno avvincente?
Marco: Non che io abbia avuto un'infanzia e una giovinezza pi eccitanti. Mio padre era un illustratore di libri per la Fabbri Editori. A un certo punto divent anche scrittore per ragazzi e fond Michelino, una rivista settimanale per bambini in et prescolare. Pap viveva costantemente al di sopra delle proprie possibilit e a volte questo per me era una vera figata: comprava mille giochi da tavolo, sostenendo che fosse per aggiornamento professionale, quando in realt si divertiva come un pazzo a giocarci.
Mia madre, invece, in teoria era casalinga ma in realt aiutava mio padre in tutto, soprattutto a scrivere. Dopo aver frequentato un istituto tecnico sperimentale a Bollate, nell'hinterland milanese, feci il servizio civile, che per me dur venticinque mesi. Fine della biografia rock'n'roll. Ma sentiamo il Keith Richards del gruppo:
Giorgio, cosa facevi prima di incontrarci?
Giorgio: Studiavo con pochissima voglia Economia e commercio alla Bocconi. Vivevo con mia madre e mio fratello Giampaolo
(oggi giornalista di Sport Mediaset). Eravamo una famiglia medio-borghese, ma con genitori separati e quindi con finanze ridotte. Lavoravo la domenica a San Siro per l'ufficio stampa dello sponsor dell'Inter proprio per arrotondare la mia paghetta settimanale di diecimila lire, con cui facevo benzina alla Fiat Panda per poter girare nel fine settimana. Mia mamma, che  spagnola, era un'ex ballerina e chitarrista di flamenco. Dopo la separazione, quando io avevo sedici anni, torn alla sua passione dando lezioni di chitarra. Il problema era che le dava in casa, e mi toccava sentire tutti i giorni per ore La gatta di Gino Paoli e Il gatto e la volpe di Bennato, i classici del giro di do. Credo che da l sia nata la mia avversione per i cantautori italiani.
Durante l'universit davo ripetizioni di matematica ad alcuni ragazzini delle medie. Il mio vanto  stato portare dal quattro al sette, per tre anni, il nipote di un famoso ex sindaco di Milano grazie al mio particolare metodo pedagogico: ogni volta che sbagliava un esercizio gli facevo fare dieci flessioni. Di matematica ha continuato a capirci poco, ma gli
 venuto il fisico di Cristiano Ronaldo e, se non altro, ha imparato a contare fino a dieci.
Carlo: Entusiasmante. Con un'adolescenza cos, mi sorprende che tu non sia morto di noia. Comunque io ci tengo a dire che,
prima di far diventare lo sparare cazzate un lavoro, cercavo di salvare il mondo. Infatti ero in Legambiente, la pi combattiva delle associazioni ambientaliste italiane di allora, e non stavo l per caso.
Giorgio: Ma smettila! Ricordo che, poche settimane dopo che ci eravamo conosciuti a Radio Popolare, scanalando sull'autoradio
ti ho beccato su Radio A che stavi promuovendo un concerto di musica etnica, dicendo: Noi siamo contro il rock perch  metropolitano e siamo a favore della musica andina!. Se quello  salvare il mondo, viva l'apocalisse!
Marco: Ci sono poche cose che mi annoiano pi della musica andina...
Giorgio: Di peggio esistono solo il suono del martello pneumatico alle sette e i Testimoni di Geova al citofono la domenica mattina.
Carlo: Ormai so che me lo rinfaccerai fino alla fine dei miei giorni. Ma spieghiamo bene il fattaccio: Radio A era l'emittente dell'arcivescovo di Milano e dava molto spazio alle iniziative ecologiste. Legambiente organizz un evento nel quale vennero invitati a suonare gli Achalquchi.
Marco: Chiii?
Carlo: Appunto! Erano gli unici disposti a suonare gratis per noi. Tra l'altro, non venivano neanche dalle Ande, ma erano il
gruppo di un mio collega che, per qualche strano motivo, aveva messo insieme una band di musica andina. Ricordo perfettamente
che, mentre facevo quest'intervista, pensavo: Ma s, chi vuoi mai che mi senta....
Giorgio: Io, purtroppo. E non me lo dimenticher mai, purtroppo.
Marco: Praticamente erano gli unici andini nati a Varese? In quegli anni il riflusso al personale stava diventando il pensiero dominante. Tradotto: dopo anni di tifoserie ideologiche e attivismo di partito, ahim, la gente aveva voglia di farsi solo i cazzi propri. Ciononostante, la politica era ancora presente nelle vite dei ragazzi. Per qualche anno di scarto, forse, abbiamo scampato il pericolo di trovarceli in Parlamento. Ci mancavano solo loro a Montecitorio: sarebbero stati l'anello di congiunzione tra Cicciolina e Di Maio.
Marco: Comunque, mentre voi facevate i fighetti in centro, io frequentavo l'ITSOS di Bollate, una scuola calda in un paese
caldissimo, e noi che venivamo l da Milano dovevamo spesso scappare. Nei primi anni delle superiori ricordo alcuni amici finiti nella lotta armata. Ma noi siamo pi giovani di quell'ultima generazione che prese quella strada.
Carlo: S, ma per un pelo. Ricordo ragazzi della mia stessa sezione, al liceo, che facevano parte della colonna Walter Alasia
delle Brigate Rosse, e avevano un solo anno pi di me.
Giorgio: Ok, per oggettivamente a nessuno di noi sarebbe mai passato per la testa di fare una scelta del genere. Ormai c'era
stato il riflusso, certi estremismi erano sul viale del tramonto. Io, per esempio, studiavo in Bocconi perch non sapevo cosa fare nella vita e me l'avevano consigliato i miei genitori. Da ragazzo sognavo di fare il critico cinematografico. Il mio vicino di casa al mare, non lontano da Roma, era il fratello di Marcello Mastroianni, Ruggero, che era il montatore di Fellini, Scola, Monicelli. Mi chiese se volessi fargli da assistente, ma a diciotto anni non me la sentivo di mollare tutto e andare a Roma.
Marco: Lo sai che a Roma ti ci avrei visto benissimo? E a Milano, casomai, che rischiavi di fare una brutta fine...
Giorgio: Ma s, studiavo economia aziendale con specializzazione in marketing, sarei finito in qualche agenzia con poca convinzione, per chiss. L'ultima spiaggia magari era finire a fare il giornalista, che come diceva spesso mio padre  sempre meglio che lavorare. Di questa filosofia, dobbiamo dirlo, tutti e tre abbiamo fatto un mantra.
La vita  come una scatola di cioccolatini: non si sa mai quello che ti capit... ah, no, questa l'hanno gi detta. Cercate di capirmi: non  facile essere la voce narrante, fuori campo, nell'autobiografia delle voci fuori campo pi famose della televisione italiana. Vabb, era giusto per dire che a vent'anni hai sogni, progetti e magari vorresti cambiare il mondo. Come Carlo, che ripensa a quel fuoco giovanile con un po' di malinconia. Poi, per, il destino fa strani scherzi e cos passi il resto della vita a sparare cazzate con gente che indossa nasi finti e parrucche.
Carlo: Ragazzi, lo sapete, io credevo molto in quello che facevo. In Legambiente mi trovavo bene, ma a livello internazionale
mi piaceva moltissimo l'atteggiamento di Greenpeace. Mi sarebbe piaciuto lavorare l. L'altro mio sogno era la radio, anzi, proprio Radio Popolare: una valvola di sfogo, uno spazio di libert, poter dire e fare qualunque cosa, cercando anche di lasciare un segno e veicolare messaggi green. Come cantava Eugenio Finardi, in una canzone dedicata proprio a Radio Popolare, se una radio  libera, ma libera veramente, mi piace ancor di pi perch libera la mente.
Quella valvola di sfogo mi serviva perch per tutta la settimana soffrivo della frustrazione che vivrebbe oggi Greta Thunberg se il mondo non avesse cominciato, a sorpresa, a darle un po' retta. Noi dicevamo le stesse identiche cose, gi quarantanni fa, ma quasi nessuno ci ascoltava e prendeva sul serio. Probabilmente, a Greta, l'ha aiutata l'et, o pi semplicemente il fatto che ci che allora profetizzavamo adesso, purtroppo,  sotto gli occhi di tutti. Per cui le mie giornate non erano allegrissime.
Marco: Hai ragione, Carlo, per ci ripeti le stesse cose ossessivamente da quarant'anni. Ora per rappresaglia esco di casa e butto una cicca per terra.
Giorgio: Vuoi sentirti dire che avevi ragione? S, avevi ragione. Ma io, nel 1985, l'ultima cosa a cui pensavo era l'ambiente. Vuoi sapere qual era invece la prima cosa nei miei pensieri?
Carlo: Un'idea ce l'ho, ma siamo in fascia protetta. Aspetta: esiste una fascia protetta in un libro?
Marco: Carlo, rispetto a te, io avevo piani pi semplici. Pensavo a lavorare e a finire il servizio civile. L'universit me l'ero tolta dalla testa, perch avevo iniziato a fare Psicologia e per la prima volta nella mia vita avevo provato ansia, quindi capii che non era il mestiere per me. Cio, uno psicologo con l'ansia  come Antonella Clerici senza fornelli... per dire. Alla fine del servizio civile mi garantirono un tirocinio di quattro mesi e l mi assunsero. Era una societ che forniva software, proprio nel momento in cui iniziava l'era dell'informatica di massa. Noi impiegati, sostanzialmente,
andavamo a fare manutenzione negli uffici a cui il mio capo aveva venduto i computer. Il problema  che io non capivo, e tuttora non capisco, quasi nulla di informatica. La vera assistenza consisteva nel prendere i Pc e riportarli in sede per farli aggiustare dai tecnici.
Quelli veri. A noi, per fare scena, davano un floppy disk per fare la diagnostica dei problemi da risolvere. Tutta finzione. Una volta mi mandarono alla famosa agenzia di pubblicit Pirella-Gotsche: ricordo che mi aspettavano come si attende l'idraulico quando hai una piscina improvvisata in salotto con tanto di spettacolo dei delfini ammaestrati. Inserii il disco della diagnostica e, incredibilmente, ripart tutto. Non ci credevo nemmeno io, anche perch sapevo che era un bluff. Da l diventai l'eroe dell'agenzia. Feci altri interventi in Pirella-Gotsche, ma mai con quella fortuna. Per vissi
di rendita: Se neanche questo genio riesce ad aggiustarlo significa che  veramente rotto, dicevano. Tuttora sono negato per la tecnologia: oggi i miei figli mi chiamano boomer, ma in realt lo ero anche a venticinque anni.
Carlo: Per quanto mi riguarda, la nostra autobiografia potrebbe chiudersi qui. Non credo di avere ancora voglia di rivangare il passato.
Giorgio: Adesso dovremmo parlare dei nostri esordi in radio, nella seconda met degli anni Ottanta.
Marco: Scusate, ma non possiamo partire direttamente da Mai dire Gol? Dritti al sodo, insomma: ho sempre odiato i preliminari.
Carlo: Non vorrei che questo viaggio nel tempo mi facesse venire le bolle in faccia. Avete del cortisone?
Giorgio: Dai, ma che senso ha? Andiamo con ordine, poi se il lettore vuole saltare questi capitoli pu andare direttamente a pagina 64: faccia pure. Per noi abbiamo il dovere di raccontare tutto.
Marco: Pi che dovere, obbligo contrattuale con l'editore.
Carlo: In effetti, rileggendo il contratto, credo che le penali per inadempienza le abbiano scritte a Pyongyang...
...
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...
LA RADIO
...
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...
2. L'incontro.
...
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...
Diciamo che, come tutti i ventenni, quei tre non avevano proprio
voglia di ammazzarsi di lavoro. Come adesso, peraltro. Forse  per
questo che scelsero di iniziare con la radio: nessuno sbatti se non
sparare cazzate, che poi era (ed ) la loro specialit. Carlo sospira
ripensando ai bei tempi, lo sguardo perso nel vuoto.
Carlo: Tutto  iniziato con Radio Popolare. Era la radio che
ascoltavo e della quale ero corrispondente da quando avevo diciassette
anni. Per essere sinceri, ai tempi della scuola li chiamavo
giusto per informarli quando occupavamo il nostro liceo:
ovvero una, massimo due volte all'anno. E quando ho iniziato
ad andare all'universit, non potendo occupare anche quella, la
mia collaborazione si era spostata dalle tematiche scolastiche a
quelle ecologiste. Radio Popolare a Milano  una vera istituzione.
L conoscevo molti conduttori, soprattutto Sergio Ferrentino: il
coordinatore di Bar Sport, che tutte le domeniche, dalle 23
a mezzanotte e trenta, si occupava ironicamente di calcio. La
trasmissione era stata creata, quasi per caso, il 25 maggio 1983
dopo la sconfitta della Juventus nella finale di Coppa dei Campioni
contro l'Amburgo di Felix Magath. In due anni si erano
alternati diversi conduttori, alcuni dei quali erano stati anche
miei compagni di liceo. Uno di questi, Andrea Zamboni detto il Verbo, era amico di Marco.
Marco: Altroch. Andavamo allo stadio insieme a vedere l'Inter.
Per io non ero un grande fan di Radio Popolare. Sapevo solo
che Andrea se n'era andato, come molti altri conduttori, e che la
radio stava cercando nuovi talenti.
Carlo: Io in quegli anni stavo svolgendo il servizio civile e una
volta al mese incontravo Sergio Ferrentino: per avere il bollino
Agis, che permetteva di ottenere uno sconto sui biglietti del cinema,
gli ascoltatori di Radio Popolare acquistavano le tessere di
Legambiente. Sergio veniva da me a comprarle e ogni volta io gli
chiedevo di provarmi in trasmissione. Ma non ci fu niente da fare.
L'unica cosa che mi concesse fu: Tu fai delle telefonate: se riesci a
essere divertente possiamo pensarci.
Marco: Un modo subdolo per dire 'sta cippa.
Carlo: Molto probabile. Ma io da settembre a gennaio telefonai
lo stesso tutte le domeniche per provare a rendermi simpatico,
senza minimamente riuscirci. Per, ogni volta che lo incontravo
in Legambiente, insistevo comunque. Continuai a bombardare il
programma di telefonate per cinque mesi, fino a quando, preso per
sfinimento, Sergio mi invit a fare una puntata di prova di Bar
Sport, di persona e non pi solo al telefono.
Giorgio: Sai che non ti immagino stalker di qualcuno?
Carlo: Invece lo tormentai. Amavo troppo quella trasmissione.
Ricordo che, la sera della mia puntata, in studio c'erano: in quota
Inter Alessandro Gilioli, attuale direttore di Radio Popolare; in
quota Milan Alfredo De Cataldo detto Mani di fata (non ho mai
capito perch e non ho mai voluto scoprirlo); e lo stesso Ferrentino
in quota Juventus. A fine puntata chiesi a Sergio com'ero andato e
se potevo tornare la settimana dopo, ricevendo in risposta un tiepido:
Vabb, se proprio insisti, torna anche domenica prossima....
Insomma, non il massimo della convinzione. Ma ci sono donne che
mi hanno detto ben di peggio...
Marco: Tu con delle donne? Forse hai sbagliato esempio.
Carlo: Comunque, non mi demoralizzai e la settimana dopo
mi ripresentai, puntuale come una cartella esattoriale. Quella
domenica ricordo che chiam in trasmissione Giorgio: Ciao, sono
milanista, ma lavoro all'ufficio stampa dell'Inter tutte le volte
che gioca in casa a San Siro. A quel punto Ferrentino, che con
me aveva dimostrato l'entusiasmo di un bradipo, impazz e disse:
Fantastico: da domenica prossima sei fisso in redazione!. E cos
dalla settimana successiva Giorgio si un alla trasmissione. Io avevo
stressato Sergio per mesi, sudandomi quel debutto, mentre a lui era
bastata una sola telefonata.
Giorgio: Per, se ricordi bene, avevo anche fatto una battuta su
Bettino Craxi: quella domenica era venuto allo stadio e io dissi che
poteva essere sparito qualcosa in tribuna stampa. Comunque 
vero: grazie al mio lavoro ti superai a destra in un attimo. Sergio,
tra l'altro, ancora non sapeva che mio padre era il caporedattore
sportivo del Corriere della Sera. In realt, lui pensava che, avendo
accesso alla tribuna stampa, avrei potuto intervistare i calciatori
per la trasmissione. Cosa che avr fatto un paio di volte. Forse una.
O forse mai, ora che ci penso.
Giorgio, che ha la memoria di un pesce rosso, scava nei ricordi
e apre un altro cassetto: quando, agli inizi della loro carriera
radiofonica, tutti e tre vennero ribattezzati con tre pseudonimi
molto vicini all'insulto.
Giorgio: Io divenni il Bocconiano e il Raccomandato, e
non so quale dei due fosse meno credibile. La cosa assurda  che
Carlo conosceva tutti a Radio Popolare e aveva assillato Ferrentino
per mesi, Marco non ascoltava nemmeno il programma e fu
segnalato da Carlo stesso, mentre io invece ero stato scelto perch
ero ufficio stampa dell'Inter. Eppure il Raccomandato ero io!
Assurdo. Ero un ascoltatore assiduo del programma, ma non avevo
mai chiamato. La sera della mia telefonata, invece, ero con il mio
migliore amico che mi aveva convinto. Se non gli avessi dato retta,
oggi non saremmo qui. Pensa che culo.
Carlo: Io invece, appena arrivai in redazione, venni fermato
da Ferrentino che mi disse: Ho avuto l'idea giusta per darti un
soprannome. Tu lavori in Legambiente, quindi sarai Air Fresh.
E io, che non avevo e non ho una buona opinione dei deodoranti
per ambienti, risposi lo stesso: Fantastico, grazie!.
Marco: Che pavido!
Carlo: Ero finalmente riuscito a essere l! Non potevo partire
con il piede sbagliato e fare lo schizzinoso per un soprannome.
Cos, per i tre anni di Radio Popolare, io fui per tutti Air Fresh.
Marco: Be', dai, sempre meglio di Mister Muscolo, lo sturacessi.
Io invece venni soprannominato il Paninaro, dai gruppi
giovanili degli anni Ottanta la cui unica fede erano i vestiti di
marca. A quei tempi la curva dell'Inter ne era piena e, siccome ero
interista, sembr lineare darmi del paninaro. Ricordate la foto di
quegli anni che gira ancora dove io sono vestito da paninaro? Ecco,
quegli abiti me li ero fatti prestare, perch nel mio guardaroba non
avevo niente del genere.
Giorgio: Vabb, scommetto che non  la tua foto pi compromettente.
Marco: Entrai a Bar Sport grazie a una segnalazione di
Carlo, bench non ascoltassi il programma. Ci conoscevamo dai
tempi delle superiori, perch lui andava al Liceo classico Beccaria
insieme al compianto Francesco Daveri, che poi sarebbe diventato
uno stimato economista e professore universitario. Franz abitava
un piano sotto di me ed era il mio migliore amico; con lui tutte le
domeniche sera giocavamo a Subbuteo, proprio mentre andava in
onda Bar Sport, motivo per cui non ascoltavo la trasmissione.
Giorgio: Il Subbuteo... se non avessi il cuore di ghiaccio mi commuoverei.
Marco: Giocando con Franz, gi allora, ricordo che facevamo
cronache strampalate delle partite: quelle che poi sarebbero diventate
il nostro marchio di fabbrica. Conobbi Carlo quando si present
a casa mia con una scatola di pandoro in testa: il trasgressivo
della Band, esiliato da tutti gli asili del Paese.
...
.
...
AMARCORD. Citarsi addosso. di Carlo.
...
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...
1978,  l'anno del sequestro Moro e dei tre Papi, delle dimissioni di
Giovanni Leone (l'unico democristiano che si sia dimesso per via
di uno scandalo... dal quale poi venne scagionato) e della faticosa
elezione di Sandro Pertini, dell'esordio dei Blues Brothers a Saturday
Night Live e del piccolo Arnold in TV; insomma, come ebbe
a dire Confucio: Grande  la confusione sotto il cielo, ma anche quella nella mia testa.
Gli slogan imperanti sono pater les bourgeois (Baudelaire),
l'immaginazione al potere (Marcuse), sar una risata che li
seppellir (Bakunin), e anche se non ho la pi pallida idea di chi
li abbia coniati,  sempre pi difficile resistere alla tentazione di
metterli in pratica; d'altra parte, come ci ha spiegato qualche giorno
fa la prof di inglese, Oscar Wilde diceva: So resistere a tutto,
tranne alle tentazioni, e chi sono io per essergli da meno?
A casa di Franz, indiscusso leader del mio liceo, siamo lievemente
annoiati perch si profilano le vacanze di Natale (non ancora
profanate dai film di Boldi e De Sica) e fuori scende pioggia mista a
neve: insomma, non abbiamo granch da studiare e non possiamo
nemmeno andarcene serenamente in giro per Milano. Giornate
cos Giorgio Gaber le esorcizzava facendosi uno shampoo. A Franz,
invece, viene una buona idea: salire al piano di sopra per giocare
a Subbuteo col suo vicino di casa Marco Santin. Mi ha parlato
spesso di lui, magnificandone la capacit di far ridere, e quindi
sono doppiamente curioso: di scoprire se  davvero cos spiritoso
(mi  capitato spesso di incontrare presunti geni che all'atto pratico
si sono rivelati poveri idioti: d'altra parte, il confine  labilissimo
o forse addirittura inesistente) e, ancor di pi, di scoprire se in
quella casa si gioca con le regole ufficiali del Subbuteo (non ho mai
conosciuto nessuno che lo facesse e ho sempre avuto il dubbio che
non le rispettassero nemmeno nei tornei ufficiali internazionali...).
Franz, per, ha anche un'altra idea, molto meno avvincente:
afferra la scatola di un pandoro abbandonata l sul tavolo e me
la mette in testa, a mo' di cilindro. Provo a toglierla, ma lui insiste
dicendomi che sar un ottimo lasciapassare con i genitori di
Marco. Perch, ci sono anche i suoi?, gli chiedo. Ma allora mettitela tu!.
Se me la metto in testa io, non fa effetto: mi conoscono gi.
Tu, invece, farai un figurone: fidati!, mi risponde.
Saliamo al primo piano: lui davanti a me, molto divertito, e io
dietro, molto ma molto meno. Ci viene ad aprire il padre di Marco,
Federico, e bench io faccia di tutto per nascondermi, nota subito
il mio singolare copricapo. L per l immagino che mi lascer sul
pianerottolo, come senz'altro meriterei. O, peggio ancora, che mi
chieder ragione di un gesto cos stupido, e mi rendo immediatamente
conto di non avere una giustificazione decente. Ma le cose, a
sorpresa, vanno diversamente: Federico mi sorride, quasi estasiato,
rendendo la mia assurda provocazione ancor meno sensata. A quel
punto faccio per togliermi il cappello, insieme all'imbarazzo che
mi crea, ma ecco che lui lo afferra subito per indossarlo a sua volta.
Guarda, siamo fratelli!, mi dice, conquistato.
Sto per tirare un sospiro di sollievo per lo scampato pericolo di
passare per fesso, quando noto che alle spalle di Federico c' un
ragazzo che mi guarda con commiserazione. Sapendo che Marco
ha un fratello, Enzo, non mi resta che augurarmi che si tratti di
lui: ma non  cos. A guardare me e suo padre, con lo sguardo
che di solito si rivolge a due dementi intenti a compiere l'ennesima
cazzata,  proprio Marco, e non smetter di guardarmi cos per tutta la serata.
O, forse, per tutta la vita...
...
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...
3. La prima diretta insieme.
...
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...
Nell'immaginario comune verrebbe da pensare che Carlo, Giorgio
e Marco fossero amici ben prima della nascita della Gialappa's
Band, che tra loro ci fosse uno di quei rapporti cementati tra
i banchi di scuola. E invece no, tutto fu molto casuale. Anzi, i
presupposti non erano nemmeno dei migliori. D'altra parte, se
qualcuno entrasse in casa vostra con una scatola di pandoro in testa, voi come reagireste?
Marco: Questa cosa di uno che a quasi diciott'anni entra in
casa di sconosciuti con un pandoro in testa era bellissima per quel
pazzo di mio pap: lo faceva ridere e gli faceva sentire una certa
affinit con Carlo. Ora capite perch sono uscito cos? O
Carlo: Peccato che tu non fossi proprio entusiasta... Abbiamo
iniziato con il piede sbagliato, diciamo cos. Marco non aveva una
grande stima nei miei confronti, cio pensava che fossi un povero
pirla (come dargli torto?), per cui non avevamo una frequentazione
assidua. Per il nostro amico Franz continuava a dirmi: La
persona ideale per Bar Sport  Marco Santin. Fidandomi di
lui, cominciai a parlarne a Sergio Ferrentino, anche perch l'ala
milanista era fin troppo rappresentata, mentre la fazione interista
era un po' scarna. Finsi anche che Marco fosse un grandissimo fan
del programma, per cui, preso ancora per sfinimento, nell'ultima
puntata del Campionato 1984-1985 Ferrentino accett di dargli una possibilit.
Marco: Tutto per un pandoro in testa. Ci sono carriere basate sul niente, invece noi...
Carlo: Ferrentino decise di provare Marco, ma pose una
condizione: Non prendo subito come conduttore uno che nemmeno
conosco: fingiamo che la televisione della Svizzera italiana sia interessata
al nostro programma. Allora Marco, quando fummo in
onda, finse di essere tale Bernasconi, un regista della RTSI elvetica
che era l per realizzare un servizio sull'ultima puntata dell'anno
di Bar Sport. Per tutto il tempo parl con un finto accento svizzero,
come quello che anni dopo avrebbero usato Aldo, Giovanni
e Giacomo nello sketch degli svizzeri. Durante l'estate, poi, anche
Alessandro Gilioli lasci il programma e cos Ferrentino, a fatica,
si convinse del tutto: da settembre Marco entr in squadra come
conduttore interista per la stagione 1985-1986, quella che ci avrebbe portati ai Mondiali del Messico.
E cos, dopo quel 19 maggio 1985, data della prima diretta insieme,
Bernasconi si ritrasform in Santin. Poco pi che ventenni, i
tre stavano per iniziare la prima di una lunga serie di puntate. E
qualcuno potrebbe aggiungere: Purtroppo.
Marco: Ricordo che il campionato successivo, cos come Bar
Sport, inizi l'8 settembre 1985. In compenso non ricordo dove ho
parcheggiato la macchina. Ma poi... io ho una macchina?
Carlo: Avevamo tutti compiti specifici: se giocava l'Inter in
casa, toccava agli interisti fare il San Siro Day, ovvero passare a
Radio Popolare a prendere un registratore audio e i biglietti della
partita, per poi andare allo stadio. E dopo la partita bisognava correre a montare i servizi.
Giorgio: Chi non andava allo stadio, intanto, registrava e montava
spezzoni di 90 minuto e di Domenica Sprint che avremmo
usato in trasmissione. Bar Sport era articolato in rubriche,
e le registrazioni dei programmi televisivi della Rai servivano a
individuare eventuali errori o prodezze di calciatori, allenatori, presidenti e giornalisti sportivi.
Marco: Con titoli assurdi: i Pebbacco (omaggio a Diego
Abatantuono) erano le nomination in positivo, mentre i Devi morire
quelle in negativo. Gi questo fa capire il tono della trasmissione, e
perch gli intellettuali di Radio Popolare ci disprezzassero senza
nasconderlo troppo. Mi sarei odiato anche io. Ma la colonna
portante della trasmissione erano proprio quelle nomination, che
erano perfette per scatenare il pubblico nel dibattito e ricevere
telefonate tutt'altro che serie. Met del programma era fatto dagli
ascoltatori: deficienti come noi, ovviamente.
Carlo: Cos deficienti che una domenica abbiamo rischiato
la vita, perch andammo a fare un servizio durante un derby Inter-Milan,
all'interno delle curve delle due squadre. Allora si poteva
girare tutto lo stadio liberamente, non c'erano sbarramenti;
quelli vennero costruiti con i lavori di ampliamento per i Mondiali
di Italia '90. L'incoscienza ci guid fin dentro il gruppo di ultr
dei Commandos Tigre, storicamente enclave di estrema destra
della tifoseria milanista, che per il resto in quegli anni tendeva
invece a sinistra con gruppi come la Fossa dei Leoni e le Brigate
Rossonere. Inizi l'intervista e l per l non si resero conto di chi
fossimo, ma quando lessero sul registratore l'adesivo Radio Popolare
e notarono l'orecchino al lobo sinistro di Marco, non cos
usuale a met degli anni Ottanta, iniziarono a urlarci col megafono:
Comunisti, ebrei, stessa razza, stessa fine. Uno slogan che,
purtroppo, capita di sentire ancora oggi nelle curve. Riuscimmo
comunque a finire l'intervista e ad andarcene incolumi, non so
come; forse non eravamo prede ambite: troppo sfigati per loro. Io ebbi paura, Marco meno.
Marco: Confermo, io non ebbi paura, ma la mia era solo
incoscienza, non coraggio. Tra l'altro, proprio grazie all'incoscienza,
quelle domeniche allo stadio mi hanno regalato il pi
grande scoop giornalistico della mia vita. Una volta eravamo in
sala stampa e io andai verso Gianni Brera, decano dei giornalisti
sportivi, noto per il carattere burbero. Si stava dirigendo verso il
bagno, lo affiancai per intervistarlo, ma a dieci metri di distanza
dalla porta si stava gi sbottonando i pantaloni: io, intanto, gli
facevo le domande come nulla fosse e commentavo la sua operazione
di svestizione. Tutto questo and in onda. Non ricordo se
arrivai fino alla fase della minzione di Brera: probabilmente la
mia memoria selettiva ha cancellato quelle immagini per salvarmi dalla follia certa.
Giorgio: Io invece ricordo un'altra intervista pregna di significati
sociologici, fatta da Marco a un gelataio che lavorava fuori
dallo stadio e che aveva uno slogan molto efficace, intellettualmente
parlando: Gelato alla vaniglia, lo prende la madre, lo prende anche la figlia!.
Marco: Ma che dici? Io ero convinto di prendere il Pulitzer, per quell'intervista.
Non solo i tre non erano amici prima della Gialappa's Band, ma
anche durante gli anni di Bar Sport non si frequentavano al di
fuori della radio. D'altra parte sono tre personalit ben differenti:
tutte disturbate, ma ognuna a modo proprio. E poi, nell'era
geologica precedente a WhatsApp, non era cos facile rimanere
connessi l'uno con l'altro. Dovevi avere proprio voglia e loro,
evidentemente, non ne avevano cos tanta.
Giorgio: La cosa incredibile di quel periodo  che noi ci vedevamo
solo la domenica, in radio. Durante la settimana non ci frequentavamo.
Era un passatempo, un gioco, ma le nostre vite erano
su piani separati. Nessuno di noi aveva il numero di casa degli altri.
Carlo: Quando ci chiamarono a lavorare in televisione, anni
dopo, ti dissi: Giorgio, ti tocca darmi il numero di telefono.
Giorgio: E io te l'ho dato? Strano.
Marco: A Radio Popolare abbiamo lavorato gratis per tre anni.
Solo alla fine, quando gi facevamo gli autori in Fininvest, iniziarono
a darci cinquantamila lire a puntata. Ma non eravamo un
caso isolato. Far parte di Bar Sport e di Radio Popolare era un
motivo d'orgoglio, in quegli anni. Eravamo gi contenti cos, non
pretendevamo di essere pure pagati.
Giorgio: Lavorare a Radio Popolare aveva anche un forte aspetto
ideologico. Chi l'ascoltava non poteva essere un militante dei
Commandos Tigre milanisti o uno dei Boys interisti. Io non ero
granch impegnato politicamente. Ascoltavo Bar Sport, ma non
ero un fan accanito della radio e ascoltavo anche emittenti non
politicizzate. Ed  anche per questo che dentro Radio Popolare ci
guardavano tutti male: capivano che noi, forse, non volevamo a
tutti i costi la rivoluzione che loro aspettavano.
Carlo: Non significa che la politica fosse fuori dalle nostre
vite, anzi. Una cosa successa in quegli anni, che ci ha molto colpiti,
riguarda il processo ai NAR (Nuclei Armati Rivoluzionari),
terroristi di estrema destra. Un giorno, dalla cella degli imputati
nell'aula, qualcuno inizi ad attirare l'attenzione dell'inviato di
Radio Popolare, Fabio Poletti, che si avvicin alle sbarre un po'
preoccupato, perch era evidente che lui e i terroristi neri fossero
su posizioni molto diverse. Tu lavori per Radio Popolare?, gli
chiesero. Potresti fare i complimenti a quelli di Bar Sport? 
l'unica trasmissione della vostra radio di merda che viene ascoltata
anche dalla destra armata. Ecco, anche questo episodio non favor
la nostra popolarit all'interno della radio...
Giorgio: Tra l'altro, Fabio Poletti fu il protagonista di un episodio
bizzarro. Nel porto di Genova, Vallanzasca era appena
scappato dal traghetto che avrebbe dovuto portarlo in un carcere
di massima sicurezza in Sardegna. Prima di essere riacciuffato,
per, venne in radio a farsi intervistare, e prima di uscire rub la
patente di Poletti. Il problema  che io ero sullo stesso traghetto:
stavo andando in vacanza in Sardegna con la mia fidanzata. Era
una coincidenza, ma qualcuno avrebbe potuto credere in un mio
coinvolgimento: Vallanzasca evade dal traghetto e a bordo c' uno
di Radio Popolare, poi va a farsi intervistare da Radio Popolare
e, alla fine, viene riarrestato con un documento di uno di Radio
Popolare. Incredibile che nessuno abbia gridato al gomblotto.
Marco: Tranquillo, ti avremmo portato le arance in carcere. Magari non tutti i giorni.
Giorgio: Ma perch in carcere si portano sempre le arance? Io avrei preferito una pizza.
Marco: E una pizza all'arancia? Se le fanno con l'ananas...
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AMICI NOSTRI. Amico Uligano. con Elio.
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Dici Gialappa's Band e dici Elio e le storie tese. Le loro storie hanno viaggiato su binari paralleli per decenni e nell'immaginario collettivo fanno parte tutti di una grande famiglia... di simpatici cazzoni.
Elio: Vi avverto subito: mi sono dimenticato molte cose e, guardandole su YouTube,  come se non fossero mai accadute a me.
Marco: Allora ti rinfreschiamo la memoria noi: ci siamo incontrati la prima volta a una festa di Radio Popolare.
Elio:  vero, voi usavate come sigla del programma una versione
live della nostra canzone John Holmes, registrata con un walkman.
Ce lo diceste pensando di farci piacere, ma Faso in maniera brusca
vi disse: Usatela pure, ma ve la diamo registrata in studio. Sulla
qualit dei nostri pezzi siamo sempre stati rompicoglioni, sin da giovani.
Carlo: Esatto, perch all'epoca non avevate ancora inciso un disco.
Elio: Ricordo che in quel concerto dividevamo il palco con i
mitici Nomadi, c'era ancora Augusto Daolio. Noi, ovviamente,
suonavamo prima di loro, e subito dopo il sound check uno dei
Nomadi mi disse: Fai attenzione ai miei pedalini, non pestarli,
ma era difficile perch erano ovunque, ce n'era una quantit incredibile.
Non riuscii a muovermi per tutto il concerto.
Giorgio: Poi ci rincontrammo al locale Zelig, tempo dopo.
Elio: Quello me lo ricordo: era il 1986 ed ero seduto sul water.
Mi chiam Michele Mozzati, di Gino&Michele, che mi disse: Venite
a suonare all'inaugurazione di questo nuovo locale.
Carlo: E in quell'occasione vi chiedemmo di scrivere una canzone
per la sigla del nostro Mondiale radiofonico, quello del Messico.
Elio: Ormai ci conoscevamo, eravamo coetanei e con lo stesso grado di idiozia. Ci sembr naturale.
Marco: S, ma la canzone arriv solo quattro anni dopo, nel 1990:
era Giocatore mondiale, incisa con Pierangelo Bertoli, per il nostro
programma radiofonico Quasi gol. La faceste senza esitazioni?
Elio: Senza esitazioni? Impossibile, le cose negli Elio e le storie
tese non sono mai state facili: c'era sempre qualcuno che rompeva il
cazzo. In quegli anni eravamo ventiquattro ore al giorno in studio,
o in ufficio, perch io lavoravo ancora. Facevo l'ingegnere: ero un
laureando, con l'obiettivo di concludere gli studi e farmi assumere
da una grande azienda, un bel posto: la SIA, Societ Interbancaria per l'Automazione.
Giorgio: La leggenda narra che tu volessi continuare ad avere
il posto fisso, nonostante fossi un musicista, perch avevi paura di
finire come Jack La Cayenne, che avevi incontrato per strada un
po' male in arnese: Voglio il posto fisso, non voglio finire cos.
Elio: Sar stata una battuta, come al solito: Jack  un grande!
Marco: E perch chiedeste di collaborare con Bertoli per incidere Giocatore mondiale?
Elio: In quegli anni uno dei grandi temi era il problema delle
barriere architettoniche negli stadi, e ovviamente Bertoli ne era
toccato in prima persona. Poi c'era la questione dei morti sul lavoro,
per cui facemmo un frullato che contenesse un po' di cose.
Carlo: Vi abbiamo ringraziati per quella canzone e tutte le successive?
Elio: Forse no. Comunque, col senno di poi, ci avete dato la
possibilit di scrivere cose che altrimenti non avremmo mai scritto, quindi ringraziamoci a vicenda.
Carlo: Grazie.
Giorgio: Grazie.
Marco: Grazie.
Elio: Grazie.
Grazie anche da parte mia.
Marco: Tu fatti i cazzi tuoi.
Carlo: Ricordi che per anni abbiamo cercato di farti presentare un nostro programma?
Elio: Vero, ma non ero ancora pronto, sapevo che avrei fatto
male. Quando sono stato pronto mi sono buttato, ma bisogna
darvi merito che avete visto molto avanti.
Giorgio: Poi nel 1990 salimmo sul palco con voi per aprire la
vostra tourne, perch un nostro messaggio audio vi introduceva.
Elio: Anche questo l'avevo dimenticato, anche perch la vostra
presenza pi clamorosa sul nostro palco  stata quando abbiamo
fatto un concerto di dodici ore filate per entrare nel Guinness dei Primati.
Carlo: Durante quel concerto giocammo sul palco un derby
Milan-Inter: io e Giorgio contro te e Marco.
Marco: Poi part Mai dire Gol e ogni anno ci regalaste sigle
bellissime, con video epocali, grazie anche alla partecipazione di
giocatori e allenatori in situazioni improbabili: Amico Uligano,
Sunset Boulevard, Nessuno allo stadio, La cinica lotteria dei rigori,
Il concetto di banana, Balla coi Barlafs e Ti amo campionato. Una pi bella dell'altra!
Giorgio: Che ricordi hai di quando giravamo le sigle?
Elio: Gli stessi di tutte le mie esperienze in televisione: delle
attese infinite per le quali avrei voluto ammazzarmi. Motivo per cui non ho fatto tanta TV.
Carlo: Le lunghe pause, per, ci sono anche nella musica.
Elio: Nei live no: negli ultimi anni abbiamo ottimizzato i tempi
e arriviamo un minuto prima e scompariamo un minuto dopo.
Giorgio: Anche quando registrate i dischi?
Elio: S, e forse negli ultimi si sente. Prima, invece, vivevamo
sempre in studio. Dormivo pochissimo: un anno, ho fatto il calcolo,
avr dormito quattro ore a notte. Di media.
Marco: Vi abbiamo corteggiati tanto, prima di convincervi a
fare una stagione fissi a Mai dire Gol.
Elio: Marco, parli proprio tu che ci hai rotto il cazzo allo sfinimento.
Giorgio: La percezione collettiva, soprattutto dei nostri fan che
oggi hanno tra i quaranta e i cinquant'anni,  che le carriere della
Gialappa's Band e degli Elio e le storie tese siano state parallele.
Per noi, in effetti,  cos. Per voi?
Elio: S, assolutamente: vi ho sempre vissuti pi come amici che come colleghi.
Carlo: Io, per dire, ho sempre pensato di aver quasi vinto il Festival di Sanremo con La terra dei cachi.
Giorgio: Dacci almeno uno scoop per il libro... chess, un aneddoto inedito.
Elio: Senti questa: la storia del batterista degli Elio e le storie
tese  articolata. All'inizio, quando il gruppo ero solo io, mi portavo
dietro gente improponibile fra cui il primissimo batterista:
Zuffellato. Era un amico di un mio compagno di universit che, per
convincermi a prenderlo, mi aveva detto: Va' che questo quando
arriva con la moto non la spegne: la butta per terra.
Carlo: Impossibile non prenderlo.
Elio: Infatti lo presi. Zuffellato, attualmente, scarica le valigie
all'aeroporto, vantandosi di essere stato il primo batterista degli
Elio e le storie tese: e io confermo. Ma  molto pi bello raccontare
come  finita: piano piano gli altri che erano entrati nella band
rompevano per mandarlo via perch non era all'altezza, ma io resistevo.
Un giorno, per, in macchina gli dissi: Noi stiamo andando
avanti, stiamo facendo pezzi pi complicati e tu non sei all'altezza.
Per cui: o ti applichi, studi e migliori, oppure devo prendere un altro. E lui: Prendi un altro!.
Giorgio: Dovevi tenerlo, cazzo!
Elio: E infatti non l'ho mandato via: l'ho convertito in percussionista.
Ma faceva troppo schifo comunque. Quando siamo
partiti seriamente eravamo senza batteria, il che fa ridere: usavamo
quella elettronica preregistrata. L'abitudine di dire un sacco
di cazzate tra una canzone e l'altra nasce proprio da quel periodo,
perch dovevo intrattenere il pubblico mentre si caricava la batteria
elettronica del pezzo successivo. Mi inventavo cose sempre
pi assurde per la disperazione e, alla fine, arriv il giorno in cui
la gente veniva ai concerti per ascoltare non la musica, ma le mie
cazzate. La morte di un musicista.
Marco: Morte di un musicista, ma dettaglio fantastico che non conoscevamo, grazie.
Elio: Prego.
Carlo: Tornando al discorso delle carriere parallele, un'altra
cosa di cui mi vanto  di essere stato censurato al Concertone del
Primo maggio.  come se l'avessimo fatto anche noi, senza esserci.
Elio: Gi allora il Concertone del Primo maggio aveva perso
il suo motivo d'essere, trasformandosi nella vetrina di chi doveva
promuovere un disco. Noi, invece, fedeli allo spirito originario di
quell'evento, consegnammo al funzionario Rai un testo edulcorato
e poi ne cantai un altro, molto diverso, in cui raccontavo qualche
malefatta della Democrazia Cristiana. Ci misero un po', ma quando
se ne accorsero ci sfumarono brutalmente.
Marco: Poi a fine millennio ci venne naturale chiedervi di fare
la colonna sonora del nostro film: Tutti gli uomini del deficiente.
Elio: In quell'occasione all'interno del gruppo si sollevarono proteste
che durano ancora oggi. Abbiamo capito che non faremo mai pi colonne sonore. Un lavoro ingrato, che non d niente.
Giorgio: Poi veniste a fare la resident band in trasmissione.
Elio: Di quella stagione ci sono video in
Rete che provano che abbiamo fatto piccoli
capolavori, tipo le collaborazioni con Paola Cortellesi.
Marco: Paola ci disse che le tremavano le gambe dall'emozione.
Elio: Anche a me tremavano le gambe, perch  una che ho sempre
ammirato tantissimo. Di tutto quell'anno, per, l'unica cosa
che mi resta in mente  la noia mortale delle attese fra un intervento
e l'altro. Tornavamo distrutti a casa e ci chiamavamo per chiederci:
Ma sei anche tu stanco come me?. La stanchezza generata dalla
noia. Allora pensammo di riempire le attese giocando ai videogiochi.
Portammo una console in camerino, organizzando tornei
di tennis a cui piano piano hanno preso parte tutti, compresi voi.
A un certo punto eravate tutti con noi in camerino a fare tornei
di tennis, con gli assistenti che chiamavano: In studio!. E noi:
Aspetta!. Ritardi generati da tornei combattutissimi.
Giorgio: Vero, tutti invasati a giocare.
Elio: Ti dico di pi: quell'anno presentava Manuela Arcuri, nel
suo periodo migliore. Un giorno buss alla porta del camerino
con il suo nuovo abitino, pronta per la scena successiva. Aveva
una gonna invisibile e una scollatura incredibile e chiese: Come
sto?. Noi rispondemmo all'unisono: Bene, bene!, senza nemmeno guardarla. Troppo presi dal gioco.
Carlo: Anche Corrado Guzzanti e Marco Marzocca portarono
una console di videogiochi da Roma. A volte li chiamavamo in scena ed erano a giocare.
Giorgio: Dal nostro punto di vista, l'unico limite di avere la
resident band era la rottura di coglioni di avere le prove e, soprattutto,
la batteria che non permetteva di parlare.
Elio: Be', vuoi un genio? Devi accettare batteria e prove. Anche
perch tutto quello che abbiamo fatto veniva eseguito solo una volta: inedito e mai ripetuto.
Marco: Non ricordo come eravate vestiti.
Elio: Cambiavamo spesso.  la cosa bella di quando faccio TV. Poi mi sono fatto prendere un po' la mano.
Giorgio: S, un filo s: tra le vostre mise a Sanremo e le tue a X Factor, hai perso il controllo.
Elio: Prima di scappare volevo dirvi una cosa: in questi giorni
mi sono rivisto un po' di video in Rete e mi suona strano che non
stiate facendo altro. Ritornate! Se lo fate vengo anch'io: mentalmente sono pi pronto.
Carlo: Beato te: io ho smesso di esserlo da anni!
Elio: Perdonatemi, ma ora devo andare a travasare l'olio.
Marco: Travasare l'olio? Ma che scusa ?
...
.
...
AMARCORD. Grazie Ameri. di Carlo.
...
.
...
Carlo, vai tu a Roma per il Direttivo Nazionale straordinario di
domenica? Io purtroppo ho un impegno, Enrico pure. Ma sarebbe
strano che da Milano non ci andasse nessuno, dopo tutte le nostre
lamentele sulla romanocentricit dell'associazione...
Io ci andrei molto volentieri, come sempre, ma di tutte le parole
che mi sono state rivolte dal Segretario Regionale di Legambiente,
Monguzzi, me n' rimasta impressa soltanto una: domenica.
Domenica? Come, domenica? Ma da quando in qua lo si 
fatto alla domenica? Io domenica ho Bar Sport!.
Prima che Monguzzi mi licenzi per insubordinazione, scopro
che il Direttivo si terr alle 9 e sar pi breve del solito perch alle
14 il Presidente, Chicco Testa, ha un altro impegno. Bene, rientrare
a Milano in tempo per la trasmissione non pare impossibile, ma
come far a registrare 90 minuto? Per essere a casa entro le 18
mi ci vorrebbe un aereo, almeno per il viaggio di ritorno...
Inizia una trattativa degna del Suk di Marrakech: da un lato
l'offerta di un viaggio andata e ritorno su treno diretto in seconda
classe (e solo perch la terza classe era stata abolita nel 1956), pi
una notte in ostello della giovent, pi una cena dal pizzicagnolo
Giggi er ceciaro; dall'altro lato la richiesta di un viaggio in aereo,
almeno per il ritorno: l'andata, anche a piedi!
A risolvere tutto spunta fuori un'insolita offerta Alitalia, denominata
tariffa tifoso: chiunque effettui un viaggio aereo con
andata e ritorno nel corso della stessa domenica ha diritto a uno
sconto del cinquanta per cento. A conti fatti, la differenza tra offerta
e richiesta  ridicola: anzi, risparmiando il costo del vitto e
del pernottamento, conviene viaggiare in aereo, e quindi accetto.
Come pasto mi porter da casa dei panini imbottiti: o meglio,
essendo vegetariano, mi porter dei panini... che Giorgio definirebbe vuoti.
Domenica mattina parto per l'Urbe col volo delle 6,30; tento invano
di recuperare il sonno perduto dormicchiando a bordo e alle 9
meno un minuto, sbadigliando platealmente, faccio il mio ingresso
nella sede nazionale di Legambiente, dove gi si iniziava a ironizzare
sulla latitanza dei milanesi. Tra gli altri, ad attendermi, ci sono
Ermete Realacci (allora Segretario Nazionale, poi Onorevole per
quattro legislature), Giovanna Melandri (allora membro del Direttivo
Nazionale, poi Ministro della Cultura in tre governi diversi,
nonch dello Sport in un quarto) e Paolo Gentiloni (allora Direttore
de La Nuova Ecologia, poi Ministro delle Comunicazioni, Ministro
degli Affari esteri, Presidente del Consiglio e, attualmente,
Commissario Europeo per gli Affari economici). A voler guardare
alla carriera delle persone che mi stavano attorno, forse, se anzich
fare il pagliaccio avessi continuato a fare politica, i danni che
avrei potuto arrecare al Paese, e persino all'Europa, sarebbero stati
molto maggiori. Almeno, cos dicono Marco e Giorgio.
Ma torniamo a quella domenica. Il Direttivo termina alle 14,
come previsto: corro a Fiumicino e mi imbarco in extremis sul
volo delle 16, ascoltando Tutto il calcio minuto per minuto tramite
una piccola radiolina a transistor (quelle che hanno salvato
migliaia di matrimoni, in quegli anni, permettendo a ogni marito
di accettare serenamente l'insana proposta della moglie di uscire
insieme a fare due passi: tanto con la radiolina in mano non avrebbero perso niente).
Subito prima del decollo, per, il comandante Nando Pajata, nel
dare il benvenuto ai passeggeri, chiede di spegnere tutti i dispositivi
elettronici. Almeno, cos credo di aver sentito, perch a ventitr
anni di aerei ne ho presi pochissimi e non ho capito bene cosa
sia stato detto: vuoi per il consueto gracchiare dell'altoparlante di
bordo, vuoi perch il comandante Pajata ha parlato in alitaliano
(idioma neolatino, recentemente estinto, in uso esclusivamente tra
gli equipaggi della compagnia di bandiera e nei film di Tomas
Milian) e vuoi, forse, perch il novantanove per cento della mia attenzione  dedicato alla radiolina.
Comunque spengo, attendo che l'aereo abbia raggiunto la quota
di crociera e poi, dubitabondo, riaccendo. Tanto la raccomandazione era solo per il decollo, no?
Nel frattempo, parecchi risultati sembrano essere cambiati e capisco
che la sera, oltre che stanchissimo, sar pure poco informato
sugli avvenimenti della giornata: rintuzzare Marco e Giorgio, ben
riposati e aggiornatissimi, mi sar ancora pi difficile del solito.
Milano, comunque, si avvicina: l'aereo comincia a scendere di
quota e il comandante fa un altro annuncio, di cui questa volta
capisco ancor meno. Le partite volgono al termine e si stanno
giocando concitatissimi minuti finali: come si pu mai pretendere
che, in questa situazione, un onesto cittadino come me, rispettoso
di tutte le leggi e i regolamenti in vigore, possa afferrare e decodificare
i fonemi di un pilota che, con voce a met strada tra Panatta
e Galeazzi, fornisce informazioni inutili tipo: Sotto di voi il Lago Trasimeno?
La discesa verso Milano sembra volgere al termine, eppure uno
steward inizia ad aggirarsi con fare sospettoso lungo il corridoio,
osservando con attenzione i passeggeri. Sta chiaramente cercando
qualcosa, o qualcuno, ma non ci faccio caso pi di tanto, perch il
finale delle partite  ancora pi convulso del solito.
Bortoluzzi d il via al consueto rimbalzo di linea tra Ciotti e
Ameri, ma viene interrotto da Ezio Luzzi che, strascicando il suo
caratteristico Attenziooone!, vaneggia di gol fantasma come solo
lui sa fare, rendendo insignificante ogni altro possibile dettaglio
della vita umana. Irrompe la voce di Galeazzi che intervista Panatta
(non si capisce bene perch, visto che non  un weekend di Coppa
Davis) e anche l'inedita vocina di un nuovo inviato, che ripete
ossessivamente: Mi sentite? Ripeto: mi sentite?. Panatta ribalta
la situazione e comincia a fare lui delle domande a Galeazzi, cominciando
da: Come si fa la coda alla vaccinara?. Macheccefrega?,
commenta Bortoluzzi, perdendo il suo tradizionale aplomb,
mentre Luzzi avverte che si  acceso un parapiglia (strano che non
lo avesse detto prima, in effetti) perch l'arbitro Magnaccioni, indeciso
se convalidare o meno il gol fantasma dell'Anconitana, sta
consultando i suoi collaboratori: Nojedmo e Nojefmo. A quanto
pare, la potente punizione di Giggi er ceciaro, detto Rombo di
colon,  stata respinta dal portiere Romoletto quando gi aveva
superato la linea di porta. Cos, almeno, sostiene il capitano
biancorosso Abbacchio. Mentre Luzzi prosegue il suo vaniloquio,
Ameri comunica la fine delle ostilit a San Siro, dando notizia di
un deplorevole incendio in tribuna d'onore, provocato dal vicepresidente
dell'Inter Prisco, Tarquinio Prisco, in segno di protesta
contro il Presidente, Chicco Testa, che se n' andato gi alle 14.
Intanto il nuovo inviato (quello la cui voce pare davvero del
tutto sconosciuta) si ostina a ripetere, sempre pi allarmato: Mi
sentite? Ripeto: mi sentite? Comandante Pajata, ci dev'essere un'interferenza audio!.
E un'altra voce ancora, persino pi insistente, tuona nelle mie
orecchie da distanza ravvicinata: Ah regazz, mbe'? Te voi svej? Ma me senti?.
Lo steward, che pare uscito dal romanzo Quer pasticciaccio
brutto de via Merulana, si  bloccato accanto a me e ha notato il
filo dell'auricolare che mi esce dalla giacca per poi entrare nel mio
orecchio destro. Perci mi domanda, in alitaliano purissimo:
Ah regazz, ma tu stai a ascolt Tutto er cardo?.
S, certo, rispondo, svegliandomi di soprassalto. Vuole per caso sapere i risultati?.
Ma te possino! Ecco perch ar posto da a tore de controlo ce
risponne Sandro Ciotti. Spengi subbito, idiota: sinn te denuncio pe' tentata strage!
Ok, ma guardi che era per lavoro..., balbetto, tentando di
rabbonire lui e il resto dei passeggeri inferociti, che mi guardano
come si guardava nel 2021 uno che attaccava a tossire nella coda per il tampone antigenico.
Chiudo gli occhi e mi riaddormento o, meglio, mi fingo morto:
e con questo stratagemma, mutuato dal rospo africano e dall'opossum
della Virginia (animali di gran lunga pi intelligenti di me),
sopravvivo al rischio del linciaggio. Ma quella sera, a Bar Sport,
sapendo ben poco dei rocamboleschi eventi sportivi di quella giornata,
con Marco e Giorgio non tocco proprio palla.
E, soprattutto, ancora oggi mi domando cosa avesse poi deciso
l'arbitro Magnaccioni: nessuno, in redazione, pareva saperne nulla...
PS: Ogni riferimento a persone o fatti realmente accaduti  puramente
casuale, come nelle immaginifiche radiocronache di Ezio Luzzi.
PPS: Marco e Giorgio si scusano con la citt di Roma per il
monumentale cumulo di stereotipi sui cittadini della capitale presenti
in questo racconto fatto dal signor Carlo, esempio tipico e
abominevole di quando un milanese imita un romano. E viceversa.
...
.
...
4. Notti magiche.
...
.
...
Letta a posteriori, la storia della Gialappa's Band  davvero incredibile:
tre ragazzi diventano piccole celebrit locali, e poi nazionali,
sparando cazzate alla radio. Senza una strategia o un piano
ben definito, ma solo per il gusto di farlo. Creando, inconsapevolmente,
un nuovo genere di intrattenimento. Sull'ottovolante
della memoria, annebbiata, Marco ricorda il momento in cui le
cose iniziano a diventare serie. Per modo di dire, ovviamente...
Marco: Ragazzi, diciamocelo: il nostro punto di svolta furono
i Mondiali del 1986 in Messico. Senza quelli, forse, io sarei a casa
a spegnere e riaccendere compulsivamente un computer (senza saperlo
fare), tu Giorgio a scrivere per un giornale (d'altra parte eri
il Raccomandato) e tu Carlo a tirare gavettoni di vernice rossa
alle baleniere (distrutto dai reumatismi).
Giorgio: Ricordate la prima partita che commentammo?
Marco: Italia-Bulgaria, con Sergio Ferrentino che decise di stare
alla regia, senza fare la cronaca ma intervenendo saltuariamente.
All'inizio voleva una divisione rigida tra i ruoli, il che non aiutava
l'improvvisazione e il gioco delle parti tra di noi. Il secondo giorno
capimmo che le cose cos non andavano e quindi, per la terza
partita del Mondiale, Francia-Canada, chiedemmo: Facciamola
come diciamo noi: ognuno, a turno, fa un pezzo di cronaca da solo
e gli altri due intervengono quando hanno cazzate da dire. Da l
la trasmissione fu molto pi divertente. Evidentemente, di cazzate
da dire ne avevamo millemila. Il ritmo e le battute erano migliori
e cos continuammo fino alla fine dei Mondiali.
Carlo: Non fu semplice l'ammutinamento nei confronti di Sergio:
lui era l da prima di noi, aveva creato Bar Sport, ci aveva scelti uno a uno.
Marco: Be', insomma... io c'ero per colpa del tuo insano suggerimento.
Carlo: D'accordo, ma quello col potere era Sergio. Era un dipendente
dell'emittente, con il tempo divent il responsabile della
sezione intrattenimento di Radio Popolare e aveva pure una decina
d'anni pi di noi. Tutte queste cose creavano, inevitabilmente, sudditanza.
Giorgio: Ricordo che Ferrentino era di Ivrea e quindi, come
ogni suo concittadino, aspettava tutto l'anno il momento del Carnevale,
con il tradizionale lancio delle arance. Anche se viveva da
vent'anni a Milano, non stava nella pelle. Iniziava tre mesi prima
ad allenarsi con i pesi, per lanciare le arance il pi forte possibile.
Una volta andammo con lui a Ivrea e ci dovemmo comprare un
cappello rosso per non essere lapidati a colpi di arance. Laggi
il cappello rosso  il simbolo dell'immunit, come il casco blu dell'ONU.
Marco: In effetti funzion e noi tornammo a casa incolumi. A differenza di molti caschi blu.
Carlo: Quell'anno il Carnevale di Ivrea fu molto importante per
noi, perch Sergio per sette giorni fu assente. In settimana conduceva
un altro programma, molto divertente, intitolato Borderline. Uno
dei co-conduttori, Ivano Gladimiro Casamonti, era un genio assoluto.
Proprio in quei giorni ci capit di andare ospiti a Borderline,
dove, con Casamonti, creammo una sorta di Fronte unito contro
Ferrentino. Partecipammo a un'unica puntata, perch poi Sergio ce
lo viet: cap che la situazione gli sarebbe sfuggita di mano.
Marco: Il fatto  che gli era gi ampiamente sfuggita di mano.
Carlo: Se devo essere sincero, imparammo quasi pi da Ivano
in un solo giorno che da Ferrentino in tre anni. Casamonti aveva
una dote molto particolare: la modulazione della voce, virtuosismo
singolare soprattutto a Radio Popolare, perch l tenevano e tengono
tutti un unico tono, come una cantilena. Casamonti, invece, era
bravissimo a cambiare tono. Probabilmente  stato lui a ispirarmi
quell'orribile modo di aprire le puntate che ho usato per anni in TV
e in radio: Amici, ma soprattutto amiche....
Marco: Quindi il tuo sarebbe un virtuosismo? Bah...
Giorgio: Ivano era un giornalista geniale, ma aveva un ego gigante:
scrisse una biografia di Vasco Rossi, la prima, ma nel libro parl pi di se stesso che di Vasco.
Oggi i network radiofonici privati appartengono perlopi a grandi
gruppi editoriali, a parte qualche eccezione ancora a conduzione
familiare, ma tutti con fatturati da multinazionale. Alla fine degli
anni Ottanta, invece, era tutto ancora molto artigianale e spontaneo.
In sintesi: improvvisato. Ed  in quella prateria inesplorata
che i nostri tre trovarono l'Eden. Anche perch erano gli unici a
prendere per il culo, finalmente, il mondo del calcio (una voce
narrante pu dire parolacce? Vabb, al limite mi censurer l'editor Arianna).
Giorgio: Il nome Gialappa's Band nacque proprio nell'86 per merito, o meglio per colpa, di Marco.
Marco: Per arrotondare un po', visto che in quel periodo facevo
ancora il servizio civile, davo ripetizioni a un ragazzino e, nel
mentre, mi ero preso la briga di leggere tutto il dizionario italiano.
Carlo: Un hobby come un altro, insomma.
Marco: Mi segnavo le parole che facevano ridere, per poi usarle
in trasmissione. Una di queste era appunto gialappa: Un tubero
messicano da cui si ricava un lassativo per cavalli. Sembrava fatta
apposta per Messico '86, visto che molti giocatori furono colpiti
dalla temibilissima Vendetta di Montezuma.
Carlo: Tra l'altro, la parola gialappa compare anche nel romanzo
Moby Dick di Herman Melville. Durante i ringraziamenti
che facemmo dopo l'ultima diretta dei Mondiali del 1986, al
termine della finale Argentina-Germania Ovest, ricordo che ringraziammo
la gialappa, ma pure i nasturzi, un'altra parola che
veniva detta a tormentone, soprattutto da Marco: Va a nitrire
sui nasturzi!. Teoricamente era quando uno finiva a terra con la
faccia in gi, ma poi veniva abusata, perch tendevamo a esagerare un po' su tutto.
Incontri, scontri e segnalazioni. Non c'erano i social network dove
promuoverti, arrivando a milioni di individui (se sei bravo)
direttamente nel palmo della tua mano. Tutto era molto casuale,
dovevi avere la fortuna che la persona giusta accendesse la radio
proprio in quel preciso momento, mentre tu stavi dicendo la cosa
perfetta per far ridere. Capirete che c'era una quantit di variabili
impressionante, congiunzioni astrali che potevano agevolare solo
uno, anzi tre, su migliaia. Insomma, quella della Gialappa's 
una carriera nata per gioco e diventata di successo. Grazie a una purga per cavalli...
Giorgio: Un mese dopo i Mondiali '86 Alessio Gorla, produttore
di Fininvest e successivamente uno dei principali consiglieri
politici di Silvio Berlusconi, su suggerimento dei figli, chiam noi e
Ferrentino a fare gli autori di un programma di Rete 4, recentemente
acquisita dal Biscione. Il giorno prima della messa in onda della
trasmissione Gorla ci chiam e ci disse: Siete in quattro, i vostri
nomi e cognomi sono troppo lunghi per i titoli di coda: ci vuole
un nome d'arte!. Non avendoci mai pensato, ci venne naturale
usare uno dei nostri tormentoni e cos proponemmo Gialappa's
Brothers, ma per lui era troppo lungo. Cos ci disse: Facciamo
Gialappa's Band, cos sono quattro lettere in meno. Per sappiate
che con questo nome non andrete da nessuna parte!.
Marco: Ricordate la nostra vendetta per questa maledizione?
Durante tutti gli anni Novanta uscirono un sacco di articoli su di
noi e ogni volta, nelle interviste, lo nominavamo e raccontavamo il
suo anatema sul nome. Sapevamo che Gorla era abbonato all'Eco
della Stampa, un servizio per cui ogni mattina si riceve la rassegna
stampa in cui compaiono le parole chiave prescelte. Dopo l'ennesimo
articolo ci chiam per dire: Ok, basta, avete vinto voi! Ma smettetela, vi prego.
Giorgio: Vorrei anche far notare che uno dei nomi in ballottaggio
era  I Quattro Formaggi, ma per fortuna poi vinse Gialappa's Band.
Marco: I Quattro Formaggi l'avevo rimosso. Significa che il
mio cervello elimina ancora le cose inutili...  un buon segnale.
Carlo: L'esperienza di Bar Sport prosegu fino agli Europei
vinti dall'Olanda di Gullit e Van Basten, nel 1988. Smettemmo per
una serie di ragioni, ma principalmente perch era venuto a mancare
il divertimento. La trasmissione non era pi la nostra valvola
di sfogo. Ormai facevamo gli autori a tempo pieno in televisione
e quindi il nostro cazzeggiare non era pi solo un hobby: stava diventando un lavoro a tutti gli effetti.
Giorgio: A ripensarci oggi, l'episodio che fece precipitare la
situazione fu davvero futile: in cambio delle cronache degli Europei
di calcio chiedemmo di diventare giornalisti pubblicisti e,
nonostante le promesse, alla fine ci negarono questa possibilit.
Forse per colpa dello scoop di Marco con Gianni Brera nei bagni di San Siro.
Carlo: Per avemmo il nostro momento di gloria sui giornali:
Casamonti ai tempi collaborava con la rivista King, ideata e
diretta da Vittorio Corona, giornalista geniale nonch padre di Fabrizio.
Giorgio: Ma questa non  una colpa. O forse s?
Carlo: King stil la classifica dei cento trentenni che avrebbero
cambiato l'Italia e, a sorpresa, ci inserirono nell'elenco. Ma va
detto che fino ad allora la nostra popolarit era rimasta circoscritta
alla Lombardia: il nostro nome inizi a circolare a livello nazionale
solo dopo i Mondiali del 1990. Quindi metterci in quella classifica fu davvero un azzardo.
Marco: Evidentemente avevano bisogno di fare numero per
arrivare a cento. Comunque, fin cos la nostra esperienza a Radio
Popolare. Ma molti anni dopo ci saremmo ritrovati a Radio 2 con
tanti ex colleghi di allora, grazie a Sergio Valzania, senza ombra di
dubbio il miglior direttore radiofonico con cui abbia mai lavorato.
Giorgio: C' stato un periodo in cui gran parte degli speaker
di Radio 2 proveniva da Radio Popolare, che oggettivamente 
stata una buona palestra per tutti. Valzania  stato l'Highlander
di Radio 2: con lui lavorammo dal 1999 al 2009. Ma iniziammo a
collaborare con via Asiago molto prima: gi ai Mondiali del 1994
e poi a quelli del 1998. In quella seconda occasione, per dare un'idea
di quanto possano essere repentini i cambi di direzione nella
radio e TV di Stato, fummo chiamati dal direttore Stefano Gigotti,
ma poi commentammo le partite con il nuovo direttore, Giancarlo
Santalmassi (con cui, peraltro, non parlammo mai).
Carlo: Valzania amava il pluralismo e rappresentava alla perfezione
il concetto latino in medio stat virtus. Era talmente di centro,
dal punto di vista politico, che riusc a sopravvivere in quel ruolo
per dieci anni, malgrado i frequenti cambi di governo (D'Alema,
Amato, Berlusconi, Prodi, Berlusconi). E tutte le volte, sia dalla
destra sia dalla sinistra, venne considerato un direttore in quota all'opposizione.
Giorgio: Un funambolo dell'equilibrismo. Se non avesse fatto il
direttore avrebbe sicuramente lavorato in un circo.
Marco: O avrebbe fatto il politico.
...
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...
5. Tutto in una notte.
...
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...
Marco: Perch non torniamo in onda?.
Carlo: In che senso?.
Giorgio: Ma s, tanto in radio non c' pi nessuno. Riaccendiamo i microfoni.
Carlo: Dopo due anni credo di aver capito come funziona la regia. Ci posso provare. Vado?.
Marco: Vai, vai.
Giorgio: Sergio ci ammazzer, ma fa niente.
Carlo raccoglie le idee e pesca dalla memoria i gesti leggeri
con cui Sergio, ogni settimana, attiva la diretta del programma,
schiacciando bottoni e sollevando le leve del mixer audio dello
studio radiofonico. Cos, con un movimento deciso e continuo,
compie un gesto indubitabilmente sacrilego: abbassa il gain del
volume della canzone in onda in quel momento, Hurricane di
Bob Dylan, che stava sfumando verso la fine, e accende i tre microfoni.
Carlo annaspa al banco regia. Non l'ha mai fatto prima, ma
da sempre il suo posto nello studio  vicino a quello di Sergio e,
in maniera quasi involontaria, nel tempo ha introiettato la routine
tecnica per andare in onda: sfumino, gain, tasti e controlli dei
volumi per le voci dei suoi compagni d'avventura. Nonostante
tutto e nonostante Carlo alla regia, la trasmissione riesce, incredibilmente,
ad andare in onda. Fuori si sente davvero.
Tutto il resto viene naturale, perch ormai l'hanno fatto pi di
cento volte negli ultimi due anni. Mai soli, per. Con loro c'era
sempre Sergio a dettare il ritmo, a dare compiti, ogni tanto anche a redarguire.
Questa volta, invece, non c' un capo da rispettare. Tutti e tre sono alla pari.
Questa volta  pi divertente, forse solo per loro, ma forse anche
per gli ascoltatori, che infatti iniziano a telefonare a decine per
partecipare a quel fuoriprogramma cos anarchico e cos sublime.
Siamo nel maggio del 1987 in piazza Santo Stefano 10, in pieno
centro a Milano, nella sede di Radio Popolare. Gli studi sono
ormai deserti, perch  passata da un bel po' la mezzanotte e perch
in quei giorni  in programma al Palalido la seconda edizione
dell'ExtraFesta, musica del Sud del mondo, evento organizzato
proprio dalla Radio. Giorgio Gherarducci (ventitr anni), Marco
Santin (venticinque anni) e Carlo Taranto (venticinque anni) hanno
appena finito di condurre una puntata di Bar Sport.
Quella notte di maggio, i tre per la prima volta si trovano soli
nello studio, perch Ferrentino dopo la diretta  andato di corsa al
Palalido. Carlo, Giorgio e Marco, invece, vanno avanti a scherzare
con gli ascoltatori per circa due ore, fino a quando il loro mentore,
accortosi dell'autogestione tornando a casa in macchina, si ferma
per strada a una cabina telefonica e li richiama all'ordine, telefonando in diretta.
Fuori onda... mettetemi in fuori onda, dice con una voce sensibilmente irritata.
Carlo, con lo sguardo atterrito di chi sa che  arrivato il momento
di pagare un conto salato, mette in preascolto la telefonata, in modo da poterla sentire solo lui.
Che cazzo state facendo? Spegnete subito i microfoni e rimettete
la musica, altrimenti vi caccio, urla Sergio.
I tre ubbidiscono e salutano gli ascoltatori. Carlo spegne tutto
e fa ripartire il nastro gigante con il flusso musicale, che accompagner
la notte di Radio Popolare fino al primo programma dell'alba.
Sono felici come tre scolaretti, e come tre scolaretti sanno perfettamente
che verranno sgridati, il giorno dopo. Ne  valsa la pena, per.
Quella notte, senza nemmeno saperlo,  nata la Gialappa's Band.
Il giorno successivo il cazziatone temuto arriva puntualissimo.
Per i tre chiedono scusa e, a sorpresa, durante il periodo estivo
ottengono dalla radio il permesso di condurre una trasmissione settimanale
notturna, senza la presenza di Sergio. In fondo, cosa c'
di pi bello che chiedere e concedere il perdono? Errare  umano, l'importante  non perseverare.
Infatti l'anno dopo, proprio durante la notte dell'ExtraFesta, come per festeggiare l'anniversario della bravata... lo rifanno.
Tre idioti!
Ma se avete comprato il libro questo gi lo sapete.
...
.
...
6. Radio, il primo amore.
...
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...
La radio, per chi lavora nel mondo dello spettacolo,  sicuramente
il mezzo pi bello: l'unico che riesce a creare un'atmosfera magica,
immaginifica. Sei chiuso dentro uno studio angusto, senza finestre
(all'epoca erano quasi tutti cos), ma puoi far volare la tua fantasia
e soprattutto quella di chi ti ascolta. E cos per chi fa radio veramente.
Per i membri della Gialappa's Band, invece, la radio  sempre
stato lo strumento per dare libero sfogo alle migliaia di cazzate
che ogni secondo intasano i loro cervelli, chiaramente malati. Con
il risultato di far crepare dal ridere gli ascoltatori. Carlo, Giorgio
e Marco amano la radio alla follia e forse anche per questo hanno
girato davvero tutte le emittenti. Amanti un po' infedeli, forse...
Carlo: Il nostro collega di Radio Popolare Ivano Casamonti 
stato importantissimo per noi, perch  la persona che ci permise
di fare il salto da una radio locale a un circuito nazionale: fu
lui a segnalarci all'imprenditore Marcello Pozza, della Push Pull,
che stava producendo programmi per un circuito che si chiamava
SPER: Societ Pubblicit Editoriale Radiofonica. E proprio per
SPER commentammo i Mondiali di Italia '90.
Marco: In quel periodo il circuito SPER copriva molto bene le
citt italiane principali: a Milano, per esempio, andammo in onda
sulle frequenze di Radio Lombardia, a Napoli su Radio Marte e a Roma su Dimensione Zero.
Giorgio: Pozza, per, aveva paura che la Rai potesse contestare
la nostra radiocronaca dei Mondiali del 1990, di cui l'azienda di
Stato aveva in esclusiva i diritti radiofonici. Cos, per creare un
precedente e per testare il livello di allerta della Rai, decise di
farci commentare l'ennesimo addio al calcio del brasiliano Zico,
per un'emittente di Padova, nel febbraio del 1990. Dico ennesimo,
perch Arthur Antunes Coimbra, detto Zico, ha giocato pi addii al calcio che partite ufficiali.
Carlo: Aspettate, stiamo dimenticando che a cavallo tra Radio
Popolare e il circuito SPER, nel 1989, fummo contattati da Edoardo
Hazan, fratello di Alberto, che all'epoca era proprietario di
Radio 105. Edoardo ci chiam e disse che era un nostro ascoltatore
e che gli dispiaceva non fossimo pi a Bar Sport. Voleva fare
qualcosa con noi e cos realizzammo una puntata zero, una sorta
di prova, di un programma molto simile a quello che facevamo a
Radio Popolare. Non ne sapemmo pi niente. Ma dopo il successo
ottenuto a livello nazionale con i Mondiali del 1990 Edoardo ci
richiam, confessandoci che due anni prima non aveva avuto il
coraggio di far sentire il nostro provino al fratello, ma che adesso
poteva vantarsi in azienda di averci scoperti.
Marco: Scoperti senza mandarci in onda? Che idea geniale! Ma
perch non me ne sono mai venute in mente di cos belle?
Carlo: A quel punto, ci propose di fare per un mese L'Oroscopo
di 105, una versione divertente delle previsioni astrali
condotta, a turno, da personaggi celebri. Quindi, a pensarci bene,
non si capisce perch l'avesse proposto proprio a noi. Il mese prima,
per dire, l'avevano fatto Teo Teocoli e Massimo Boldi, molto pi popolari di noi, ovviamente.
Giorgio: La cosa pi particolare, per, fu il compenso per la
prestazione: un televisore 16 pollici a testa, di una nota marca
olandese. Hazan ce lo mostr tutto fiero su un catalogo su cui
aveva aggiunto a penna il prezzo, come a dire: Mica pizza e fichi.
Un'offerta non proprio faraonica, ma accettammo.
Marco: Gi, perch in quegli anni era molto in voga il modello del cambio merce, su cui Silvio Berlusconi ha fondato il suo
impero televisivo. La leggenda vuole che alcune star ingaggiate da
Berlusconi nella nascente Fininvest dei primi anni Ottanta furono
pagate con una casa a Milano 2 o a Milano 3. A noi, invece, il televisore
16 pollici... per fortuna a colori.
Carlo: Un altro che avrebbe voluto scoprirci  Claudio Cecchetto.
Dopo i Mondiali di Italia '90, che per noi furono oggettivamente
uno spartiacque, ci chiam a Radio Deejay: ci disse che
gli eravamo piaciuti e che gli dispiaceva non averci scovati lui.
Marco: Un altro?
Carlo: Gi, perch anche Cecchetto in quegli anni aveva la
grande ossessione di tirar fuori artisti dal nulla: basti citare Gerry
Scotti, Fiorello, Amadeus, Jovanotti, e poi Leonardo Pieraccioni,
Fabio Volo, Nicola Savino e via dicendo. Con noi tre, invece, si dovette
accontentare del: Comunque li ho scoperti quasi subito.
Giorgio: Vabb, cos per vale tutto. Allora anche io una volta
ho quasi suonato con Bruce Springsteen, ma in realt l'ho solo incontrato in palestra.
Carlo: Ci fece fare le cronache delle partite delle coppe europee,
che intitolammo Quasi Gol - Speciale Coppetelli, ovvero il commento
a tutti i match del mercoled sera; e poi anche i Campionati Europei del 1992.
Marco: Giorgio e io, poi, su Deejay conducemmo anche il programma
Quasi mai, una striscia di quindici minuti con un giovane
Roberto Ferrari, che Cecchetto defin un punching-ball
perfetto per noi: dirci una frase del genere  come portare Rocco Siffredi in un collegio femminile.
Carlo: Rimanemmo a Radio Deejay finch non approdammo
in Rai. Nel 1994, infatti, ci chiam Aldo Grasso, direttore di Radio
Rai quando in viale Mazzini c'erano i professori. Famoso ai
pi per i suoi articoli di critica televisiva sulle pagine del Corriere
della Sera, tanto temuti dagli addetti ai lavori del piccolo schermo,
Grasso, per via Asiago, fece acquisti interessanti: dalla televisione,
per esempio, chiam Serena Dandini e Piero Chiambretti. A noi
fece commentare i Mondiali di USA '94 su Radio 2, lasciando a Radio 1 la parte giornalistica pi seria.
Giorgio: Aldo Grasso, purtroppo, dur pochi mesi; salt come
un tappo di champagne subito dopo le elezioni del 1994 e a dirigere
Radio Rai arriv Paolo Francia che, appena nominato, dichiar:
Di radiofonia non so niente, mi informer. Come dichiarazione
programmatica non era niente male, ma nonostante questa visione
illuminata, stranamente, non riusc a convincerci fino in fondo.
Francia arrivava dalla vicedirezione de Il Tempo e aveva scritto
la biografia di Gianfranco Fini, La mia destra. A quel punto, con
le nostre mani destre, salutammo lui e Radio 2.
A met degli anni Novanta, i tre erano ormai star della televisione
e i loro programmi veri e propri cult. Ciononostante, la voglia di
entrare in uno studio radiofonico non mancava mai. Ed  uno
dei motivi per cui questo libro  un continuo andare avanti e indietro
nel tempo: perch la Gialappa's ha sempre fatto tante cose
contemporaneamente. Buon per loro, ma per una voce narrante
capirete che non  facile trovare una linea temporale chiara nel
racconto (sono le tipiche difficolt usuranti del lavoro di noi voci
narranti). Comunque, ora siamo a met dei Novanta, anni caldi
dal punto di vista politico, come ricorda bene Carlo.
Marco: Scusate, prima di continuare: perch ci hanno assegnato
una voce narrante cos petulante? Quelli di Mondadori non
potevano darci, chess, quella di Ken Follett?
Giorgio: Problemi di budget, pare.
Carlo: Marco, fai finta di niente, non darle soddisfazione. Dicevamo...
per gli Europei del 1996 ci fu il primo revival della nostra
carriera radiofonica: tornammo a Radio Deejay, ma non c'era pi
Cecchetto. Il nuovo direttore era Linus, che oltre agli Europei del
'96 fece fare a Marco anche il programma Lunediretta, insieme a
Paoletta. Nel frattempo, il nostro modo di raccontare le partite era
un po' cambiato: nel 1994 Silvio Berlusconi aveva vinto le elezioni
politiche in coalizione con la Lega Nord e Alleanza Nazionale e gli
slogan pi usati erano quelli contro immigrati e stranieri
Marco: Meno male che oggi non  pi cos... ahahah. Scusa,
mi  scappata un po' di satira politica.
Carlo: Anche per questo, a partire da USA '94 decidemmo
di ospitare tifosi delle varie Nazionali partecipanti al torneo. La
nostra idea era cercare di normalizzare il dibattito sugli stranieri
e alleggerirne i toni. Avevamo capito che questo cambiamento di
formula poteva permetterci di fare ogni volta una cosa diversa.
Giorgio: Cambiavamo anche gli inni nazionali: per esempio,
quello della Colombia era diventato una canzone intitolata La cocaina,
un pezzo degli anni Sessanta cantato da una certa Gianna,
che invito a riscoprire su Spotify. Ma, come diceva Carlo, nel 1994
decidemmo di cambiare passo e di invitare ospiti stranieri per far
vedere che in Italia gli immigrati non necessariamente erano delinquenti.
Alcuni ci portavano anche prodotti locali da mangiare:
ricordo per esempio i Turkish Delight, dolcetti turchi da novemila
calorie l'uno che ti si incollavano al palato, rendendo impossibile l'eloquio radiofonico.
Marco: E dici che non erano delinquenti, questi stranieri? Quegli
affari mi hanno quasi ammazzato. Li ho digeriti settimana scorsa.
Giorgio: Per non parlare di quella volta che alcuni tifosi argentini
ci portarono le mitiche empanadas, specie di panzerotti tipici
delle loro parti, che mangiammo avidamente: peccato che poi tutti
passammo la notte seduti sulla tazza del water. Una sorta di Montezuma
in trasferta in Italia. Una tifosa francese, invece, esperta
di prodotti di bellezza, ci raccont che per creare i rossetti veniva
utilizzato lo sperma dei maiali. Carlo le chiese subito: S,  vero:
ma tu come hai fatto ad accorgertene?, e sto ancora ridendo per quella domanda.
Carlo: Per fortuna rise moltissimo anche lei e questo mi permise di concludere incolume la puntata.
Marco: Inoltre iniziarono a venire ospiti illustri: ai Mondiali
del 1994, per esempio, commentammo il secondo tempo di Italia-Messico
con Gianni Rivera, che stette perfettamente al gioco e
alle nostre battute, anche quelle sulla sua proverbiale scarsa voglia
di correre. Nel 1998, invece, venne Massimo Moratti, allora presidente
dell'Inter. Nell'intervallo della partita, da interista avido
di notizie di calciomercato, gli chiesi chi avrebbe comprato e la
sua risposta mi spiazz: Be', dopo aver preso Roberto Baggio e
Andrea Pirlo, quasi quasi compro anche Ivan de la Pena. Voglio
proprio vedere come far Simoni a far giocare insieme tre fantasisti.
Ho sempre pensato che fosse una battuta, ma risposi allibito:
Allora si parte con il piede giusto, mettiamo in crisi l'allenatore
e vediamo se ne esce vivo. Con lui commentammo la partita del
pomeriggio, ma quando arriv il match della sera, a sorpresa, ci
fece consegnare in radio una buonissima cena, da vero signore.
Carlo: Il periodo pi strano, invece, fu quello dei Mondiali
del 2010 in Sudafrica. Inizialmente dovevamo commentarli come
sempre su Radio 2, ma il nuovo direttore Flavio Mucciante decise,
improvvisamente, che non c'era pi spazio per noi. Per carit, cose
che capitano in questo lavoro, ma ci spiazzarono le modalit con
cui venimmo a saperlo: nessuno ci rispose pi al telefono. In poco
tempo ci accordammo con Linus (con cui abbiamo da sempre un
ottimo rapporto) per commentare le partite su Radio Deejay, ma
a pochi giorni dall'inizio dei Mondiali anche Deejay fece marcia
indietro. Il Direttore Generale di allora, per paura di controversie
legali legate allo sfruttamento dei diritti audio delle partite, nonostante
svariati avvocati gli avessero confermato che non c'erano
rischi, mand tutto a monte. Giorgio la prese bene: con il suo
proverbiale aplomb inglese, si alz dalla sedia, salut tutti e usc
dalla sala riunioni con una sequela di vaffanculo.
Giorgio: Ma perch, non fanno cos gli inglesi quando si salutano a fine riunione?
Carlo: Grazie al cielo, per, Linus, che ormai ci aveva dato la
sua parola, decise comunque di affidarci una striscia a mezzogiorno
(Mai Deejay Gol) per parlare a nostro modo dei Mondiali,
lasciandoci liberi di fare le cronache altrove: una sorta di risarcimento
per l'improvviso dietrofront a sole settantadue ore dal calcio d'inizio.
Giorgio: Quelli del 2010 erano i Mondiali delle insopportabili
vuvuzelas, le trombette lunghe un metro che i tifosi suonavano durante
le partite, emettendo un suono fastidiosissimo. Il programma
che andava in onda dopo il nostro su Radio Deejay era condotto da
un giovane Federico Russo, che ne aveva una e la suonava a pi non
posso. Un giorno, esasperato, presi la sua vuvuzela e me la strofinai
dentro le mutande per svariati secondi, ovviamente dalla parte che
si metteva in bocca. Non gliel'ho mai confessato e adesso Federico
lo scoprir leggendo questo libro: scusa, ma te la sei cercata.
Marco: Comunque, dopo ventiquattro anni non potevamo non
commentare le partite in diretta, cos chiamai all'ultimo minuto
Lorenzo Suraci, proprietario di RTL 102.5, proponendogli la cosa.
Il problema  che mancavano due giorni all'inizio del Campionato
del Mondo e io sapevo che il mio era un tentativo disperato. Suraci
mi disse: Dammi un po' di tempo per pensarci.
Carlo: Sembrava il pi classico dei le faremo sapere.
Marco: Come dargli torto? E invece, venti minuti dopo mi richiam
e chiudemmo l'accordo! In quel periodo, tra l'altro, credo
di aver battuto ogni record di presenza in etere: la mattina avevo il
mio programma su Radio 2, Grazie per averci scelto, poi all'ora
di pranzo andavamo tutti insieme a Radio Deejay, e il pomeriggio
e la sera commentavamo le partite dei Mondiali su RTL 102.5. Forse
dovrei farmi omologare il record dal Guinness dei Primati: tre
programmi, su tre radio diverse, nella stessa giornata. Il tour de
force dur solo dal venerd al marted successivo, poi il curatore
del programma (l'ottimo Renzo Ceresa), con una voce vicina al
pianto, mi comunic che il direttore Mucciante aveva deciso di
sospendermi, solo perch il primo giorno dei Mondiali, di fronte
alle continue richieste dei miei ascoltatori su cosa avremmo fatto
come Gialappa's Band, dissi che saremmo andati in onda su Radio
Deejay e su RTL 102.5. Mi sbaglier, ma ho sempre avuto il sospetto che fosse una ripicca.
Carlo: Nooo. Dici?
A un certo punto della loro carriera, i tre...
Marco: Taci, voce narrante, non abbiamo finito. Stava per parlare Giorgio.
Giorgio: Grazie, Marco. Stavo dicendo che la radio  la nostra
prima grande e vera passione. Per questo negli anni abbiamo
sempre cercato di ritagliarci del tempo per farla, al di l degli
appuntamenti imperdibili come Mondiali, Europei o Festival di
Sanremo. Per esempio, Marco e io nel 2012 approdammo a R101,
insieme a Flavia Cercato, che per molti anni fu la nostra inviata
a Sanremo: ed  stata la migliore di sempre per noi, perch era
capace di creare situazioni perfette per le nostre dirette. Quella
volta, con R101, Carlo (gi affetto da pigrizia perniciosa) prefer
non impegnarsi quotidianamente, cos con noi fece solo due
finali del Festival di Sanremo (2012 e 2013) e una di Champions
League (2013). Nel Sanremo del 2012 ricordo che avevamo fatto
fare adesivi con il logo della nostra trasmissione, Stile Libero, e
li avevamo dati ai cantanti in gara. Noemi se l'era appiccicato sul
vestito in bella mostra, Francesco Renga dentro la giacca, che apr
sull'acuto finale per farlo vedere, e cos la maggior parte dei Big.
Se fosse esistito il FantaSanremo, gi allora avremmo sbancato tutti.
Marco: L'ultima esperienza radiofonica, per ora,  quella del
2018, in occasione dei primi Mondiali trasmessi in esclusiva da
Mediaset. Noi dovevamo fare le nostre telecronache su Mediaset
Extra e nell'accordo era anche prevista l'emissione del segnale audio
sulla radio ammiraglia del gruppo, ovvero 105, appena venduta a
Piersilvio Berlusconi dai fratelli Hazan. Purtroppo, per, l'esperienza
non fu felicissima, perch a 105 trovammo molte resistenze: non
digerirono l'ordine arrivato dai nuovi dirigenti, per cui mandarono
in onda controvoglia le nostre cronache, tagliando spesso il finale
delle partite e perdendo cos alcuni dei gol segnati nei minuti di
recupero. Ecco perch molti nostri ascoltatori sono convinti tuttora
che alcune partite siano finite con un risultato diverso. Ragazzi, 
il momento che sappiate la verit: Egitto-Uruguay  finita 0-1 per il
gol di Gimenez al primo minuto di recupero. Potrei andare avanti
con l'elenco, perch  stato il Mondiale con il maggior numero di
reti segnate dopo il novantesimo, ma non vorrei crearvi uno shock emotivo-temporale.
Carlo: I Mondiali del 2018 in Russia, anche se non partecipava
l'Italia, sono stati comunque una delle occasioni in cui ci siamo
divertiti di pi a commentare le partite, perch abbiamo avuto
l'occasione di farlo non solo in radio, ma anche in TV, potendo
governare la regia video e integrare le immagini trasmesse sul circuito
internazionale con altre, pi divertenti, scelte esclusivamente
da noi. Successe nei gloriosi Mondiali del 2006, dove facemmo in
contemporanea Sky Dire Gol sulla pay TV (con un canale interamente
dedicato a noi) e Rai Dire Gol su Radio 2. Poi nel 2014,
quando andammo in onda su Rai 4 e su Radio 2, e, appunto, nel
2018 su Mediaset Extra e Radio 105. A proposito: Brasile-Costarica
del 22 giugno 2018 fin 2-0 grazie ai gol di Coutinho al 91' e di Neymar al 97'. Per dire...
...
.
...
AMICI NOSTRI. Quelli che... prendono in giro. con Nicola Savino
...
.
...
Essere il bersaglio delle battute della Gialappa's Band  un onore,
ma bisogna avere le spalle larghe per reggere l'onda d'urto. Nicola
Savino, fan dei tre ragazzacci da adolescente, ha poi lavorato con
loro per alcuni anni. E all'inizio non  stato facile, come lui stesso racconta.
Marco: Ascoltavi Bar Sport su Radio Popolare, da ragazzo?
Nicola: Certo! E mi ricordo benissimo quell'emozione, una specie
di Albachiara di Vasco Rossi: Io solo nella mia stanza e tutto
il mondo fuori. Quel Bar Sport ha scardinato un modo di fare
radio. Ero un fan, il programma lo ascoltavo nel periodo del liceo:
mi sono diplomato nel 1986, quando avete fatto il Mundial del
Messico. Lo ascoltavo e ne parlavo assiduamente con Massimo
Venier, che poi  venuto a lavorare con voi.
Giorgio: Poi, quando ci siamo conosciuti?
Nicola: A Mediaset, io facevo l'autore a Le Iene e voi eravate
nello studio di Mai dire Gol, l vicino. Da sempre tengo dei diari
dove appunto i miei ricordi, e tra i desideri degli anni Novanta
c'era scritto: Sogno di lavorare con la Gialappa's Band. Il sogno
si realizz solo nel 2015, ma va bene lo stesso.
Marco: Quando facemmo insieme due edizioni di Quelli che il calcio su Rai 2.
Nicola: Nelle prime puntate ero terrorizzato, molto teso. Poi,
piano piano, mi sono lasciato andare. All'epoca il mio agente era
il compianto Franchino Tuzio, che mi diceva sempre: Tu hai un
tappo nel culo, bello!. E voi tre, ma soprattutto Giorgio
Gherarducci, con le sue mani da chirurgo, me l'avete tolto.
Giorgio: Il tuo tappo ce l'ho ancora a casa: lo tengo tra le cose pi care.
Carlo: Tu sei uno dei pochi con cui abbiamo lavorato che abbia
chiesto di avere nell'auricolare le nostre voci fuoricampo.
Nicola: S, un approccio molto radiofonico,
per non perdermi nulla. Il problema  che nello
stesso auricolare avevo anche la voce di Massimo
Venier, il capo autore, che non si limitava
solo a darmi istruzioni, ma talvolta era sarcastico
nei miei confronti. Quindi spesso dovevo
capire da chi arrivasse la voce, per sapere se
rispondere o no in onda. E quella pausa toglieva, inevitabilmente, il tempo comico.
Marco: A Le Iene, invece, avevamo un'ora di cazzeggio prima
della puntata e c'era sempre un momento in cui ti facevamo sbroccare.
Carlo: Io ti chiedo scusa, come abbiamo gi fatto in questo
libro con altre persone. Ricordo che ti torturavamo apposta, perch
tu hai la capacit di far ridere intenzionalmente, ma sei anche un
meraviglioso punching-ball. Reagisci in un modo molto divertente
alle angherie: sai essere carnefice, ma anche vittima.
Giorgio: Io non ti chiedo scusa, giammai.
Marco: Questa volta nemmeno io.
Nicola: Mi giravano veramente i coglioni. Ci sono state delle
volte in cui vi coalizzavate in tre, e ci vuole il fisico per sopportarlo.
Quando partivate con una raffica di battute coordinate, fra il serio
e il faceto, era pesante da sostenere.
Marco: Di solito trovavamo qualcosa che ti faceva incazzare e via, gi di battute.
Giorgio: Trovata la ferita aperta... pam! Un quintale di sale sopra.
Marco: Ci bastava vedere un minimo cedimento per partire.
Nicola:  cos, bastardi! Per la capacit che avete, in onda, di
rivitalizzare momenti morti  incredibile. Tirate su qualunque cosa,
rianimate i cadaveri: siete formidabili... ma stronzi.
Carlo: Facemmo anche due Dopo Festival insieme, su Rai 1.
Nicola: Quelle volte, se possibile, peggior il mio problema con
i nomi degli ospiti, forse per colpa della mancanza di sonno. Durante
una serata venne eliminata la cantante Chiara Dello Iacovo,
ma non c'era verso di ricordarmi come si chiamasse. L'apice, per,
lo raggiunsi quando venne ospite un pallanuotista a Quelli che il
calcio. Non ricordavo il nome e quindi gli chiesi, bello sereno: E,
senti, come va con la pallanuoto?. Senza mai chiamarlo per nome.
Marco: Guarda che l il problema non era solo che non ti ricordavi
il nome, ma soprattutto la domanda: Come va con la
pallanuoto?. Pensa se fosse venuto in trasmissione il Papa e come
prima cosa gli avessi chiesto: Senti, come va con la religione?.
Giorgio: Perch, vogliamo invece parlare della Formula 1?
Nicola: Puntata di Quelli che il calcio, in contemporanea alle
partite c'era un Gran Premio. Ospite in studio l'ex collaudatore della
Ferrari, Vitantonio Liuzzi, che tutti gli appassionati conoscono.
Io lo dovevo presentare in studio, ma ovviamente mi dimenticai il
nome, e dissi: E qui abbiamooooo... lei ?. E voi, bastardi di cui
sopra: Come lei ? Ma Nicola, che brutta figura.
Giorgio: Tra l'altro, non conoscendolo a nostra volta.
Nicola: In quel momento avevo nell'auricolare voi Gialappi che
mi prendevate per il culo pubblicamente, e Massimo Venier che
urlava, in privato: Ma che cazzo faiii?.
Carlo: Io mi ricordo di te che facevi l'imitazione di Giampiero
Galeazzi nel programma Libero su Rai 2 condotto da Paola
Cortellesi, che era appena andata via da noi.
Marco: Guardammo Libero solo per Paola, non certo per te. Sia chiaro.
Nicola: Dopo quell'imitazione mi chiam Carlo Freccero, allora
direttore di Rai 2, completamente impazzito: Allora, tu sei bravissimo:
vieni domani in ufficio da me!. Il giorno dopo mi presentai
in viale Mazzini, stappammo una bottiglia di champagne e lui disse:
Al prossimo conduttore di Libero. Io dormivo all'Hotel Isa in
via Cicerone: duecentomila lire a notte, me lo ricordo ancora. Spesi,
tra una storia e l'altra, cinque milioni di lire per stare a Roma, che
per me erano un sacco di soldi. In Rai mi fecero fare la prova costume
e altre amenit del genere. Una mattina aprii il giornale: Cambio
al vertice di Rai 2, va via Freccero, arriva Antonio Marano. Chiesi
in Rai: Com' che funziona qui?. Mi risposero: Non ti preoccupare,
non cambiano i piani. Mai pi sentito nessuno: niente. Andai
all'Hotel Isa, pagai il mio salatissimo conto e tornai a Milano con
cinque milioni di pive nel sacco. Ma mi  andata bene, perch non
ero pronto, mi sarei andato a schiantare.
Giorgio: Prova a dare una definizione di ognuno di noi.
Nicola: Carlo  lucido, Marco  passionale e tu Giorgio
sei scorretto, non nel senso che ti comporti male, ma che abusi in flatulenze.
Marco: E cosa pensi di averci trasmesso, oltre alla noia?
Nicola: Credo un po' di modernit nella musica. In quegli anni
a Quelli che il calcio, per esempio, investimmo molto su tutto
il movimento Indie, che poi  stato dominante negli ultimi anni.
Carlo: La cosa pi faticosa del lavorare con noi?
Nicola: Quando c' un ritardo, di scaletta o di prove, avete la
capacit di far partire un inutile cazzeggio che aggrava ancora di
pi il ritardo. Ma forse lo facevate perch tanto il conduttore ero
io, quindi cazzi miei. Perch tutti i comici che hanno lavorato con
voi mi hanno raccontato che, ai tempi di Mai dire Gol, eravate disciplinatissimi.
Giorgio: A proposito di voci nell'auricolare, una volta venne
Fiorello nella nostra postazione e a sorpresa inizi a parlarti come se fosse uno di noi.
Nicola: Ci misi un po' a capire cosa stesse succedendo. A un
certo punto entr la voce di Fiorello in cuffia. Dicendo parole in
codice che conosciamo solo io e lui. Poi scese in studio e fu davvero
fighissimo. Certo, essere bersagliato contemporaneamente dalla Gialappa's Band e da Fiorello non  stato facile.
Carlo: Se vuoi lo chiamiamo al volo adesso.
Nicola: No, direi che bastate gi voi... come sempre.
Marco: Finito di raccontare i nostri programmi radio, possiamo finalmente iniziare a parlare di Mai dire Gol?
Giorgio: E no, non vorrete mica saltare la gavetta da autori televisivi?
Carlo: Se fosse possibile, s. Ho speso molti soldi in analisi per rimuovere quel periodo, non vorrei vanificare tutto per colpa di questo libro. Sai, da genovese...
Marco: In effetti di aneddoti gustosi ce ne sono parecchi in quel periodo. Ma solo per curiosit: quando iniziamo a parlare di Mai dire Gol?
Giorgio: Se avessimo preparato un timone del libro potrei risponderti, invece anche questa volta abbiamo adottato il nostro metodo preferito: ad minchiam.
Carlo: Io la scaletta del libro me la sono preparata, eccome. E vi dico che, a occhio e croce, tra una dozzina di capitoli dovremmo arrivare a parlare di Mai dire Banzai.
Marco: Sempre che la voce narrante non ci metta i bastoni tra le ruote...
...
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...
LA TELEVISIONE
...
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7. La prima volta in TV.
...
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...
Come diceva Arrigo Sacchi, allenatore del Milan di fine anni Ottanta:
Nella vita, come nel calcio, ci vogliono occ, pazeinza e bus
del cul. Non sono sicuro delle prime due ma, per i tre ragazzi, in
effetti la terza componente c' stata. Hanno raccontato nei capitoli
precedenti la loro carriera radiofonica, iniziata in maniera casuale,
ma anche quella televisiva non  da meno. Anche perch la TV privata
stava vivendo lo stesso periodo di grande espansione, con un
pizzico di pionierismo e una forte tendenza alla sperimentazione.
Altro territorio perfetto per tre scappati di casa come loro.
Carlo: Questa voce narrante inizia a indisporre anche me. Comunque,
Marco, dicevi che Messico '86 fu il punto di svolta per
noi. Infatti il Mondiale termin a fine giugno e subito dopo arriv
a Radio Popolare la telefonata di Fininvest che, ovviamente, venne
passata a Sergio Ferrentino con il comprensibile dubbio che si trattasse
di uno scherzo. Gli dissero che ci stavano cercando da Cologno
Monzese e che c'era una proposta per noi per una trasmissione
di Italo Terzoli ed Enrico Vaime, due autori che avevano firmato alcuni
dei programmi di variet che avevano fatto la storia della Rai:
soprattutto due dei nostri programmi preferiti, Noi no e Tante
scuse con Raimondo Vianello e Sandra Mondaini. Andammo a
questa riunione con un misto di curiosit e perplessit, per capire
cosa volessero da noi, e ci spiegarono che non si trattava di Canale
5, ma di Rete 4: il canale del Gruppo Mondadori appena comprato
da Silvio Berlusconi. Quel programma doveva essere la punta di
diamante della nuova rete, in onda nella prima serata di venerd.
Marco: E nonostante questo, chiamarono noi?
Carlo: Le persone che ci avevano segnalati erano due: in primis
Laura, la figlia di Terzoli, che per tutto il Mondiale ci aveva seguiti
in radio e ci aveva segnalati a suo padre, il quale per un mese intero
si era saggiamente dimenticato di ascoltarci. Poi, per, arriv
un'altra segnalazione, quella dei figli di Alessio Gorla, produttore
del programma: ma anche lui non era stato attentissimo durante le
nostre radiocronache. Terzoli e Gorla, per, si parlarono riguardo
alla necessit di coinvolgere giovani autori e, casualmente, usc
proprio il nostro nome. A quel punto decisero di fidarsi dei figli e
di convocarci per questa trasmissione, senza che ci fosse ancora
un'idea precisa su come usarci. Nel programma, Un fantastico
tragico venerd, in un primo momento ci chiesero di ideare una
scheda ironica settimanale su temi televisivi per la rubrica Il processo
del venerd, affidata a Gino Rivieccio, cio il comico che
quell'anno aveva vinto il Festival nazionale del cabaret di Loano.
Rivieccio, infatti, era specializzato nell'imitazione di Aldo Biscardi,
il giornalista sportivo creatore de Il processo del luned.
Giorgio: Se era specializzato nell'imitazione di Biscardi, pensa il resto...
Marco: Il cast comico era vastissimo e copriva
tutto quanto lo stivale. A condurre c'era
il mitico Paolo Villaggio, supportato da Carmen
Russo. All'interno del programma erano
previsti molti momenti di variet, alcuni erano
persino belli, come Dischi caldi, anzi bolliti.
L'idea era semplice: far cantare canzoni internazionali
in voga in quel momento a vecchie glorie della musica
leggera italiana, tradotte in italiano e riarrangiate nel loro stile retro.
La rubrica era presentata dall'ottuagenario Nunzio Filogamo,
mentre le voci erano quelle di Achille Togliani, Giorgio Consolini,
Carla Boni e Joe Sentieri. Immaginate Russians di Sting cantata
cos: Abbiamo la stessa biologia, indipendentemente dall'ideologia.... Faceva molto ridere.
Giorgio: Era talmente oltre che faceva il giro e diventava quasi bella... quasi.
Marco: S, infatti, c'erano questi ottantenni che giocavano a
fare i giovani, il che creava una fantastica comicit: volontaria e,
soprattutto, involontaria. Una volta fu decisamente pi involontaria
del solito, perch durante l'interpretazione di All Night Long di
Lionel Richie, che ovviamente era diventata Tutta la notte, Achille
Togliani inizi a mostrarsi particolarmente impacciato e noi iniziammo
a ridere. Il problema era che stava avendo un ictus, proprio
durante la registrazione dell'esibizione. Fu ricoverato poche ore
dopo e per fortuna si riprese velocemente. Meno male: il senso di
colpa per averlo schernito in punto di morte ci avrebbe consumati
per tutta la vita. A Carlo e me, ovviamente. Giorgio, tu avresti dormito serenamente.
Giorgio: Poco ma sicuro!
Canale 5, in quegli anni, cercava di fare concorrenza alla Rai. A
volte con successo, a volte mandando in onda programmi quantomeno
discutibili. Frutto anche dell'eccesso di sperimentazione.
Rispetto alla TV di Stato, poi, i manager erano molto pi giovani
e quindi inevitabilmente pi inesperti. La critica si divideva a
riguardo tra chi rifiutava questo nuovo linguaggio e chi invece apprezzava il cambio di passo.
Giorgio: A noi il programma sembrava un gran minestrone
male assortito. La critica al programma fu molto contraddittoria;
La Stampa scrisse Il ritorno del variet rinverdito da Fininvest,
mentre Beniamino Placido su la Repubblica scrisse che Villaggio
era completamente svogliato e trattava in modo troppo crudele
Nunzio Filogamo. Ma Paolo trattava male chiunque: faceva parte
della sua comicit. Faceva davvero ridere quando fingeva di litigare
con il pubblico in studio: una volta butt una vecchietta gi dalla
galleria, ma si trattava di un manichino, ovviamente. Per noi era un
mondo del tutto nuovo: vivevamo chiusi sette giorni su sette nelle
sale montaggio per preparare la scheda per Rivieccio e il nostro
pezzo della settimana: Tutte le telenovelas minuto per minuto.
Sostanzialmente, prendevamo sequenze di telenovelas (Ciranda de
pedra, Agua viva e Marron Glac) sulle quali inventavamo di sana
pianta delle trame, passandoci la linea come se fosse la radiocronaca
di Tutto il calcio minuto per minuto: anzich per i gol o i
calci di rigore, per i baci, le sberle o i divorzi improvvisi.
Carlo: Le trame originali, in realt, ci erano del tutto ignote.
E non  escluso che fossero ancora pi assurde delle nostre. A
gestire i collegamenti era Sergio Ferrentino, con il soprannome di
Gersio, mentre noi tre eravamo gli inviati dai campi: Bubu, Popi
e Dedo. Non ricordo perch avessimo scelto degli pseudonimi (e,
soprattutto, perch proprio questi): probabilmente per vergogna,
sperando di poter negare di essere stati davvero noi...
Giorgio: Era tutto completamente nonsense: se un'attrice faceva
una smorfia drammatica, per esempio, noi dicevamo che non stava
usando il callifugo Ciccarelli. Questo era il tenore degli interventi
e, purtroppo per noi, in Rete ci sono prove di questi misfatti. Alla faccia del diritto all'oblio.
Marco: La cosa che ci occupava pi tempo durante la settimana,
per, era la preparazione della scheda introduttiva della
parodia de Il processo del venerd, che prendeva in giro la trasmissione
originale. Le nostre schede non erano sul tema calcistico
del giorno, ma parlavano di televisione, come per esempio dei concorrenti
dei quiz. Cercammo in tutti i programmi delle reti Fininvest
episodi buffi, teorizzando improbabili malattie che portavano
i protagonisti a comportarsi in determinati modi. In prima battuta
prov a doppiare la scheda Giorgio, ma fu escluso subito perch
il fonico diceva che era inascoltabile: ancora oggi ti prendiamo in giro per questa cosa.
Giorgio: Ero nervosissimo, avevo le corde vocali che tremavano
per la tensione, e il tecnico mi diceva: Smettila di far esplodere le
labiali, ma io non sapevo nemmeno cosa volesse dire. La facemmo
vedere a Terzoli e Vaime e, giustamente, dissero che era uno
schifo, cos la facemmo doppiare a Sergio Ferrentino: l'unico di
noi quattro a poter ambire al lavoro di doppiatore. Un'altra cosa
che facemmo come autori fu quella di inventare i nomi di alcune
rubriche del programma. Per esempio, una di queste era la sfida
tra tifoserie di due squadre di calcio e a noi venne in mente di intitolarla Professione supporter.
Marco: E neanche per questi titoli ci hanno dato un Pulitzer? Strano.
Carlo: Curavo io Professione supporter. Il mio importantissimo
lavoro autorale consisteva nello scegliere una stagione
calcistica, per esempio il Campionato 1978-1979, e una lettera
dell'alfabeto. Vinceva il concorrente che ricordava pi calciatori
della sua squadra del cuore il cui cognome iniziasse per quella lettera
e che avessero giocato proprio in quella stagione. La difficolt
maggiore fu comprare gli almanacchi illustrati del calcio di tutto il
decennio precedente e, per non avvantaggiare nessuno, individuare
ogni volta una lettera e un campionato che permettessero ai concorrenti
di pescare nella memoria tra lo stesso numero potenziale
di candidati. Provate a immaginare, o ricordare, la vostra vita
senza Internet: tutto si faceva in maniera analogica. Generalmente
si pensa che il lavoro di autore, o di sceneggiatore, sia divertente. Invece pu essere noiosissimo.
Giorgio: Solo a risentirlo spiegato mi  venuto mal di testa. Avete dell'ibuprofene?
Marco: Ibuprofene? Parli del portiere del Bologna?
Se hai talento per fare televisione, quello si manifesta anche alle
prime armi. E se non hai esperienza, comunque, ti rendi conto se
stai facendo una cagata pazzesca. Ed  quello che successe ai
tre. Almeno nei ricordi di Marco... vatte a fida'.
Marco: Nonostante i turni di montaggio massacranti, ricordo
forte l'emozione di lavorare in televisione, di capire cosa succedesse
dietro le quinte e poi della messa in onda. Ovviamente lo dissi a
tutti quelli che conoscevo: amici, parenti e anche ai colleghi dell'ufficio
dove lavoravo ancora, quello che forniva software e assistenza
informatica. Ricordo il primo venerd in cui and in onda: tutta la
mia famiglia era schierata sul divano davanti alla televisione. Part
il programma e dopo solo mezz'ora ricordo il mio senso di vergogna,
perch era un'accozzaglia di cose slegate tra loro, senza un
filo conduttore o una logica coerente; e cos mi pentii e mi chiesi:
Ma perch l'ho detto a tutti?. Il giorno dopo eravamo al bar degli
studi TV e incontrammo Guido Angeli, il primo teleimbonitore
italiano, quello del mobilificio Aiazzone con lo slogan Provare
per credere, che in Un fantastico tragico venerd faceva la parodia
di se stesso, vendendo cose improbabili. In base ai dati di
gradimento, disse: Un trionfo! Un giorno potremo dire ai nostri
nipoti io c'ero!. Questa  una trasmissione che fa curriculum:
sar sufficiente esserci stati, non importa a che titolo. Noi eravamo
perplessi. Ci sembrava un brutto programma, ma eravamo
gli ultimi arrivati e poi le rilevazioni telefoniche sul gradimento,
perch ancora non c'era Auditel a censire i dati d'ascolto, dicevano
che la trasmissione era piaciuta. Quindi forse aveva ragione Guido Angeli.
Giorgio: La doccia fredda arriv il 12 dicembre 1986, dopo la
sesta puntata, quando a quel punto Auditel era entrata in gioco:
aveva debuttato proprio il 7 dicembre. La prima rilevazione dei dati
d'ascolto ci assegn un misero tre per cento di share medio. Il programma
costava circa seicento milioni di lire a puntata e quindi,
per giustificarne la messa in onda, avrebbe dovuto fare almeno il
quindici per cento. Erano previste quindici puntate pi altre quindici,
per un totale di trenta, ma era evidente che con quei numeri
non le avremmo mai fatte. E noi ci facemmo i conti in tasca. Per
finimmo le prime quindici puntate, mentre oggi cancellerebbero la trasmissione immediatamente.
Marco: Gi, perch la nostra prima trattativa economica fu fatta
nell'ufficio dell'avvocato di Fininvest, con Leonardo Pasquinelli
(oggi Amministratore Delegato della casa di produzione Endemol
Shine Italia), allora produttore di Rete 4: ci fece un'offerta ridicola,
che Giorgio era comunque pronto ad accettare.
Giorgio: Anche se ero uno studente di Economia, ammetto di
essere sempre stato una pippa nelle trattative. Per questo, negli
anni, ho lasciato fare a voi. Che non siete proprio dei lupi di Wall
Street, ma sicuramente siete pi lucidi di me.
Marco: Infatti Carlo e io ci impuntammo. Il discorso dell'azienda
era: Per voi deve essere un onore partecipare... dovete fare un
investimento sul vostro futuro... a guardar bene, dovreste pagare
voi per farlo, e cose del genere, ma per fortuna noi tenemmo la
posizione e alla fine ottenemmo cinquecentomila lire lorde. Non
una grande cifra neanche nel 1986, ma era il nostro primo stipendio
ed eravamo molto giovani. E comunque sempre meglio che
fare un lavoro vero. L'avvento di Auditel e quei dati d'ascolto cos
miseri, per, complicarono le cose: infatti le altre quindici puntate vennero cancellate.
Carlo: Ci dissero subito: Se vi diamo anche solo mille lire
in pi a testa, andiamo fuori dal budget. In quel momento non
avevamo ancora scoperto che spendessero seicento milioni a puntata.
Poi ci dissero che saremmo andati in video all'interno de Il
processo del venerd, ma a noi non interessava apparire, e quando
lo capirono spostarono tutta la trattativa su quel punto: stabilirono
una cifra per fare semplicemente gli autori, che rimase fissa, e una
cifra per andare in video, che incrementarono fino a un milione
di lire. Durante la trattativa loro continuarono ad alzare la cifra
per l'eventuale presenza in scena, sapendo che tanto a noi non interessava.
Anche se, a dire la verit, qualcuno di noi and in onda come ballerino di fila...
Giorgio: Ahim, s, Marco e io facemmo un balletto: ricordo
che io ero in seconda fila, a sinistra, con un'espressione molto seria
e concentrata, per non sbagliare la coreografia curata da Enzo
Paolo Turchi. E la cosa surreale  che per quella prestazione in
video non ci pagarono: Questa  un'apparizione che non conta,  una comparsata!. Ci fecero fessi cos...
Marco: E non fecero nemmeno troppa fatica.
Giorgio: Insomma, arrivati alla quindicesima puntata, il programma
venne chiuso e noi finimmo a casa senza lavoro. Ricordo
che il primo pagamento fu di circa un milione di lire. Corsi subito
alla Moro Elettrica, negozio di elettrodomestici famoso a Milano
negli anni Ottanta, a comprare il mio primo videoregistratore,
con telecomando a filo e caricamento della cassetta dall'alto. Quel
videoregistratore ebbe una vita bizzarra: nel palazzo ero uno dei
pochi ad averlo e il portinaio scopr che qualcuno comprava cassette
porno e, per non farsi beccare dalla moglie, le buttava nella
spazzatura. Lui le prendeva dai cassonetti condominiali e veniva
a casa mia a vederle quando mia madre non era in casa. Dopo la
terza volta gli dissi che il videoregistratore si era rotto. Oltretutto i film erano di pessima qualit.
Marco: Gi, se fossero stati belli, non li avresti certo buttati nella spazzatura condominiale...
In quel momento di incertezza, per, si compie la genesi definitiva
della Gialappa's Band per come la conosciamo oggi: da quattro a
tre componenti. E non  un caso se capit proprio in un momento
di crisi, perch (per quanto mi costi far loro un complimento) Carlo,
Giorgio e Marco hanno sempre dato il meglio proprio nelle difficolt,
cementando la loro unione in un costante mutuo soccorso.
Marco: Dopo qualche settimana da disoccupati, il produttore
Alessio Gorla (che ci voleva bene) trov un escamotage per richiamarci.
Fininvest doveva onorare il contratto di Paolo Villaggio con
altre quindici prime serate, cos idearono un programma molto pi
economico, Che piacere averti qui, spostato alla domenica sera
su Italia 1, nei mesi estivi. Si trattava di un contenitore con filmati
di repertorio per celebrare le reti Fininvest. Il nostro compito di
autori fu trasformato in quello di visionatori, ma... sempre meglio
che disoccupati. E, comunque, quella palestra ci torn molto
utile, anni dopo, per la creazione di Mai dire Gol.
Giorgio: Ecco l'escamotage: Gorla ci chiese anche di ideare un
quiz e a quel punto Sergio Ferrentino decise di andarsene; non gli
interessava pi continuare quell'esperienza, e poi i rapporti tra noi
erano cambiati: in radio lui era il capo, mentre in televisione eravamo
tutti alla pari ed evidentemente aveva iniziato a soffrire un
po' la cosa. Continuammo a fare Bar Sport insieme, ancora per
un anno, poi per i nostri impegni televisivi diventarono troppo
pressanti e cos le strade si divisero per sempre. Sergio negli anni
ha fatto tante cose belle: ha insegnato radiofonia in diverse universit,
scritto (e prodotto) radiodrammi, libri, spettacoli teatrali,
e continuato a fare programmi radiofonici di successo, anche su Radio 2.
Marco: Durante le registrazioni di Che piacere averti qui
vedemmo per la prima volta Silvio Berlusconi. Il giorno che venne
in visita per salutare Paolo Villaggio tutti si vestirono bene per l'occasione, tranne noi.
Giorgio: Anche perch non ci siamo mai vestiti bene in tutta la nostra vita.
Marco: In effetti... Comunque, appena entrato in studio, senza
sorprenderci troppo, Berlusconi and a salutare per prima Maria
Pia Marisi, una soubrette napoletana poco conosciuta e non proprio
raffinatissima, che aveva preso il posto di Carmen Russo,
evidentemente per risparmiare sul budget. Erano anni in cui la televisione
privata dava l'immagine di una vita fatta di luci e paillettes,
belle donne e uomini sempre sorridenti. Specchi per le allodole,
potremmo dire. Ricordo con un filo d'angoscia uno strano episodio:
a fine trasmissione c'era il famoso quiz per lo sponsor, con
concorrenti veri. In una puntata partecip un falegname veneto,
che tra l'altro non vinse neppure. Il giorno dopo si ripresent ai
cancelli dicendo: Basta, ho lasciato il mio lavoro, ho detto al mio
capo che non torno pi. Ho visto le luci della ribalta e ho capito
che voglio fare questo, fatemi lavorare in televisione!.
Carlo: Per in quel periodo conoscemmo il Pippo Nazionale.
Marco: Pippo Inzaghi?
Carlo: Ma no... Nel gennaio del 1987 la Rai entr in conflitto
con Pippo Baudo, che decise di passare in Fininvest diventandone
direttore artistico. Tra le mille riunioni che fecero fare a Baudo, ce
ne fu una con i presunti giovani autori. Tra cui noi. Baudo venne
a tenere una lezione di televisione e ci insegn, a suo dire, le regole
principali del lavoro. L'unica che mi  rimasta scolpita nella memoria
: Bisogna smettere di fare un programma prima di stancarsi
di farlo, perch il pubblico se ne accorge, e questa, in effetti,  una
regola d'oro (la mettemmo in pratica gi l'anno dopo, smettendo
di fare Bar Sport). E immancabilmente chiuse la riunione con: Vabb, ragazzi, merda!.
Marco: Non lo incontrammo mai pi.
Giorgio: In quello stesso anno abbiamo conosciuto anche Enrico
Vaime, che oltre a essere stato uno dei pi grandi autori della
storia della radio e della televisione italiana, era una delle persone
pi spiritose che abbiamo mai incontrato. Ci inond di battute e
di aneddoti davvero esilaranti sulla sua vita professionale, come
quello sull'attrice Isabella Biagini. Dovevano fare uno spettacolo
teatrale con lei, ma pare fosse una rompiscatole pazzesca e una sera
Vaime e Terzoli si misero d'accordo: Domani, la prima volta che
la Biagini rompe, facciamo una scenata e ce ne andiamo. Il giorno
dopo, in riunione, arriv la Biagini, che semplicemente disse: Ha
rinfrescato, oggi!; e allora Terzoli si alz urlando: E basta, hai
rotto il cazzo, non ne possiamo pi!, totalmente senza motivo.
Dopodich se ne and e Vaime, imbarazzatissimo per la scenata
di Terzoli, senza dire niente, lo segu a ruota.
Marco: Una delle battute pi belle che sentii dire a Vaime, riferita
a uno degli autori, fu: A me pare un cojone, ma non vorrei
farmi prendere dall'entusiasmo. L'ho riutilizzata per trent'anni.
Carlo: Io ricordo una frase che ci disse nel periodo in cui era
stata annunciata la chiusura di Un fantastico tragico venerd e
non era ancora apparsa la zattera di salvataggio di Che piacere
averti qui. Vaime ci disse: Non so come andr a finire, c' ancora
il contratto di Villaggio che, comunque, potrebbe prevedere
un altro programma, ma in ogni caso state tranquilli: perch in
televisione  difficile entrare, ma  impossibile uscire!. Non so se fosse un augurio o una maledizione nei nostri confronti. In ogni caso, cos fu.
...
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AMARCORD. Com' umano lei. di Marco.
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La riunione degli autori di Un fantastico tragico venerd  appena
finita. Tutti sono usciti alla velocit del ventilatore, come se stesse
per arrivare Giggino Di Maio per un comizio elettorale. Come al
solito Carlo e Giorgio sono usciti di corsa, mentre io sono rimasto
l'ultimo. Devo raccogliere tutti i miei effetti personali, che ho
apparecchiato sul tavolo infinito della gigantesca sala riunioni di
Milano 2. L'ho sempre fatto e sempre continuer a farlo. Arrivo,
mi siedo, apro lo zaino e inizio a tirare fuori di tutto: block notes,
penne (pi di una, nel caso non funzionassero), bottiglietta d'acqua,
sigarette e accendino (all'epoca la fumata era libera in ogni locale,
il Ministro Sirchia non aveva ancora promulgato la sua sacrosanta
legge) e caramelle balsamiche (da sempre ne sono dipendente: in
confronto Maria De Filippi  una bambina dell'asilo). Sono l che
ripongo tutto nello zaino, serafico e metodico, prima di raggiungere
gli altri, che come al solito mi aspettano all'ascensore.
Ma perch ogni volta lo svuoto, come se dovessi arredare il tavolo come camera mia? Forse perch, se no, cosa me le porterei a fare quelle cianfrusaglie? Carlo e Giorgio saranno gi all'ascensore con
Terzoli e Vaime a chiedere consigli sui pezzi che dobbiamo scrivere
e a ridere come matti con gli aneddoti di Vaime. Devo sbrigarmi,
ma soprattutto devo perdere questa brutta abitudi...
Un momento. Quello a capotavola  Paolo Villaggio? Anche
lui si  attardato? Ora che siamo soli vorrei avere il coraggio di
dirgli che lo amo, che la sua parodia degli impiegati in Fracchia e
Fantozzi  geniale.  riuscito a cogliere il fatto che nel post boom
economico i colletti bianchi sono diventati, di fatto, la nuova classe
operaia: vessati dai padroni. La catena alimentare del capitalismo
si restringe sempre pi verso l'alto. I suoi non sono film comici, ma
denunce delle aberrazioni sociali che sono accadute e accadono
quotidianamente. Se solo avessi il coraggio di rivolgergli la parola...
chiss quante cose interessantissime avrebbe da dirmi. E il suo
essere cos burbero e cinico, come lo descrive la stampa, per me 
solo un valore aggiunto.  uno che dice sempre quello che pensa:
un'autentica rarit in questo Paese di pecore irreggimentate. Vorrei
dirgli tante cose, ma  meglio se mi faccio i fatti miei, per non fare
la figura del fan. Dopotutto, lavoro con lui...
In quel momento anche Paolo Villaggio, che fino ad allora era
rimasto quasi frizzato in un suo pensiero intimo, si rende conto
della mia presenza dalla parte opposta del tavolone, circa dieci metri pi in l.
Villaggio mi guarda, io guardo Villaggio:  uno scambio di
sguardi che dura pochi secondi, poi l'attore genovese alza un dito,
come a voler attirare la mia attenzione. In fondo sono un giovane
autore del suo programma, mi ha visto per settimane a questo
tavolo, ma non mi aveva mai rivolto la parola. Mai, neanche per
un moto di incoraggiamento tipo: Bravi, ragazzi, state facendo un buon lavoro....
D'altra parte, la fama di essere cos asciutto ed essenziale nei
rapporti umani l'ha sempre preceduto. Per questa volta ho colto
quel gesto impercettibile del dito, ho capito che vuole dirmi qualcosa.
Finalmente  arrivato il mio momento. Meglio tardi che mai!
Paolo Villaggio, uno dei pi grandi geni comici del mio tempo, sta per parlarmi.
Forse vuole confrontarsi su una rubrica o su un testo preparato
da Carlo, Giorgio e me. Forse gli hanno parlato di questi tre ventenni
che fanno radio in maniera dissacrante. Forse  incuriosito
dal nostro modo di ridicolizzare il mondo del calcio, da sempre
descritto e raccontato con una liturgia ortodossa. Magari, da tifoso
sfegatato della Sampdoria, ha ascoltato qualche nostra telecronaca.
Forse  solo curioso di sapere cosa significhi Gialappa, oppure vuole chied...
Paolo Villaggio: Senti, ragazzo, io ho il videoregistratore in
albergo che non funziona bene: come posso fare? Puoi dargli un'occhiata?.
Lo fisso. Sono raggelato. Pensa che sia un tecnico dei nuovi
VHS, o forse ha sentito delle mie gesta all'agenzia Pirella?
In settimane e settimane di riunioni di scaletta non ha capito che
noi tre siamo autori del suo programma. Sono frustrato, ma pi che
altro non voglio dirgli la verit, per non farlo sentire un cretino e
per rispetto. Lui  un gigante, ci sta che non mi abbia mai notato.
Cos chiudo lo zaino alla Mary Poppins, pieno di cose. Mi alzo,
metto la borsa sulla spalla destra ed esco. In silenzio. Perch dopo
quella figura di merda, c' poco da dire.
Ma un dubbio, uscendo, mi assale: e se l'avesse fatto apposta?
...
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8. Anche i Ricci pungono.
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In un'epoca senza telefoni cellulari, senza Internet e, di conseguenza,
senza social network, non era cos facile trovare qualcuno. E il
destino ci metteva molto del suo, cambiando le vite alle persone
solo per un dettaglio. Marco, infatti, ricorda ai suoi soci la casualit
di un incontro che fu fondamentale per la loro carriera. Nel bene, ma anche nel male.
Marco: Ok, dopo la fine delle quindici puntate di Che piacere
averti qui tornammo a essere disoccupati. Per, mesi prima,
c'era stato un incontro casuale che si sarebbe rivelato importante.
Durante Un fantastico tragico venerd io seguivo le registrazioni
delle puntate in un salottino appena fuori dallo studio, dove
c'era un grande televisore collegato con la regia. Stavo l e commentavo
quello che succedeva, scherzando con gli altri presenti.
Vicino a noi, tra gli altri, c'era spesso una bellissima Alba Parietti,
moglie di Franco Oppini dei Gatti di Vicolo Miracoli, che rideva
come una matta a tutte le nostre battute. Anni dopo venne anche
ospite a Mai dire Gol. In quel salottino c'era sempre un signore,
a noi sconosciuto, che si divertiva a sua volta con le mie cazzate.
Dopo un po' scoprii che era Antonio Ricci, l perch scriveva i
testi di Carmen Russo e Carlo Pistarino, due artisti del cast di
Drive In, di cui lui era il deus ex machina. Qualche mese dopo
Ricci ci cerc e chiam Radio Popolare, perch in quel periodo
senza telefonini noi eravamo quelli della radio. Prese la chiamata
Sergio Ferrentino e, bench io fossi assolutamente certo del
contrario, si convinse che Ricci volesse parlare proprio con lui.
Quindi si present in Fininvest da Antonio, il quale appena lo
vide disse: E tu chi cazzo sei? Io volevo parlare con quello con l'orecchino. Cio io.
Giorgio: Secondo me all'epoca ci chiamavano: quello alto, quello magro e quello con l'orecchino. Che forse sarebbe anche stato meglio di portarsi dietro per trent'anni il nome di una purga...
Carlo: Il ripescaggio fu merito di Marco, perch se non avesse
fatto colpo su Ricci non avrebbe mai chiamato Radio Popolare.
Ma la ragione per cui ci cerc fu anche un nuovo incarico che
aveva ricevuto da parte dell'azienda: formare giovani autori. Era
una fase di espansione della TV commerciale in Italia e non c'erano
nuovi autori, perch era una figura del tutto inedita: gli unici in
circolazione venivano presi dalla Rai.
Marco: Dalla Rai e dalle residenze per anziani Anni Azzurri, a giudicare dall'et media.
Giorgio: Fummo chiamati in televisione per fare gli autori, ma
non l'avevamo mai fatto. Molti, poi, erano convinti che le nostre
radiocronache fossero tutte copionate e non frutto dell'improvvisazione
del momento, come in realt erano. Anzi, addirittura
sul Corriere della Sera qualcuno scrisse che erano opera di
Gino&Michele, come se potessero in diretta scrivere a macchina i testi e mandarceli.
Carlo: Dato che nella TV di quegli anni c'era carenza di tutto, in
particolare di tecnici e di autori, ad Antonio Ricci venne chiesto di
avviare questa scuola, il cui motto era: Non ti spiego cosa devi fare,
n come si fa, ma vedo se lo sai fare: tanto si impara solo facendolo.
Quindi, il nostro compito non fu quello di ascoltare lezioni e metterle
in pratica, ma quello di sentirsi dire: Oggi provate a scrivere pezzi
su questo o quel personaggio. Ci chiudevamo a scrivere e, devo dire,
per noi che abbiamo fatto obiezione di coscienza, quello a Drive
In  stato l'anno di servizio militare, perch tutto quello che mi 
stato raccontato da chi ha fatto la naia l'ho ritrovato l. Nonnismo compreso.
Giorgio: Noi in caserma saremmo resistiti cinque minuti: alla
prima battuta ci avrebbero sbattuti a Gaeta, buttando le chiavi del carcere militare.
Marco: Ricci e il suo sodale Lorenzo Beccati, con cui firma tuttora
Striscia la Notizia, amavano fare scherzi e le vittime preferite,
ovviamente, eravamo noi giovani. Proprio come a militare. In
pi, nessuno ci aveva mai spiegato come si facesse questo mestiere.
Solo Giorgio sembrava portato per quel tipo di trasmissione.
Giorgio: Provammo a scrivere pezzi comici ed erano oggettivamente
brutti, perch a Drive In si accettava solo un certo tipo
di battute e comicit. Allora, dopo i primi test falliti, mi fermai
in una libreria e trovai un libro scritto da Enrico Vaime, con tutti
i monologhi di Gianfranco D'Angelo proprio per Drive In;
monologhi che aprivano e chiudevano la trasmissione, motivo per
cui erano considerati molto importanti da Antonio. In una notte
lo divorai e mi resi conto che c'erano una struttura e una tecnica
ben precise. Mi ricordo che, finita la lettura, mi misi a scrivere un
monologo che portammo il giorno dopo a Ricci: and in onda
quasi integralmente, e da l capimmo lo schema.
Carlo: Lo avrai capito tu, Giorgio: io, sinceramente, non l'ho capito ancora adesso.
Giorgio: Lo so, Carlo, il mio era un pietoso pluralis maiestatis.
Gli anni della gavetta sono fondamentali per chiunque e, nonostante
tutto, lavorare in quel periodo nella TV privata per eccellenza,
a stretto contatto con il gruppo di autori migliori in circolazione,
fu sicuramente un privilegio per Carlo, Giorgio e Marco.
Anche se da sempre se ne lamentano. Ma poi, che ne sanno loro della naia?
Marco: Contemporaneamente a Drive In, Ricci ci fece lavorare
anche a un nuovo programma, Matrioska: tra gli autori
compariva anche Davide Parenti, il futuro pap de Le Iene, con
cui poi collaborammo spesso negli anni a venire. Un giorno invitai
il cantante Carlo Chieffo, che aveva scritto l'inno dell'associazione
cattolica Comunione e Liberazione, e che facemmo esibire senza
svelargli il contesto della trasmissione. Il giorno della conferenza
stampa di presentazione di Matrioska, Ricci anticip il video
sull'inno di CL, facendo morir dal ridere tutti i giornalisti, che
ovviamente ne scrissero. In un Paese ancora saldamente in mano
alla Democrazia Cristiana, il programma venne bloccato: non si
limitarono a censurare l'episodio, proprio cancellarono la trasmissione,
di cui avevamo gi registrato alcune puntate.
Giorgio: Dopo l'accaduto Ricci decise di scioperare e quindi
blocc anche Drive In. In quei giorni vennero chiamati ad Arcore
anche Gino&Michele e Zuzzurro&Gaspare, a cui Silvio Berlusconi
chiese di sostituire Ricci alla guida di Drive In per far
proseguire la messa in onda, ma tutti rifiutarono. Berlusconi allora
si accord con Ricci, che riprese a fare Drive In, e Matrioska
(che venne rinominata L'araba fenice) pot andare in onda. Senza l'inno di CL, ovviamente.
Marco: Nel cast di Matrioska c'era anche la pornostar pi
famosa d'Italia in quegli anni, Moana Pozzi, il cui compito era
curare L'angolo della vergogna. L'idea era questa: lei entrava
completamente nuda, solo con le scarpe, mostrava un filmato di
un onorevole in cui questo faceva una figuraccia e diceva: E poi
dicono che mi dovrei vergognare io: ma si vergogni lei, signor
onorevole!. Questa era la sua funzione.
Giorgio: Gran bella funzione. Se chiudo gli occhi ancora vedo quelle... scarpe.
Marco: Moana era molto simpatica. Un giorno eravamo al bar
degli studi e lei era ancora con il costume di scena: ovvero tutta
nuda con i tacchi a spillo. A un certo punto arriv al bar il produttore
del programma, con un accappatoio, chiedendole di rivestirsi.
Moana allora disse: E la prima volta che vedo un produttore che
chiede a una donna di rivestirsi, anzich il contrario!. Geniale!
Giorgio: I nostri rapporti con quel gruppo di lavoro, per, non
furono ottimali e, anche per questo motivo, accettammo l'invito di
Gregorio Paolini, ex produttore Fininvest che era passato a Odeon
TV, in quegli anni il consorzio di reti televisive locali pi importante
d'Italia. Paolini aveva bisogno di giovani autori e ci chiam, e noi andammo di nascosto.
Marco: Il segreto di Pulcinella in un ambiente dove si conoscono
tutti. Ma noi giravamo con baffi, nasi finti e parlando con
accenti strani. Come Fantozzi quando fa la telefonata anonima.
Rendendoci, di fatto, ancora pi riconoscibili.
Carlo: Dalle 13 alle 20 lavoravamo in redazione a Drive In,
poi andavamo a mangiare una pizza, e poi di nuovo a lavorare fino
all'alba, quasi sempre a casa mia, per scrivere i programmi per
Odeon. Spesso facevamo il drittone, ovvero non andavamo proprio
a dormire, perch finivamo alle 6 e alle 8 cominciavamo il turno
in sala montaggio. Eravamo giovani! Se lo facessi ora... no, anzi,
non voglio nemmeno pensarci.
Marco: Ma se non lo fai da trent'anni. Forse prima di diventare
vegano hai ingoiato un anziano in pantofole.
Della faida tra Antonio Ricci e la Gialappa's Band se ne sono
sentite di tutti i colori nei corridoi di Cologno Monzese, ma molte
sono leggende metropolitane. Certo, non erano compagni di
merende: al massimo si saranno insultati a colpi di besugo e burfaldino.
Giorgio: Con Ricci abbiamo avuto a che fare molto spesso, anche
perch eravamo nella stessa azienda. Ricordo alcune tensioni
per Paperissima. Ottenne comprensibilmente che nessun altro
in Mediaset potesse mandare in onda filmati di papere ed errori,
eccezion fatta per quelli sportivi, che spettavano a noi.
Carlo: Spesso nascevano comunque controversie su quali fossero
i confini dell'ambito sportivo. Una volta, per esempio, andammo
nella vecchia sede del Milan in via Turati a parlare con Adriano
Galliani, che era il Direttore Generale di Fininvest e l'Amministratore
Delegato della squadra rossonera, e quindi toccava a lui
dirimere le diatribe interne. Noi avevamo il filmato di un invasore
di campo a Vicenza, dove si vedeva lui che entrava in campo, tutti
che lo inseguivano, lui che si arrampicava e tornava sugli spalti, con
le forze dell'ordine che lo tiravano da una parte e i suoi compagni
ultra che lo tiravano dall'altra. Per noi era perfetto, un minuto e
mezzo di filmato molto divertente. Ricci, per, cerc di non farcelo
mandare in onda, sostenendo che fosse di sua competenza.
Dovette intervenire Galliani, che quindi ci convoc nella sala dei
trofei del Milan per discuterne. A quel punto l'interistissimo Marco
gli chiese: Scusi, ma non vedo la Mitropa Cup, ovvero la coppa
internazionale che giocava la vincitrice della Serie B, che il Milan conquist nel 1982.
Giorgio: Dopo quella battuta mi stavo alzando per andarmene, ero convinto che ci cacciasse.
Marco: Lo so, dopo tanti anni vi chiedo scusa. Pensate che
per tutto il tragitto in macchina mi ero ripetuto: Non parlare di
Mitropa, non parlare di Mitropa, non parlare di Mitropa. Ma
appena siamo entrati mi  uscito naturalmente... come un rutto.
Carlo: Invece Galliani sorrise amaramente, ci diede ragione
e mandammo in onda noi il filmato di Vicenza. Nonostante la battuta di Marco.
Giorgio: Con il tempo, poi, i rapporti con Ricci si normalizzarono.
Ricordo che nel 1996 ci prest il costume del Gabibbo per
fare uno sketch. E poi, nel 1999, ci invit a fare la promozione del
nostro film in una puntata di Striscia la Notizia.
Marco: L'ultima volta che ho sentito Ricci  stato quando andammo
a lavorare in Rai: Pier Silvio Berlusconi dovrebbe farvi
una statua a Cologno Monzese, se non altro per l'invenzione di Tafazzi!, disse.
...
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...
AMARCORD. Fantastica Moana. di Carlo.
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...
Ragazzi,  arrivata all'ingresso la signora Pozzi, chi va a prenderla? Carlo, ci pensi tu?
Prima che io mi dilegui, la segretaria di produzione di Matrioska,
Dora, mi afferra con piglio da sergente di ferro e mi affida
un compito apparentemente molto semplice, ma in realt pieno di
insidie. Negli anni Ottanta Moana Pozzi  la donna pi desiderata
d'Italia. Prima attrice di commedie all'italiana, poi pornostar
della scuderia di Riccardo Schicchi. La prima vera stella italiana
dell'hard, che ha scalzato dal trono l'ungherese Ilona Staller, in
arte Cicciolina. Moana  nata in una famiglia genovese altoborghese
e ha frequentato le scuole dalle suore, per poi intraprendere
una carriera all'esatto opposto del suo retaggio. Forse proprio per
questo gli italiani impazziscono per lei: una pornostar che potresti
tranquillamente invitare alla cena di Natale con i parenti, perch  colta, di buone maniere e molto ironica.
Ricci ha deciso di ingaggiarla per il programma e di metterla in
scena completamente nuda, nello splendore dei suoi ventisei anni,
per invitare a vergognarsi ben altri soggetti (scelta che cre non
pochi problemi, ma che ottenne il risultato voluto: far diventare
la trasmissione un caso nazionale, arrivato sugli scranni del Parlamento).
La maggior parte dei miei amici sarebbe felice di questo compito,
ma io, mentre cammino nel lungo tragitto dallo studio di
registrazione ai cancelli d'ingresso di Milano 2, vengo divorato dall'ansia.
Oh: ma tutta questa strada dovr farla anche al ritorno con
Moana? A occhio e croce saranno cinque minuti di camminata, non
posso percorrerli tutti in silenzio, sarebbe davvero molto maleducato
e poi lei potrebbe pensare che sia un sociopatico: non il massimo
per un autore televisivo. Non che voglia fare colpo su di lei... be',
forse, magari un pochino s... ma che cosa potrei mai dirle? Cio,
da appassionato di cinema, se fosse un'attrice di genere... diciamo...
normale, tradizionale, insomma non pornografico, potrei parlare
del suo ultimo film, dirle che l'ho trovata molto intensa nell'interpretazione,
come ho fatto una volta con Margherita Buy, per esempio.
Ma con lei? Mica posso farle i complimenti!
E pi pensavo a cosa dirle, pi mi rendevo conto che il percorso
era davvero lungo e che al ritorno mi sarebbe sembrato infinito.
Chi ha avuto esperienze radiofoniche ha una percezione dello scorrere
dei secondi quasi soprannaturale, perci so perfettamente che
cinque minuti di camminata sono un lasso di tempo immenso. E
colmarlo con convenevoli  difficilissimo, se non impossibile.
Se al posto mio ci fosse Giorgio, vero cinefilo a 360 gradi, le
potrebbe dire che La bottega del piacere gli  piaciuto molto pi di
Moana la scandalosa o di Fantastica Moana. Ma Giorgio, come
al solito,  in ritardo... Lei per  di Genova, la citt dei miei genitori.
Potrei chiederle se per caso conosce Beppe: l'amico con cui
ho rifatto centinaia di volte la battaglia di Alamo con i soldatini,
da bambino, al parco di Nervi. In fondo Moana ha la mia stessa
et, magari lo conosce anche lei. Aspetta, ma qual  il cognome
di Beppe? Cazzo, non me lo ricordo... E quindi? ...Oh, no, sono
arrivato, eccola l. Mamma mia: di persona  ancora pi bella... s, ma cosa le dico?
Ormai sono a pochi metri dalla guardiola, Moana mi vede e
capisce che sono io la persona che la porter in camerino, cos mi si avvicina e mi tende la mano.
Molto lieta, sono Moana Pozzi, mi dice con un sorriso solare,
sapendo benissimo che so perfettamente chi  e che cosa dovr fare nel programma.
Piacere, Carlo Taranto, sono uno degli autori di Matrioska.
Prego, mi segua, le faccio strada. L'avverto: il tragitto  un po'
lunghino, mi dia pure la borsa, la porto io.
Fin l tutto bene, ma quella era la parte facile.
Ci incamminiamo, fin troppo lentamente per i miei gusti, e
dentro di me si affaccia una vocina: E ora? Stanno scorrendo i
secondi: che silenzio fastidioso e imbarazzante! Basta, ora le chiedo
tutte le peggiori curiosit sul mondo del porno. In fin dei conti  il
suo lavoro, e si raccoglie quello che si semina, no?.
A quel punto, prendo il coraggio a due mani e, senza nemmeno
un briciolo di vergogna, le domando a bruciapelo quello che nessun
uomo ha mai avuto l'ardire di chiederle: Scusa la curiosit, Moana,
ma... ma... ma qui a Milano quest'anno la primavera tarda
davvero ad arrivare. Come si dice in questi casi: Non ci sono
proprio pi le mezze stagioni, signora mia.  cos anche a Roma?.
Il sorriso solare di Moana si spegne. E niente happy ending...
...
.
...
9. Lupangelo, Muflo & Pasotti.
...
.
...
In un ambiente dinamico come quello della televisione commerciale,
anche se molto giovani e inesperti, Carlo, Giorgio e Marco
hanno potuto sperimentare le proprie capacit, il pi delle volte
sotto stress. Questo ha garantito ai tre, volenti o nolenti, una formazione
di base che si sono portati dietro tutta la vita. Certo, fare
la gavetta con i comici  pi divertente che farla in una fabbrica o
in un ufficio. Almeno cos sembrerebbe dai loro racconti.
Marco: Durante la collaborazione con Ricci ci chiam Gregorio
Paolini, che noi avevamo conosciuto proprio a Drive In e che
era diventato il mega produttore di Odeon TV. Il primo incontro fu
in pizzeria e alla fine, invece di offrirci la cena, come si fa di solito
quando chiami qualcuno per un colloquio, pagammo alla romana:
ognuno per s. La cosa ci inquiet non poco: Ma avranno i soldi per pagarci?, pensammo.
Carlo: Odeon TV era un tentativo di nuova TV commerciale.
Apparteneva a Callisto Tanzi, allora ancora patron di Parmalat,
che aveva grandi ambizioni. A dire il vero, per, in pochi (a parte
noi) credettero in un esperimento del genere. Il programma di
punta, con un buon seguito di pubblico, s'intitolava Forza Italia,
condotto da Fabio Fazio, Walter Zenga e Roberta Termali. Ci accorgemmo
con stupore che, bench avessimo s e no venticinque
anni e un curriculum ancora scarno, venivamo trattati come fenomeni
della TV, manco fossimo dei novelli Pippo Baudo. Ma grazie
a questo ingiustificato credito di stima, avemmo carta bianca per i nostri programmi.
Marco: Per darci carta bianca e considerarci fenomeni, significava
che erano messi davvero male col parco autori. Un altro indizio che ci preoccup.
Giorgio: Il primo programma che facemmo fu Kappa, titolo
mutuato da Ok, That's Hollywood, che era una trasmissione
americana che parlava di cinema. A Odeon avevano un catalogo di
film di serie... neanche B, di serie C. E ci chiesero di fare una trasmissione
su queste pellicole, incensandole con rubriche divertenti.
Sto parlando, tanto per fare un esempio, di guerrieri ninja con
trecce di capelli lunghissime usate come armi mortali, spaghetti
western girati sulle dune del litorale romano vicino a Ostia... roba
talmente brutta da diventare quasi cult. Iniziavamo a scrivere alle
21 e andavamo avanti fino alle prime luci del mattino, perch di
giorno andavamo a lavorare a Drive In.
Carlo: Le rubriche di Kappa, non potendole commentare
noi, furono affidate a Gianfranco Bellini, famoso doppiatore che
prest la voce anche al computer Hai 9000 del film 2001: Odissea
nello spazio; e non potendo fare tutto da soli per limiti di
tempo, coinvolgemmo come autore-realizzatore Massimo Venier,
che aveva collaborato con noi a Radio Popolare. Anche lui dorm
poco in quel periodo. Nel frattempo, noi facevamo i casting
per trovare comici per un nuovo programma: il primo variet di Odeon TV.
Da radiocronisti dissacranti ad autori comici. Ripensando ai loro
inizi  incredibile come tutte queste esperienze abbiano preso forma
nel giro di qualche anno, allineandosi perfettamente per dare
vita alla Gialappa's Band di Mai dire Gol. E non  un caso che
le prime pietre di quella costruzione siano state poste in una realt
come Odeon TV, con un budget ridicolo e una struttura quasi
inesistente. Le televisioni private di quegli anni hanno dato a molti
autori e artisti la possibilit di sviluppare la propria fantasia: era
la palestra perfetta, che oggi manca completamente, ed  anche
per questo che non si vedono nuovi talenti all'orizzonte. Le piattaforme
digitali offrono la possibilit di esprimersi liberamente, ma
non danno la formazione di base di questo mestiere. Ma mentre
io vi sto asciugando sulla TV degli anni Ottanta, i tre ricordano la
nascita del loro primo programma comico.
Carlo: Bravo: smetti di asciugare e lascia parlare noi.
Marco: La trasmissione si intitolava Una notte all'Odeon e la
scrivemmo con Antonello Governale, autore storico di Marco Columbro.
Oltre alla library con i film di serie C, la rete aveva anche
un film di serie A (non pi di uno!) ogni settimana, e comunque
non al primo passaggio televisivo, ma all'ennesima replica. Per
capirci, una sera mandarono in onda The Blues Brothers. Il nostro
programma, ambientato in una sorta di sala cinematografica, andava
in onda quindici minuti prima del film e poi ancora alla fine,
per altri sessanta minuti. I comici erano seduti in sala, mischiati
con il pubblico, e l'idea di Governale fu quella di abolire il classico
monologo comico alla Drive In e di fare invece interagire
gli artisti tra loro, alternandoli nel ruolo di spalla: Il monologo 
morto!, continuava a dirci. Spezzarne la dinamica, tenerli tutti in
scena e farli interagire: fu una vera novit per la televisione italiana.
Carlo: Parafrasando Woody Allen (e Ionesco): Dio  morto, il
monologo pure, e anch'io non mi sento molto bene....
Giorgio: A proposito di Woody Allen, in quel periodo frequentavamo
molto il locale di cabaret Zelig, a Milano, perch avevamo
conosciuto Gino&Michele, che ne erano i direttori artistici. Cos
iniziammo a pescare comici anche da l, come per esempio Claudio
Bisio. Lo vedemmo una sera in cui, per sperimentare la sua straordinaria
comicit fisica, inizi lo spettacolo facendo un minuto di versi, sputi e rutti.
Marco: Come non innamorarsi di lui dopo un esordio del genere?
Giorgio: Il problema era che Claudio aveva gi altri impegni.
Stava girando in Svizzera la sitcom di Italia 1 Zanzibar, da un
soggetto di Giorgio Gori (futuro direttore di Italia 1 e Canale 5,
nonch attuale sindaco di Bergamo), e cos, pur di averlo, decidemmo
di registrare i suoi pezzi due settimane prima del resto
della trasmissione. Purtroppo per lui (e per il programma) and in
scena in una specie di deserto: senza avere di fronte il pubblico, in
una scenografia montata solo in parte e recitando a macchinetta,
senza interazione con nessuno (e per un programma che voleva
togliere i monologhi non era proprio il massimo), per cui senza
poter calibrare al meglio i tempi comici. Dopo la prima puntata
ci chiese persino di essere tolto dal programma, ma trovammo un modo per tenerlo e limitare i danni.
Carlo: Allo Zelig incontrammo anche Gioele Dix, mentre Giobbe
Covatta lo scegliemmo dopo un casting fatto proprio a Odeon.
Il suo personaggio era ancora da sgrezzare un po', per faceva
molto ridere. Insomma, Una notte all'Odeon segn il debutto
televisivo di Bisio, Gioele e Giobbe. Lavorando in incognito (o cos
pensavamo noi), dovemmo decidere come firmare i programmi e
alla fine scegliemmo tre cognomi inventati: Lupangelo, Muflo &
Pasotti. Lupangelo era il nome dell'elettrauto di un mio amico che
quando gli si rompeva la Vespa andava sempre da lui e, qualunque
fosse il problema, immancabilmente, si sentiva dire in milanese
arcaico: Eh... sera minga la bubina?. Un uomo, una garanzia!
Giorgio: Gli altri due nomi furono partoriti dalla mente malata
di Marco, ma mi piace pensare di essere stato Pasotti.
Marco: Gi eravamo autori sconosciuti se dicevi il nome vero, figurati gli pseudonimi.
La televisione, oggi,  un'industria incredibile, con professioni nate
per ogni dettaglio di produzione. Trentacinque anni fa, invece,
la TV commerciale era agli albori e quindi valeva un po' tutto. O
come avrebbe detto il professor Scoglio: Si facevano le cose ad minchiam. Leggete qui...
Carlo: Durante la produzione di Una notte all'Odeon, alla
terza puntata, Gregorio Paolini venne da noi e ci disse: Dobbiamo
fare a tutti i costi una puntata in cui si prende in giro l'Auditel,
perch non  possibile che i dati di ascolto siano questi!. Ogni
puntata della trasmissione aveva un tema portante che i comici
sviluppavano a modo loro, e perci scrivemmo e registrammo la
puntata come da sua indicazione. Il giorno del montaggio finale,
per, Gregorio ci richiam e ci disse: Fermi tutti, non posso
spiegarvi i retroscena, ma dobbiamo togliere tutti i riferimenti ad
Auditel. L'azienda ha raggiunto un accordo con la societ che ci ha
garantito che d'ora in poi faremo sempre almeno il due per cento.
Marco: Doveva essere proprio un accordo di ferro, perch non
raggiungemmo mai il due per cento. Neanche per sbaglio.
Carlo: Cercammo di opporci a questo improvviso dietrofront
che ci scombinava tutta la puntata, ma Gregorio fu irremovibile
e, quindi, si pose il problema di cosa mettere al posto dei riferimenti
all'Auditel. Per un problema cos assurdo serviva una soluzione
altrettanto assurda: cos nel montaggio finale decidemmo di
coprire i riferimenti ad Auditel facendo apparire in scena brevi
spezzoni, assolutamente insensati, del supereroe Bam, che era un
personaggio di serie Z. Una scelta obbligata: avevamo un budget
ridotto e non potevamo permetterci Superman o Spider-Man. Bam
interrompeva a schiaffo le performance dei comici una frazione di
secondo prima che parlassero di Auditel, e poi spariva. Una cosa
senza senso. Ma siccome probabilmente nessuno, a parte i nostri
parenti stretti, guardava il programma, non ricordo che qualcuno
ci abbia mai chiesto: Ma cos'era quel coso che ogni tanto interrompeva lo show?.
Marco: Non era la puntata di un programma televisivo, ma
un'installazione della Biennale di Venezia.
Giorgio: Un'altra cosa curiosa  che il pubblico era a vista,
sparpagliato per tutto lo studio. Della selezione delle comparse si
occup Massimo Porta, che poi divenne un importante dirigente di
Mediaset, e tra il pubblico, come figurante fissa, c'era una ragazza
che qualche anno dopo sarebbe diventata la pornostar Barbarella:
non abbiamo mai indagato abbastanza sulla vicenda. C'era anche
Paola Rota, che divenne prima annunciatrice di Odeon e poi attrice.
Carlo: Ma non porno, a scanso di equivoci...
Marco: L'anno dopo a Odeon TV facemmo Telemeno, un
programma comico in onda tutti i giorni, con nel cast Francesco
Paolantoni, Giobbe Covatta, Stefano Sarcinelli, Stefano Nosel e
molti altri; una trasmissione che, probabilmente,  stata la pi
ritrasmessa della televisione italiana. Per decenni, scanalando ti
imbattevi in spezzoni di Telemeno, uniti ad altri di Una notte
all'Odeon e di Sportacus, in un contenitore intitolato Fiori
di zucca. Non abbiamo mai incassato una lira di Siae da quelle
repliche, perch Odeon fall senza aver mai raggiunto un accordo sui diritti d'autore.
Giorgio: Vedi che la preoccupazione delle pizze non offerte aveva un fondamento?
Carlo: A quel punto, per, facemmo davvero a modo nostro,
anche perch l'enorme, e ingiustificata, considerazione nei nostri
confronti era ulteriormente cresciuta. Un giorno ricordo che andammo
da Fazio e Zenga, e il direttore di rete Lillo Tombolini ci
accolse, davanti a tutti, con: Ecco i miei genietti. Chiss perch?
Marco: E se ci avesse confuso dal primo giorno con qualcun
altro?
Giorgio: S, ma con chi?
...
.
...
AMARCORD. Carpa diem. di Giorgio.
...
.
...
L'appuntamento  alle 22,30 nel seminterrato dello studio dove
per tutta la stagione, dodici puntate, si  registrato Una notte
all'Odeon. Quella sera di primavera del 1988 si festeggia la fine
produzione del programma. Uno show che, nel suo piccolo, ha
cambiato il genere comico in televisione con alcune trovate molto innovative.
Carlo, Marco e io abbiamo firmato il programma insieme al
navigato Antonello Governale, anche se noi comparivamo nei titoli
di testa con gli pseudonimi Lupangelo, Muflo & Pasotti, per non
fare incazzare Antonio Ricci. Ma chissenefrega anche di Ricci, per
quella sera. Di fatto  la nostra prima festa di produzione: negli
anni a venire ne faremo molte altre, alcune davvero memorabili,
ma quella  la prima. Gi, perch al termine di Un fantastico tragico, venerd c'era ben poco da festeggiare.
Insomma, per la prima volta il programma  tutto nostro e la
stagione  stata entusiasmante, con un clima costante di festa insieme
a tanti bravissimi comici. E poi i dirigenti di Odeon ci adorano.
Quindi stasera ce la godiamo!
L'atmosfera non  proprio quella da ultimo giorno di scuola, perch
quando finiva la scuola si era felicissimi. Questa volta, invece, c'
una punta di malinconia.  pi come un giorno di fine estate, dopo
quelle lunghissime vacanze passate in spiaggia con la compagnia
di amici che si rivedranno solo un anno dopo. Esatto,  cos che ci
sentiamo. Anche perch, in cuor nostro, sappiamo che difficilmente
riproveremo quella sensazione di appagamento, soddisfazione ed
empatia collettiva. La speranza, in quel momento,  di avere altri
successi, anche maggiori, ma... la prima volta  sempre la pi bella.
Ci stiamo divertendo, salutiamo tutti, ridiamo, rievochiamo i
mille aneddoti esilaranti capitati durante la produzione. Io, che
amo festeggiare e gozzovigliare, purtroppo sono a dieta: l'estate 
alle porte e vorrei non sfigurare troppo in costume. Quindi non ho
toccato un goccio d'alcol, neanche per un brindisi. E mi diverto a
osservare, nel corso della serata, i vari gradi di ubriacatura di tutti
(escluso ovviamente l'analcolico Carlo, che si  portato da casa un
centrifugato di carota e zenzero). Beati loro, penso.
In quei mesi abbiamo stretto una vera amicizia con tutti i comici
con cui abbiamo lavorato, ma con tre in particolare si  creata
un'alchimia straordinaria. Sono i tre che erano al debutto TV da
protagonisti, esattamente come noi: Claudio Bisio, Giobbe Covatta
e Gioele Dix. Con loro l'affinit  eccezionale, non solo perch
sappiamo di vivere le stesse emozioni da debuttanti, ma soprattutto
perch amiamo ridere allo stesso modo. Ci promettiamo di
lavorare ancora insieme. E cos sar, ma nessuno di noi ancora lo
sa, e dunque la malinconia cresce durante la serata, in maniera
direttamente proporzionale al tasso alcolico (degli altri, non mio).
Con Claudio il lavoro  stato complicato, perch ha partecipato
a Una notte all'Odeon nei ritagli di tempo, senza vivere quel
clima cameratesco che si  venuto a creare. Ma quante risate, che
fuoriclasse. Giobbe, invece,  stato la sorpresa: al provino non gli
avremmo dato cento lire e poi si  dimostrato non solo un comico
esilarante, ma anche una persona eccezionale. Dopo quella festa
torner a Napoli e quindi sappiamo che sar difficile rivedersi a
breve. Ma il legame con lui rimarr indissolubile.
E poi Gioele. Apparentemente freddo e distaccato, in realt 
solo timido e introverso, ma con un cuore grande. E capace, quando
si fida, di grandi slanci emotivi. Ma Gioele quella sera  troppo
felice e troppo malinconico allo stesso tempo, per tenersi tutto
dentro. Cos, dopo l'ennesimo brindisi, prende coraggio, vince la
sua introversione e viene verso di me. Sono appoggiato al muro,
solo. Mi si avvicina con un sorriso, respira e prendendo il coraggio
di guardarmi negli occhi, con il cuore in mano dice: Volevo ringraziarti,
 stata una bellissima esperienza lavorare con te, e poi,
per pudore, abbassa subito lo sguardo. L'ha fatto, ha avuto uno
slancio emotivo, perch questa volta ne valeva la pena.
Io, che per amor di battuta farei qualsiasi cosa (davvero qualsiasi),
grazie alla sobriet dettata dalla dieta, anche se penso esattamente
il contrario, come un killer spietato gli rispondo: Vorrei poter dire altrettanto.
Gioele rimane sbigottito: ma come? Io mi apro, vinco la mia
proverbiale ritrosia, ho un moto emozionale e tu mi tratti cos?
Ma anche lui  un battutista di razza, un purosangue. Cos mi
risponde: Giorgio, hai la sensibilit di una carpa.
Per me quello scambio  come un abbraccio. Per lui e per il resto
dell'umanit, evidentemente, no.
PS: Questa frase Gioele la ripeter per tutta la vita, ogniqualvolta
qualcuno gli chieder: Ma come sono i Gialappi nella vita?.
Ecco: abbiamo la sensibilit di una carpa...
...
.
...
AMICI NOSTRI. W la gnocca. con Gioele Dix.
...
.
...
Ci sono artisti che pur di lavorare con la Gialappa's Band hanno
rischiato di rovinarsi la carriera per sempre.  il caso di Gioele
Dix, che per partecipare a Mai dire Gol rinunci a una brillante
carriera da ginecologo... in una fiction di Rai 1. Per alcuni, per,
la risata ha un richiamo viscerale.
Marco: Che ricordi hai del nostro primo incontro? Sempre che
tu ne abbia, perch magari sei riuscito a rimuoverli grazie all'aiuto di un buon analista.
Gioele: No, quel ricordo non l'ho rimosso: veniste a vedermi
allo Zelig di Milano. Voi davate una mano a Gino&Michele nell'aiutare
i nuovi comici della stagione con un video musicale ironico
interpretato dagli artisti che, come me, gi si erano esibiti in quel
locale. Io vi ascoltavo a Radio Popolare, ma non vi conoscevo
personalmente. Feci quel video cantando Io tra di voi di Charles
Aznavour, accompagnato al pianoforte da Rocco Tanica degli Elio
e le storie tese, e Carlo mi consigli di mettermi delle orecchie
finte. Non ho mai capito il perch, ma percepii che c'era qualcosa
di nuovo nell'aria. Poi subito dopo me le toglieste, perch in effetti non servivano a nulla.
Carlo: Gino&Michele ci avevano detto di venire allo Zelig
con delle idee e io, non avendole, portai degli oggetti. Tra cui le
orecchie e un paio di occhiali senza lenti. A quel punto sembrava
brutto sprecarle. Piuttosto, tu cosa facevi in quel periodo?
Gioele: Lavoravo con Franco Parenti: lui entrava nel secondo
atto e durante il primo ascoltava in camerino, da un interfono, la
mia recitazione. Tutti i giorni alle 18 mi convocava per spiegarmi
cosa dovevo migliorare. Mi tartassava, ma mi ha insegnato molto.
Aveva sempre la porta del camerino aperta, e una volta mi chiam
dentro: Vieni, ti ho ascoltato anche oggi... purtroppo. Ho capito
qual  il tuo problema: tu non reciti, fai rumore. Ed era vero. 
stata una scuola incredibile. Soprattutto mi  servita anni dopo,
per poter sopportare le mortificazioni di Giorgio.
Giorgio: Vedi che tutto torna nella vita? E poi ti chiamammo per fare Una notte all'Odeon...
Gioele: Fu molto divertente e l davvero facemmo qualcosa di
innovativo. Rispetto ai programmi tradizionali, noi interagivamo
tra comici, cosa che normalmente non si faceva. Anni dopo incontrai
Renzo Arbore e lui mi disse che mi aveva visto su Odeon e gli
ero piaciuto. L'anno successivo, chiamato da Ugo Porcelli (storico
produttore di Arbore), andai su Rai 1 a fare Cocco, programma
con la regia di Pier Francesco Pingitore e la conduzione di Gabriella
Carlucci, portando l'evoluzione del personaggio nato con voi a
Una notte all'Odeon: l'Automobilista Incazzato. Di Una notte
all'Odeon ricordo che una volta entr nel mio camerino Fabio
Fazio, giovane come noi ma gi un po' famoso: aveva lavorato in
Rai e su Odeon conduceva Forza Italia. Ciao, sono Fabio Fazio,
mi divertono molto i tuoi pezzi nella trasmissione, e mi diede un
biglietto da visita. E io pensai: ecco come fanno i veri professionisti,
danno il biglietto da visita.
Marco: Mai avuto un biglietto da visita. Non saprei nemmeno
cosa scriverci sopra: forse idiota, ma non starebbe bene, immagino.
Carlo: La prima delusione da parte nostra la ricevesti da Giorgio, giusto?
Gioele: S, alla festa di fine produzione ebbi uno slancio sentimentale
e gli dissi:  stato un vero piacere lavorare con voi. E
lui: Vorrei poter dire la stessa cosa. Allora gli risposi: Hai la
sensibilit di una carpa. Solo anni dopo capii che era parte del suo
repertorio, perch all'anteprima milanese del vostro film Tutti gli
uomini del deficiente, nel 2001, ero seduto in sala vicino a Giorgio
e arriv anche Enrico Ruggeri, che gli disse: Siete fortissimi, sono
un vostro fan accanito. E Giorgio gli diede la stessa risposta, pur
non conoscendolo: Vorrei poter dire la stessa cosa. Il cerchio si chiuse e smisi di soffrire.
Carlo: E nonostante tutto nel 1996 venisti a fare un'ospitata a Mai dire Gol.
Gioele: Prima, nel 1991, vi avevo fatto una cosa piccola al
videocitofono: vi chiamai cercando Fulvio, voi mi diceste che c'erano
solo Carlo, Marco e Giorgio e io risposi: No, cerco Fulvio:
quello bravo della Gialappa's. Nel 1996, invece, c'erano Simona
Ventura e Claudio Lippi, e io feci un finto collegamento dall'Ariston
di Sanremo interpretando il fratello di Valeria Mazza. In
quel periodo la mia carriera aveva preso una piega diversa: dopo
il programma comico di Rai 1, e dopo aver fatto l'ospite fisso al
Maurizio Costanzo Show, iniziai a recitare in una serie di fiction
di successo, sempre per la Rai. Quindi, quando poi nel 1997 mi
chiamaste per entrare nel cast fisso di Mai dire Gol, per me fu
un cambio di carriera importante. Ricordo che ero molto gasato
e andai a cena con Marco, con cui ormai da anni eravamo amici
stretti (andavamo spesso in vacanza insieme), per parlare di quella
nuova avventura: ero anche un po' preoccupato, perch ormai Mai dire Gol era un cult.
Giorgio: Ricordi le difficolt dell'inizio? Perch noi ce le ricordiamo bene.
Gioele: Ricordo che Carlo il primo giorno mi disse: Ma sei
sicuro di venire a fare l'imbecille qui da noi? In fondo la tua carriera
di attore sta andando bene. L mi preoccupai, ma poi capii
che per avere la giusta interazione con voi dovevo allargare il mio
registro comico e abbandonare i miei cavalli di battaglia, perch
poco adattabili al vostro controcanto.
Carlo: Vedi? L'unico vero amico, l'unico che ha provato a salvarti
la carriera, ero io. I tuoi pezzi teatrali, che amavamo moltissimo,
erano frutto di una comicit intelligente: noi invece avevamo
bisogno di un cretino da prendere in giro.
Gioele: Infatti, pronti via: mi metteste una calotta per farmi diventare
pelato e un vestito rosso. Diventai il presentatore Eucrepio
Losi, bersaglio perfetto per le vostre angherie. Ma la vera svolta
arriv con Alberto Tomba. Ricordo che eravamo in sala riunioni a
Milano 2 e a un certo punto in televisione comparve il campione di
sci che discuteva in un inglese-romagnolo con il giudice di porta di
una gara. Io gli feci il verso e subito Carlo mi disse: Copriti fronte
e occhi. Mettiti gli occhiali da sole e il piumino di Marco.... In
effetti gli assomigliavo molto. Cos decidemmo di provare la sua
parodia, passando dall'eccezionale trucco di Bruno. In quel periodo
andavamo in diretta, quindi dopo l'esordio di Tomba tornai a
casa e, visto che all'epoca vivevo a Roma, a Milano mi appoggiavo
dai miei genitori. Mia madre quella sera stessa mi disse: Gentile
Tomba a venire in trasmissione. Ma, mamma, ero io.... L capii
che il personaggio funzionava, ma soprattutto che potevo fare
anche le parodie. Cos negli anni ci inventammo Claudio Baglioni,
Michael Schumacher, Fabio Capello, Massimo Moratti e Fabrizio Ravanelli.
Marco: Poi Tomba e Ravanelli li incontrasti per fare un pezzo
insieme. E, incredibilmente, non ti picchiarono.
Gioele: Il tormentone della parodia di
Tomba era W la gnocca, che per l'epoca,
sparata cos in televisione, era anche forte.
Andammo a casa sua a Bologna, sulle colline,
e mentre salivamo, leggevamo sui muretti
le scritte che inneggiavano a lui: campione,
leggenda, sei dio. Ma proprio davanti al
cancello della sua villa c'era una scritta gigante: w la gnocca.
Il padre di Tomba ci disse che ogni giorno la cancellavano, ma
qualcuno continuava a riscriverla. In un'intervista a La Gazzetta
dello Sport Tomba aveva polemizzato con me a distanza, dicendo:
Bravo Gioele Dix, ma io non uso mai la parola gnocca. Vedendo
l'enorme scritta sull'asfalto, allora, gli dissi: Alberto, come la mettiamo
con 'sta parola gnocca proprio davanti alla tua porta?. E
lui: Bravo, ma l'han scritta dopo che l'hai detto te, mica prima!.
Poco dopo per fare lo spiritoso mi disse: U, Gioele, pensavo venissi
di giovedix, non di mercoledix!. Iniziai la seduta di trucco
a casa sua e Alberto interveniva: No, qui lo farei pi scuro... qui
meno barba. Insomma, ci teneva che gli fossi pi simile possibile,
si divertiva molto. A un certo punto mi disse:
Ti regalo i miei scarponi, che numero porti?
Ma certo, scusa, il 43. Che in effetti era il
mio numero, ma lui lo dava per scontato: in
fondo ero il suo sosia. Con Fabrizio Ravanelli
invece lo sketch doveva essere che io gli insegnavo
a essere un vero Ravanelli. Lui stette
al gioco, poi rivedemmo il girato dalla telecamera dell'operatore e
lui alla fine disse: Mi garba parecchio!.
Carlo: Dicci la verit,  stato un inferno lavorare con noi?
Gioele: Assolutamente no, ricordo quegli anni con grande nostalgia.
Ho fatto tanta televisione e nel farla sono sempre stato
divorato dall'ansia. Con voi invece mai, perch sapevo che potevo
appoggiarmi in qualsiasi momento dello sketch. E poi avete sempre
avuto una precisione maniacale. Ricordo sketch fatti e rifatti finch
non andavano bene. Non ho mai visto nessuno lavorare cos,
e infatti  uno dei segreti del vostro successo. Con il tempo avevo
adottato un metodo: sapendo che probabilmente avremmo rifatto
la gag, mi tenevo un paio di battute che non vi dicevo neanche
alle prove, per mantenere un effetto sorpresa a ogni nuovo ciak.
In molti potrebbero accusarvi di rigidit in alcuni aspetti, ma io
amo quella rigidit, perch garantisce la riuscita delle cose. E poi
ricordo che eravate un'entit completa, tant' che se mancava anche
uno solo di voi si sentiva, sia nella preparazione che nella messa
in scena. Vi siete sempre completati a vicenda, anche perch avete
tre personalit ben definite. Carlo, tu sei precisissimo, analitico,
un perfetto vivisezionatore. A dispetto delle tue ben note simpatie
per il mondo animale. Marco, tu hai tempi di reazione impressionanti:
sei fulminante. Mentre tu, Giorgio, sei la personificazione
della dolenza nella comicit. Per descriverti c' una battuta di
Ennio Flaiano che, rivolto a una signora anziana che si lamentava
del mondo e della vita, disse: Non si preoccupi, signora, che il meglio  passato.
Giorgio: Ricordi perch smettemmo di lavorare insieme nel
2001? Io non ne ho memoria, perch cerco di mantenere solo ricordi interessanti.
Gioele: Lo vedi che sei una carpa... Era ormai finito un ciclo,
avevo fatto cinque stagioni memorabili, avevo imparato molto non
solo da voi ma anche da Enzo Santin (con cui ho collaborato tanto
in quegli anni) e da me stesso, allargando i miei orizzonti verso
territori che non avevo mai esplorato. Mediaset non aveva rinnovato
i diritti sul calcio e aveva deciso di cambiare la collocazione
in palinsesto. Insomma, c'era proprio aria di fine ciclo e anche io
volevo cimentarmi in altre cose, tornare a teatro. Ma ripeto:  stato
un periodo fantastico, anche perch lavoravamo tutti insieme,
tutti i giorni, anche con gli altri comici. Per esempio, ricordo che
un giorno Claudio Bisio doveva andare a trattare il rinnovo del
contratto, ma aveva una serie di recriminazioni da fare: contributi,
esclusiva, numero puntate. Era con noi in sala riunioni e per un'ora
lo caricammo a pallettoni, anche perch, se avesse ottenuto buone
condizioni, anche le nostre trattative ne avrebbero giovato. Cos
sal ai piani alti accompagnato dal suo manager e noi continuammo
la riunione. Claudio torn dopo due ore e si sedette sfinito
sulla sedia. Cal il silenzio, tutti pendevamo dalle sue labbra. Lui
si abbandon sullo schienale e disse: Ho ceduto su tutto!. Scoppiammo
a ridere fino alle lacrime. Quello era il clima: si rideva su
qualsiasi cosa. Anche quando Crozza ci costringeva a fare quelle
infinite trasferte per il pezzo corale. All'epoca lo vivevo con lo stesso
entusiasmo di un'ispezione rettale e poi mi sembrava il classico
massimo sforzo per un risultato minimo: un giorno intero di
trasferta, in lande inospitali, per pochi minuti
di sketch. A riguardare i filmati oggi, per,
mi intenerisco, perch ci divertivamo. E mi
stupisco se solo ripenso a quel cast incredibile:
Maurizio Crozza, Claudio Bisio, Luciana
Littizzetto, Fabio De Luigi, Ugo Dighero, Ale e Franz. Oggi quei pochi minuti costerebbero un'enormit.
Carlo: Con un cast del genere facevamo quell'immonda cagata? Roba da ergastolo.
Marco: Ci siamo divertiti tanto, ma se dovessi ricordare la risata pi bella di quegli anni? Che immagino non sia scaturita da una tua battuta...
Gioele: Non riguarda uno sketch comico, ma la telefonata che fece Marco ad Alessia Marcuzzi per chiederle di venire a condurre Mai dire Gol. Fu eccezionale: Ciao Alessia, sono Marco Santin della Gialappa's Band. Visto che ci siamo ammazzati di pippe sul tuo calendario, ti andrebbe di condurre la prossima edizione del programma?. Lei scoppi a ridere e ovviamente accett: come rifiutare un invito del genere?
...
.
...
AMARCORD. Il primo autografo non si scorda mai. di Carlo.
...
.
...
12 giugno 1988, Cologno Monzese, ore 11,15, caldo asfissiante. Davanti
all'ingresso del palazzo dirigenziale Fininvest di Viale Europa
48, insieme a Giorgio, sto aspettando Marco. L'appuntamento con
Mario Rasini era alle 11, non esistendo ancora i telefonini, non
c' modo di scoprire se sia meglio aspettare Marco, per salire tutti
insieme, o cominciare a salire almeno noi due, per non sembrare ritardatari tutti quanti.
Negli anni successivi, la scusa pi frequente di Marco in questi
casi (cio tutti i santi giorni) sar: Ho trovato un ingorgo in
Piazzale Loreto. Teo Teocoli ci ha sempre scherzato su. Arrivava
in riunione e diceva: Marco non c' ancora, vero? Eh, lo so: l'ho
visto bloccato in Piazzale Loreto. Gli sono passato accanto con
la mia macchina, l'ho salutato, gli ho fatto un cenno di dispiacimento
e sono ripartito sgommando, mentre lui  rimasto l. Ne
avr ancora per un bel po'!. Il classico esempio di ingorgo ad personam...
Fuori dal cancello, anzich Marco, passa un gruppetto di ragazzini
che iniziano a osservarci incuriositi, probabilmente stupiti dal
fatto che, malgrado i 31 gradi imperanti, ci siano due persone cos
stupide da rimanere ferme al sole, anzich ripararsi nell'edificio.
Anche loro, comunque, non devono essere dei geni, perch invece
di passare oltre si fermano l, a scrutarci e a parlottare tra loro, indicandoci.
Proprio quando stiamo per decidere di salire senza di lui, Marco
si profila all'orizzonte e, per raggiungerci, si fa largo in mezzo a
quel gruppetto. Vediamo che inizia a chiacchierare con loro e gli
facciamo il classico segno dell'orologio, come a dire: Minchia, 
quasi mezz'ora che ti aspettiamo e ti fermi pure a conversare con
degli sconosciuti? Sbrigati, dai!.
Ma Marco non viene scalfito dai nostri gesti e, al contrario,
vediamo che il suo sorriso si illumina e ci fa segno di avvicinarci
al cancello. Decidiamo di dargli retta, non tanto per curiosit,
quanto per districarlo da quei ragazzini e salire da Rasini prima
che al posto nostro convochi qualcun altro.
Man mano che ci avviciniamo, notiamo che i ragazzini devono
essere tifosi dell'Inter (qualcuno ha in mano la rivista ufficiale del
club) e immaginiamo che Marco si sia fermato a commentare con
loro la stagione fallimentare appena conclusa; la nostra voglia di
liberarlo da quella masnada di facinorosi, a questo punto, aumenta
a dismisura, ma il suo sorriso sempre pi smagliante ci incuriosisce:
dev'esserci qualcosa che lo diverte e in cui ci vuole coinvolgere.
Arriviamo al cancello, sotto gli occhi sempre pi accesi di questi
piccoli ultr, e Marco ci conferma che c' qualcosa che ancora non
sappiamo, facendoci di nascosto l'occhiolino, mentre qualcuno di
loro comincia a frugare nelle tasche alla ricerca di penna e taccuino.
Al nostro sguardo stupito, Marco, fingendo di ignorarmi, si
rivolge a Giorgio dicendo: Giorgio, scusa, puoi spiegare a Rabah
che questi ragazzini vorrebbero un suo autografo?.
A chi?, risponde Giorgio esterrefatto.
A Rabah Madjer, risponde Marco, indicandomi.
Per chi non lo sapesse, Madjer era un talentuosissimo trequartista
algerino che l'Inter aveva appena acquistato dal Porto, e la
sua faccia, vagamente somigliante alla mia (nel senso che anche la
sua contiene due occhi, due narici, due orecchie e una sola bocca,
ma allora somiglio anche a George Clooney, o a un cercopiteco
asiatico: anzi, al secondo molto di pi...), era sulla copertina di
Inter Football Club, l'house organ della squadra nerazzurra, che
Marco in quel momento brandiva con orgoglio.
Ve l'avevo detto che non  Madjer!, esclama uno dei ragazzini:
l'unico tra tutti i presenti, noi compresi, con un QI in linea con la
media nazionale (peraltro non eccelsa).
Come non  Madjer?, lo rintuzza prontamente Giorgio. Non
avevo capito, perch con questo caldo sono un po' stordito.
Gli altri ragazzini, che storditi lo devono essere anche a temperature
pi miti, rincarano la dose dicendogli: Hai visto che  lui:
te l'avevo detto,  troppo identico per essere un altro!.
Rimango interdetto, indeciso se dire la verit e salire finalmente
al primo piano, o stare al gioco e regalare un'emozione a questi
esagitati. La scelta giusta sarebbe senz'altro la prima, per mille
motivi: e quindi io opto decisamente per la seconda.
Prima ancora che Giorgio si avventuri nella pantomima di un
dialogo con me in finto arabo, mi fiondo sui taccuini dei sediziosi
e, rimestando nelle mie lontane reminiscenze scolastiche, emetto
fonemi francofoni, non so quanto plausibili.
D'altra parte Rabah Madjer, soprannominato il Tacco di Allah
per il gol con cui regal al Porto una Coppa dei Campioni,  algerino
e ci sta che il suo francese non sia propriamente degno della Sorbona
(ateneo di cui, peraltro, questi turbolenti non credo conoscano l'esistenza).
Si tratta dei primi autografi della mia vita (fino agli anni Novanta
siamo rimasti perfetti sconosciuti persino nel nostro condominio)
e li regalo generosamente a tutti: anche all'unico moccioso
raziocinante che, bench perplesso, decide di non tornare a casa senza questo prezioso cimelio.
E si tratta anche degli unici autografi firmati da Madjer nel suo
brevissimo periodo nerazzurro, perch pochi giorni dopo, a sorpresa,
Plnter stracci il suo contratto, che era appena stato firmato.
Da lui, ovviamente, non da me...
...
.
...
10. Ahi ahi ahi se faccio un figlio...
...
.
...
Carlo, Giorgio e Marco rievocano con molta fatica l'anno di Drive
In. Poi, per, dai loro ricordi emerge che la rete di contatti creata
in quel periodo dura ancora oggi. Basti pensare a Davide Parenti,
a Gino&Michele, a Zuzzurro&Gaspare: persone con cui hanno
condiviso un bel pezzo di strada e da cui hanno anche imparato
molto. D'altra parte, una volta, gli amici del militare uno se li portava dietro tutta la vita.
Giorgio: Il giorno del primo autografo di Carlo, Mario Rasini
ci aveva convocati perch era stato nominato produttore di una
nuova trasmissione, Emilio, ideata da Zuzzurro&Gaspare, transfughi
di Drive In. Era un programma comico, ambientato nella
fantomatica redazione di un giornale. Cercavano autori e, oltre a
noi, furono chiamati Marco Posani e Gino&Michele. Rasini dovette
insistere, perch Zuzzurro&Gaspare dissero: No, con quelli
che hanno lavorato con Ricci preferiamo non avere a che fare. Ma
lui rispose: Guardate che anche loro hanno chiuso i rapporti con
Ricci, e cos venimmo presi tutti in blocco. Nel cast di Emilio
venne inserito anche Teo Teocoli e l per l, sbagliando, pensammo:
Teocoli? Ma  bollito!. Teo era un po' sparito dai radar perch
tre anni prima, come narra la leggenda, a cena da Silvio Berlusconi,
dopo un intervento del Cavaliere che aveva detto la sua opinione
sulla comicit, aveva commentato: Lei pensi a fare i mattoni, che a far ridere ci penso io!.
Carlo: Ci sono allenatori del Milan che sono spariti per molto
meno. Alcuni anche dopo aver vinto lo scudetto.
Marco: Eravamo molto scettici su Teo, ma dopo solo mezz'ora
della prima riunione di Emilio fummo totalmente conquistati
da lui: amore a prima vista. Arrivando da anni di Bar Sport, ci
affidarono i testi del suo personaggio Macho Camicho, un giornalista sportivo spagnolo.
Giorgio: In un' epoca in cui non esistevano Sky o Dazn, grazie
a un sistema che si chiamava bassa frequenza, che allora era a
disposizione solamente delle aziende televisive, noi guardavamo
tutte le partite, che terminavano alle 17, poi correvamo in studio
con le battute scritte al volo, le provavamo con Teo e Nino
Formicola (ovvero Gaspare) che gli faceva da spalla, e alle 19,30
si registrava quella parte del programma, che andava in onda la
domenica sera su Italia 1. In quegli anni i canali di Berlusconi non
avevano ancora la diretta, quindi si registrava poco prima, mandando
poi il registrato alle varie sedi locali che trasmettevano in
simultanea. La messa in onda in diretta era proibita per legge alle
TV private: la prima diretta la facemmo noi di nascosto due anni
dopo a Mai dire Gol, per un problema tecnico che imped di
completare la registrazione. C'era appena stata la finale di Coppa
Intercontinentale vinta dal Milan e arriv all'ultimo un pezzo su
Van Basten che parlava in milanese, ma non riuscimmo a montarlo
in tempo per fare tutto il consueto giro di emissione, e cos i tecnici
decisero di mandarlo in onda in diretta. Noi eravamo titubanti,
un po' perch ci dispiaceva infrangere la legge, anche se a fin di
bene, ma soprattutto perch non eravamo sicuri che i responsabili
dell'emissione del programma fossero realmente in grado di farlo.
Poi per arriv il capo dell'area tecnica che ci disse: Tranquilli, siamo
assolutamente capaci. Risultato: sbagliarono a connettere un
cavo e il primo minuto di trasmissione and in onda senza audio.
Marco: Forse il nostro pi bel minuto di televisione.
In un'epoca storica in cui la televisione generalista era praticamente
l'unica forma di intrattenimento casalingo per decine e decine
di milioni di italiani, dove si potevano vedere solo i tre canali Rai
e i tre di Berlusconi (pi qualche locale), ci sono esempi di programmi
entrati nell'immaginario collettivo per alcune generazioni.
Italia 1 era la rete giovane di Fininvest e i quaranta-cinquantenni
di oggi sono cresciuti con Bim bum bam, Drive In e anche
Emilio. Quest'ultima trasmissione and in onda solo due anni,
ma la prima stagione  passata alla storia. E s che, a rivedere i
dati Auditel di allora, non ci si spiega tutto questo successo.
Carlo: Emilio faceva circa tre milioni di telespettatori, quindi
molto meno dei tempi d'oro di Drive In (circa otto milioni),
ma era ben fatto e perci godeva di ottima stampa. A questo proposito
ricordo una cosa che amava ripetere Nino Formicola: Non
facciamo tantissimo di Auditel, ma se ci fosse il Rividitel saremmo
i primi, perch il nostro programma  il pi registrato: la gente lo
vuole rivedere pi volte!. A noi pareva un po' una minchiata.
Marco: Un po'? Una grandissima minchiata.
Carlo: Per  vero che il programma divenne un cult. Il cast
era formato da comici di primissimo piano: oltre ai citati
Zuzzurro&Gaspare e Teo Teocoli, c'erano Athina Cenci, Giorgio Faletti,
Gene Gnocchi, Silvio Orlando, Enrico Beruschi e Carlo Pistarino.
Giorgio: Gli anni di Emilio furono i pi utili per la nostra
crescita, perch finalmente lavorammo a stretto contatto con autori
pi esperti di noi. Non eravamo pi isolati in uno sgabuzzino come
a Drive In, o allo stato brado come a Odeon TV. Zuzzurro&Gaspare,
ma anche Pistarino, che oltre a essere un discreto comico
era soprattutto un grandissimo battutista, ci insegnarono molto.
Marco: Il primo anno di Emilio fu entusiasmante e l'ambiente
di lavoro era piacevolissimo. Andrea Brambilla (Zuzzurro)
e Nino Formicola, anche se avevano caratteri un po' particolari
(tipo i nostri, per intenderci), erano generosissimi, spesso invitavano
fuori a cena l'intera redazione a spese loro. Stavamo proprio
bene: ci pagavano per stare tutto il giorno insieme a comici che ci facevano ridere.
Carlo: Tutto cambi, invece, la stagione successiva: 1990. Decisero
di prendere un nuovo coordinatore degli autori, Marco Mattolini,
regista teatrale amico di Athina Cenci. La loro intenzione, che
non port a molto, era quella di migliorare drammaturgicamente
il programma. Zuzzurro&Gaspare avevano avuto esperienze
teatrali di grande successo, per esempio con lo spettacolo Andy e
Norman di Neil Simon, e quindi volevano che in qualche modo il
loro programma TV andasse in quella direzione. Nella loro testa
Mattolini poteva essere il Simon della situazione, scegliendo le cose
migliori scritte dal gruppo autorale e dando un valore teatrale alla puntata.
Marco: Purtroppo, per, Mattolini non era precisamente Neil
Simon. Un'importantissima commissione (cio Teo e noi) lo elesse
come l'uomo mno spiritoso d'Italia.
Giorgio: Un altro cambio radicale fu quello del regista. Insieme
a Mattolini arriv anche Beppe Recchia, che era il regista di Drive
In. Quindi, pur mantenendo la struttura senza monologo fisso,
divenne tutto molto pi schematico, in stile Drive In appunto,
con prove pi rigide e stacchi di camera prestabiliti. Era tutto un
po' pi freddo e appesantito dalle trame pensate da Mattolini insieme
ad Andrea Brambilla, spesso assurde: in una puntata, per
esempio, Athina Cenci trovava il petrolio in studio. Teocoli inizi
a innervosirsi. Diceva: Primo: che cazzo gliene frega alla gente del
petrolio in redazione. Secondo: chi  il pirla che potrebbe credere
a una cosa del genere?. Insomma, tutti i tentativi di migliorare
il programma, in realt, lo peggiorarono. E dopo due stagioni, purtroppo, Emilio chiuse i battenti.
Marco: A Emilio, per, Carlo conobbe sua moglie Betty,
che era assistente alla regia, ex annunciatrice-presentatrice, ma
soprattutto ex di Nino Formicola. Un giorno Betty and da Nino
e gli disse che si era fidanzata con uno della Gialappa's Band e lui
immediatamente pens a Giorgio, poi a me, e alla fine url: Con
Taranto? Non ci credo!. Per lui era la cosa peggiore, perch sapeva
che Carlo era il pi serio dei tre nei rapporti con l'altro sesso. Da
quel momento, per, non si parl mai pi della cosa, come se non
fosse mai accaduta. L'unica ritorsione avvenne il giorno delle nozze
tra Carlo e Betty: Nino indisse una riunione di redazione, fatto
strano perch di solito era una cosa che faceva Andrea Brambilla.
E ovviamente ci obblig a presenziare al meeting proprio quel
giorno, a quell'ora, tanto che Giorgio e io non potemmo andare al
matrimonio. Facendoci un favore, tra l'altro.
Carlo: Dopo tanti anni, forse  venuto il momento di rivelarvi
la verit; fui io a suggerirgli di indire quella riunione: speravo tanto
che convocasse anche me! Ma, mi raccomando, che resti un segreto tra di noi: non vorrei mai che venisse a scoprirlo mia moglie...
...
.
...
11. Lo zio Gerry.
...
.
...
Uno dei grandi pregi delle TV di Berlusconi in quegli anni  stato
quello di catalizzare il meglio dei giovani artisti in circolazione.
E le radio private erano sicuramente il bacino ideale dove pescare
talenti. Anche perch il linguaggio era molto vicino a quello
che si cercava di adottare a Canale 5 o, ancora di pi, a Italia 1.
Quindi: sei giovane, lavori in televisione, arrivi dalla radio e hai
sempre la battuta pronta. Per la Gialappa's Band e Gerry Scotti,
difficile non diventare amici, con cos tante cose in comune. E dai ricordi dei tre traspare tutto l'affetto.
Marco: Con quelli con cui abbiamo affinit siamo riusciti a
mantenere ottimi rapporti nel tempo. Per esempio, dopo l'anno
di Drive In, in estate arriv anche la telefonata di Cecco
Gallinari, produttore dei programmi di Gerry Scotti. Dopo anni
di Deejay Television, il programma di Claudio Cecchetto con
tutte le star della Radio, Gerry era l'astro nascente di Italia 1, la
rete giovane del gruppo. Ci incontrammo a pranzo allo Sporting Club di Milano 2.
Giorgio: E questa volta pagarono loro: buon segno.
Carlo: Gerry ci disse: Inizio ad avere troppi programmi per
continuare a fare tutto da solo, e vorrei lavorare con voi: venite a
fare i miei autori!. La prima cosa che facemmo con lui fu Smile,
dove cercavamo filmati divertenti di programmi TV e suggerivamo
tracce di battute, ma poche, perch Gerry andava a braccio:  sempre
stato un grande improvvisatore, venendo anche lui dalla radio.
Ma, come tutti gli artisti, ogni tanto andava coccolato, o almeno
all'epoca era cos. Noi facevamo anche altre trasmissioni e quindi
da subito gli avevamo detto: Lavoreremo al tuo programma,
ma non ci vedrai mai: ti lasceremo i video pronti e tutto scritto,
per in studio non ci vedrai. Lui aveva accettato, anche se poi
a cadenza bisettimanale si arrabbiava e iniziava a urlare: Dove
cazzo sonooo?. Allora uno di noi, a turno, scendeva in studio e
lo tranquillizzava: Dai che ci siamo. Con Gerry abbiamo sempre
avuto, e tuttora  cos, un gran bel rapporto.
Giorgio: Subito dopo gli diedero anche la conduzione di Candid
Camera Show, per Canale 5, e ci chiesero di scrivere le gag sexy,
interpretate da una giovanissima e bellissima Mara Venier. Pi che
sexy, direi che erano vagamente a sfondo sessuale. In una di queste
recitai anch'io. Era ambientata al cinema: Mara Venier abbordava
vecchietti fuori da una sala porno e li convinceva a entrare a vedere
un film hard. Appena prima di entrare doveva arrivare il marito e
fare una scenata alla vittima di turno. Il marito geloso doveva essere
interpretato da Bebo Storti, allora ancora sconosciuto, che per litig
subito con la Venier e se ne and imbufalito, prima delle riprese. Rimanemmo
senza attore e a quel punto, per non buttare la giornata
di lavoro, feci io la parte del marito. Non mi si vedeva mai, perch
ero sempre di spalle. Solo in alcune scene venivo ripreso a malapena
di profilo e, nonostante questo, per mesi la gente mi ha riconosciuto
per strada. Non voglio pensare a cosa sarebbe successo se fossimo
andati in video ai tempi di Mai dire Gol.
Marco: Una volta andai con Mara a girare a Bari, con la regia
di Davide Mengacci. Davanti alla stazione ferroviaria, Mara girava
con La Gazzetta del Mezzogiorno in mano in cerca di un
uomo a cui aveva dato appuntamento tramite un annuncio: allora
si faceva cos, non c'erano Facebook o Tinder. La Venier fermava i
passanti, uomini, e chiedeva: Sei tu?. Alcuni rispondevano S,
senza alcuna esitazione. Uno pi onesto, ma altrettanto allupato,
disse: Non sono io, ma a me andrebbe benissimo lo stesso. Dopo
un po' la gente cap che stavamo facendo riprese televisive e si
form un capannello di persone davanti al furgone regia. A un
certo punto qualcuno inizi a chiedere: Dov' Gullit?. Ovvio,
no? Dentro quel camion regia televisiva, davanti alla stazione di
Bari, ci doveva essere tutto quello che riguardava Berlusconi, con
tutte le star televisive e tutta la squadra del Milan. Come se l'intero
gruppo Mediaset si muovesse in branco, tipo gnu nelle pianure
africane. Ancora adesso l'idea mi fa morire dal ridere.
Giorgio: E meno male che Berlusconi non era ancora sceso in
politica: il pulmino non era abbastanza grande per contenere anche tutta Forza Italia.
In quegli anni la televisione commerciale era fatta perlopi da persone
inesperte. A dimostrarlo, c' un aneddoto molto divertente
che riguarda Marco, il pi inetto tecnologicamente dei tre (non che
Carlo e Giorgio siano Bill Gates e Steve Jobs, per carit).
Marco: Inetto sarai tu, che sei solo una voce narrante. Io sono
un fior fiore di tecnico di computer. Chiedi in Pirella Goettsche...
Carlo: Con Gerry facemmo anche un altro programma, una
striscia di quindici minuti intitolata Serata incredibile: una specie
di Smile, ma esclusivamente sul tema della magia. Solo una
volta ci fu un cambio di tema: la rete aveva ottenuto in esclusiva
per l'Italia il nuovo video di Michael Jackson, Smooth Criminal,
ma noi quella puntata rischiammo di farla saltare del tutto.
Marco: Devi per forza raccontare questo episodio? L'ho superato
dopo anni di analisi. Cos vanifichi il lavoro del mio psicologo.
Carlo: La gente deve sapere! La premessa  che ogni settimana
noi andavamo in saletta di montaggio, a Milano 2, per scegliere i
vari filmati, e allora non erano ovviamente file digitali e neanche
DVD o cassette: si lavorava ancora con le pizze di tipo cinematografico.
Dovevi prendere il nastro magnetico e inserirlo nella macchina
di montaggio, seguendo una serie di passaggi un po' contorti.
Marco: Il giorno del video di Michael Jackson in turno di
montaggio c'ero io, ma un conto  lavorare con filmati inutili, un
altro  farlo con l'anteprima italiana del Re del Pop: specialmente
se tutti in azienda ti dicono, con tono serissimo, che si tratta
dell'unica copia a disposizione, e ti raccomandano di trattarla con
la massima cautela. Insomma, non so cosa feci di sbagliato, forse
non agganciai bene la guida, fatto sta che il nastro di Smooth
Criminal si strapp. Rimasi paralizzato dal terrore: cosa avevo
fatto? Subito pensai che sarei stato cacciato in malo modo, anzi,
che la mia vita era finita. Per il resto dei miei giorni sarei rimasto
quello che ha rovinato la carriera di Michael Jackson. O,
peggio, avrei dovuto rigirare il video, interpretando Jackson. E,
ve lo confesso, ballo leggermente peggio di lui. Poi, per fortuna,
riuscirono a far arrivare in extremis un altro nastro e il video
esclusivo and in onda regolarmente. La mia carriera era salva e
forse anche quella di Michael Jackson.
Carlo: Quella di Michael Jackson ancora per poco...
In un programma di 250 puntate all'anno, con nove ospiti in ogni
puntata, vuol dire che incontri pi di 2.000 persone. Stiamo parlando
del game-show Il gioco dei 9. Ecco, diciamo che in un
contesto del genere il rischio di fare figure di merda  altissimo. E
in questo i nostri tre sono sempre stati campioni indiscussi. Uno
in particolare: Giorgio, a cui per un difetto di fabbricazione non
hanno montato il filtro tra cervello e bocca. Ma non  l'unico
gaffeur protagonista, perch anche gli altri due si difendono bene.
Giorgio: L'ultimo programma che facemmo con Gerry Scotti fu
Il gioco dei 9, nel 1990. Il gioco era molto semplice: bisognava
fare tris rispondendo alle domande dei nove personaggi dentro le
caselle. Nella prima puntata, per intenderci, c'erano ospiti anche
Anna Marchesini, Massimo Lopez e Tullio Solenghi, che in quel
momento erano all'apice della carriera: i pi richiesti e i pi costosi.
In ogni puntata c'erano quindi tre comici e altri sei personaggi pi
tradizionali: attori, cantanti, personaggi della TV e, in ossequio allo
stile aziendale, almeno una bella ragazza.
Marco: Quella che veniva pi spesso era Sonia Grey, molto
simpatica e autoironica, alla quale affidavamo domande degne di
Piero Angela su curiosit scientifiche a carattere zoologico: ovvero,
riguardo a uccelli e pesci. Lei cap subito il raffinato doppio senso
che si celava dietro quelle domande e stette sempre al gioco. Anzi,
aggiungendo comicit involontaria, spesso faceva fatica a finire
la domanda perch nel formularla rideva come una pazza. Ogni
tanto capitava che arrivassero donzelle non proprio raffinatissime
e piuttosto sconosciute, e quando chiedevamo alla produttrice chi
cavolo fossero, lei ci rispondeva, senza particolari giri di parole:
Questa la raccomanda il politico Tizio, mentre questa arriva dal
dirigente Caio, e cos via. Lo sappiamo, la cosa fa una certa tristezza.
E proprio per sdrammatizzare, dopo un po', per noi divenne
un gioco quello di cercare di indovinare chi potesse aver mandato la bellona di turno.
Giorgio: Ma l'incontro pi folgorante fu quello con Giancarlo
Magalli, che in quegli anni era diventato famoso conducendo
il programma di mezzogiorno di Rai 1, Pronto  la Rai?, che
non era esattamente la TV che ci piaceva. Andai io in camerino a
spiegargli la trasmissione e a illustrargli le domande che avrebbe
dovuto leggere, pensando di trovarmi di fronte al classico personaggio
paludato Rai, ma dopo venticinque secondi scoprii che
invece era una delle persone pi divertenti d'Europa: disincantato,
irriverente e spiritosissimo. Da quel giorno, ogni volta che tornava
dicevo subito: Da Magalli vado io!. Con Giancarlo avremmo
sempre voluto lavorare insieme, ma per varie ragioni non ci siamo
mai riusciti. Solamente venticinque anni dopo siamo riusciti a fare
insieme una puntata di Milano-Roma, esperienza anche quella indimenticabile.
Carlo: Ricordo anche Andrea Giordana, che non voleva si facessero
domande su Il conte di Montecristo, perch lui l'aveva interpretato
da giovane e il ruolo gli era rimasto cucito addosso: tutti
lo ricordavano solo per quello, nonostante credo abbia all'attivo
quasi cinquanta film. Noi, non sapendolo, avevamo preparato domande
quasi esclusivamente su quello sceneggiato e, ovviamente, non la prese bene...
Marco: Venivano anche tanti calciatori e l scoprimmo che,
con nostra sorpresa, amavano alla follia Mai dire Gol. Spesso
partecipavano Walter Zenga, Aldo Serena e Davide Fontolan, ed
erano loro a suggerirci le gaffe dei colleghi nelle interviste. Noi
all'inizio pensavamo che ci odiassero, perch in fondo li prendevamo
in giro, invece anche loro avevano voglia di alleggerire i toni
con un po' di ironia. Quelli dell'Inter ci dissero che non riuscivano
pi ad ascoltare i discorsi di Trapattoni nello spogliatoio senza
ridere, perch gli venivano in mente le nostre gag. Ci rendemmo
conto che i giocatori non erano gli artefici di quel meccanismo,
ma ne erano a loro volta vittime: non vedevano l'ora che il calcio
venisse sdrammatizzato. E, infatti, chi si arrabbiava di pi erano i
presidenti. Per capirci, una volta Fontolan entr in studio urlando:
Fontolino Fontolaaaaaaan, che era un nostro tormentone su di
lui: il modo in cui annunciavamo i suoi lisci.
Giorgio: Una volta venne Ciccio Ingrassia e noi gli spiegammo
che il tabellone doveva essere vissuto un po' come un condominio,
e che quindi avremmo apprezzato una qualche interazione
con gli altri ospiti. Quando inizi la registrazione della puntata,
Ingrassia ci prese alla lettera e fece finta di litigare con qualcuno,
in perfetto stile assemblea condominiale: e cos prese un
vaso di fiori dal davanzalino della sua postazione e lo butt gi,
mirando un altro ospite della puntata. Ci fece molto ridere, ma
dovemmo dirgli: Ok, bravo, per evitiamo di mandare qualcuno all'ospedale.
Carlo: Io ho un ricordo un po' imbarazzante. Un giorno venne
ospite Milena Vukotic e andai in camerino a spiegarle cosa sarebbe
successo in puntata. Per chi non lo sapesse, come me all'epoca, la
Vukotic ha lavorato con grandissimi registi, per esempio Federico
Fellini e Luis Bunuel. Io la riempii di complimenti, suscitando in
lei un meraviglioso sorriso, e le dissi che la sua interpretazione
come moglie di Fantozzi mi aveva fatto morire dal ridere. A lei,
che come Giordana-Montecristo evidentemente non voleva essere
ricordata solo per quella parte, il sorriso si spense di colpo. Al che
riuscii persino a peggiorare la situazione: Certo, i primi due film
di Fantozzi sono davvero superlativi, gli altri un po' meno: ma in
fondo  normale.... Be', tra le cose che non sapevo, o semplicemente
non ricordavo, c' che in quei primi due film la Pina non
venne interpretata da lei, ma da Li Bosisio.
Marco: Poteva andare peggio, Carlo. Pensa se le avessi detto
che la sua interpretazione della figlia di Fantozzi era sublime.
Giorgio: Recentemente, leggendo una sua intervista, ho scoperto
che ha posato senza veli per Playboy in quegli anni. A saperlo prima...
Carlo: A saperlo prima, la nostra conversazione avrebbe preso
tutt'altra piega... tipo quella tra me e Moana. Invece, una piega
davvero particolare la prese il mio incontro con Mario Marenco,
uno della banda di Renzo Arbore: per me un genio assoluto.
Come sempre, lo andai ad accogliere in camerino e gli feci mille
complimenti. Vedevo che reagiva poco. Annuiva, ma ben presto
si stuf di ascoltare le cose noiose che gli stavo spiegando sulla
trasmissione e inizi a comportarsi in maniera strana: prima fiss
una sedia, poi la sollev e ci guard sotto. L'appoggi e la riprese
in mano, e cos via con un po' di altri oggetti, ma senza mai spiegarmi
perch. Forse era un modo per cacciarmi o per disorientarmi.
Ma la vera genialata la fece un anno dopo. Quando iniziammo
ad avere ospiti a Mai dire Gol, lui prese la straordinaria abitudine
di telefonare alla redazione dicendo: Sono all'aeroporto,
sto arrivando, e puntualmente mandava nel panico la persona
che aveva risposto. La cosa pi bella  che non venne mai. Capit
almeno dieci volte in una stagione... stupendo!
Marco: Il genio dello scherzo.
Giorgio: A Il gioco dei 9 cementammo il rapporto con Gene
Gnocchi e Teo Teocoli. Nei camerini nacque, per caso, il personaggio
di Felice Caccamo. Era l'imitazione di un pizzaiolo con
cui Teo ci faceva ridere nelle pause di lavorazione: tempo dopo,
a Mai dire Gol, lo rendemmo un giornalista sportivo. Comunque,
dopo l'esperienza a Il gioco dei 9, fin la collaborazione
con Gerry Scotti, anche se siamo sempre rimasti in contatto e in
ottimi rapporti. Nei trent'anni passati insieme a Cologno Monzese
venne varie volte, di sua spontanea iniziativa, a fare comparsate
a Mai dire Gol, quando gli capitava di passare dalle parti del nostro studio.
Marco: Con Michael Jackson, invece, ci siamo persi di vista.
...
.
...
AMARCORD. Oui, je suis Tit le Due! di Carlo.
...
.
...
Nel giugno 1989 ci propongono di fare gli autori di Bellezze al
Bagno, una sorta di Giochi senza frontiere in versione Canale
5 (con un po' pi di variet e, soprattutto, con delle ballerine)
da realizzare all'Atlantica Park di Cesenatico. Non proprio una
proposta esaltante, dal mio punto di vista: quindi dico subito, in
tono perentorio, che non lo avrei fatto per nessun motivo al mondo.
Giorgio, per,  in una fase complicata della sua vita: si  lasciato
con la fidanzata dell'epoca e ha abbandonato gli studi in
Bocconi. E quindi pensa che andare via da Milano, a lavorare in un
parco acquatico con degli amici, gli potrebbe fare bene. Ci implora
di accettare quel lavoro. In pi, lui non vuole fare Telemeno a
Odeon TV, mentre io s: cos cedo su una cosa e lui sull'altra. Trovato
l'accordo, che rende felice solo Marco (l'unico a cui va bene fare
entrambi i programmi), partiamo tutti per la riviera romagnola.
Appena arrivati ci conducono al nostro hotel: una pensioncina
sul lungomare, piena di turisti tedeschi in sandali e calzini, con
un bagno talmente piccolo che la doccia  esattamente sopra la
tazza del cesso, per cui per lavarti devi per forza sederti sul water.
Non ho mai visto nulla di simile e, pur avendo dormito tante volte
in sistemazioni ben peggiori (in tenda, in spiaggia, in macchina o
in posadas latinoamericane il cui bagno era una turca, all'aperto,
comune a tutti gli ospiti), mi gioco la carta del: Mi dispiace tanto,
ma se non ci danno un albergo pi comodo io me ne vado!. Pu
sembrare una scenata da primadonna, ma  semplicemente una
scusa per tornarmene a casa. Purtroppo, per, veniamo immediatamente
accontentati (la segretaria di produzione ci fa capire che
ci hanno provato, per risparmiare, ma che gi altri collaboratori
del programma hanno rifiutato quella sistemazione) e ci spostano
in un albergo molto migliore, che ha un unico limite:  fuori dal
paese. In sostanza, rubando una battuta a Paolo Rossi, anzich a
Cesenatico ... a cinque minuti dal centro di Pescara!
 il primo programma della nostra carriera che firmiamo nei
titoli di testa col nostro pseudonimo ufficiale: Scritto da Marco
Posarti e la Gialappa's Band compare enorme, a nostra insaputa,
sul megaschermo dello studio in apertura della prima puntata. E
non  che la cosa ci renda felicissimi, perch la trasmissione  quello
che ; per intenderci:  dignitosa, godibile, ma di certo non  un
programma che guarderemmo volentieri nel salotto di casa nostra.
Probabilmente nemmeno nel bagno di casa nostra.
 prodotto, oltretutto, da La Italiana Produzioni di Stefania
Craxi, vittima di frequenti punzecchiature da parte di Marco, tipo:
Mi raccomando, non lasciate niente in giro che  pieno di socialisti!.
Per rappresaglia, vista la mia scarsa voglia di essere l che
mi porta quotidianamente a non dare esattamente il meglio di me,
Stefania mi ribattezza simpaticamente Khomeini (e, a scanso di
equivoci, credo che non abbia poi tutti i torti).
La presentatrice  Milly Carlucci, una grande professionista e,
soprattutto, una persona davvero carina. Accanto alla sua roulotte-camerino
c' un tendone pieno di oggetti di trovarobato, tra
i quali scopro un favoloso pianoforte a coda. Prendo l'abitudine
di andare l, nei momenti di pausa, a suonare e cantare qualcosa,
per concedermi un momento gratificante in quelle giornate per me
noiosissime. Solo che la musica a me cara  tristissima (per capirci,
ho sempre considerato Luigi Tenco un inguaribile ottimista) e cos
un giorno, mentre suono, vengo raggiunto dal manager di Milly
che mi prega, gentilmente, di smettere, perch le sto mettendo malinconia.
Sapesse quanta ne ho io!, gli rispondo ridendo. E da
quel momento il mio unico passatempo piacevole viene, per forza di cose, abolito.
Oltre a Milly e all'immancabile stuolo di ballerine dei variet
Fininvest, nel cast ci sono i tre comici a noi affidati: ovvero Enrico
Beruschi (con cui abbiamo appena concluso Emilio), Enzo Braschi
(con cui abbiamo familiarizzato molto a Drive In), e Carlo
Pistarino (che si rivela un vulcano di battute in continua eruzione).
La sera, quando io vado a dormire (e spesso torno addirittura
a Milano per riapparire in Romagna, cotto a puntino, la mattina
dopo), Giorgio e Marco rubano la macchina di Enrico Beruschi,
che ha la rarit, in quei tempi, di contenere un telefono. Chiamano
ovunque, senza limiti e confini: ma Beruschi, che  l'uomo pi buono del mondo, non dice niente.
La cosa pi buffa di Beruschi  che veste sempre in giacca, cravatta,
jeans e sneakers di una nota marca tedesca, che, sapendolo,
gliene manda in quantit industriali. Nella sua stanza d'hotel ha
circa venti scatole di scarpe nuove, purtroppo di un numero che va
bene solo a lui. In sostanza,  una specie di Chiara Ferragni ante
litteram, anche se in vita mia non ho mai conosciuto nessuno che
abbia comprato quelle scarpe perch le ha viste ai piedi di Beruschi.
E poi, in ogni puntata, vengono ospiti musicali che a vario titolo
ci colpiscono, o su cui facciamo colpo noi, come per esempio: Loredana
Bert, che viene accompagnata dal marito Bjorn Borg, ridotto
a uno straccio dai vizi e stravizi di quel periodo (lo vediamo tentare
di sollevare una piccola valigia, in reception, e poi rinunciare come
se si trattasse di uno sforzo titanico).
Al Bano, che, anche se nessuno mi crede quando lo dico, mi
strabilia per la sua bellezza (a dispetto delle tante battute di segno
contrario, tipo quella di Beppe Grillo a Sanremo: Al Bano ama
la natura, con tutti gli scherzi che gli ha fatto!).
Donatella Rettore, che rimane colpita da Marco, il quale in quel
periodo emanava testosterone scintillante.
Amanda Lear, anche lei folgorata da Marco, salvo poi rivolgere
le sue attenzioni a un body guard esageratamente nerboruto, a cui
chiede di accompagnarla in bagno: forse perch non sa esattamente in quale dei due entrare...
Tito LeDuc, leader delle Sorelle Bandiera, un trio musicale en
travest, reso celebre da Renzo Arbore, che affid loro la sigla finale de L'altra domenica.
Anche Tito LeDuc dimostra molto chiaramente interesse per
Marco. Allora, per vendicarmi di quel mese al confino su una colata
di cemento in riva all'Adriatico, dico a Marco di stare all'erta,
perch Tito  nel nostro stesso hotel e ha chiesto quale fosse il suo numero di camera.
Quella notte, anzich tornare a Milano, rimango apposta a Cesenatico
per attendere il rientro di Marco, che ha la stanza accanto
alla mia. Quando lo sento tornare e andare in bagno per lavarsi i
denti (le pareti sono talmente sottili che mi sembra di sentire anche
i pensieri dei miei vicini di camera), prima che indossi a mo' di
pigiama le sue consuete due gocce di Chanel Nr 5, busso alla sua
porta mormorando con R arrotatissima (senza alcun motivo,
visto che Tito, a dispetto del nome d'arte,  messicano): Marrrco, Marrrco!.
Lo sento chiedere, da dietro la porta, preoccupatissimo: Chi ?.
Con voce suadente gli rispondo: Oui, je suis Tit LeDuc!.
Come sia andata a finire quella notte, cos inaspettatamente
romantica, ve lo lascio soltanto immaginare: vi dico solo che ne
porto ancora i segni. E, a quanto sostiene Marco, ne meritavo anche di pi.
...
.
...
AMICI NOSTRI. Ah no? Con Claudio Bisio.
...
.
...
Mi dispiace devo andare via / Ma sapevo che era una bugia /
Quanto tempo perso dietro a lui / Che promette e poi non cambia
mai.... La canzone Strani amori di Laura Pausini sembra perfetta
per descrivere il rapporto tra la Gialappa's Band e Claudio Bisio:
nato con un pacco tirato ai tempi della radio. Leggete, leggete...
Giorgio: Questa volta partiamo noi con il raccontare il nostro
primo incontro: venimmo a vederti allo Zelig e tu facevi un karateca,
senza testo: di fatto emettevi suoni gutturali e pernacchie, e
sputavi addosso alla gente in prima fila. Ovviamente impazzimmo
di gioia e ti invitammo a Radio Popolare il giorno dopo. Tu,
gasatissimo, rispondesti: Certo, vengo!. E, ovviamente, non ti presentasti.
Claudio: Questo  un mio classico: mai dire no. Per, poi,
abbiamo fatto insieme Una notte all'Odeon, anche se a un
certo punto voi siete scappati perch dovevate lavorare a Drive
In e mi avete lasciato l, solo come un pirla, a registrare i miei
pezzi. E alla fine ci avete messo altri sette anni per richiamarmi
a fare Mai dire Gol. Per dire: avete contattato Aldo, Giovanni
e Giacomo prima di me. Sono cose che non dimentico.
Marco: Ma cosa stai dicendo? Ti sei veramente rincoglionito
con l'et. Tu eri impegnatissimo, infatti quando sei venuto nel 1997 ci siamo quasi stupiti.
Carlo: Tra l'altro abbiamo rischiato di litigare subito, perch
nella prima puntata decidemmo di farti fare una gag in studio, per
parodiare quello che era successo al Tour de France, dove uno streaker
si era messo a rincorrere i ciclisti completamente nudo. Quel
giorno in studio, per, c'era un fotografo dell'ufficio stampa, che si
 rivenduto le foto a un giornale scandalistico. Tu, arrabbiatissimo,
stavi quasi mollando il programma dopo una sola puntata.
Claudio: Ma ora parliamo di cose belle e divertenti...
Giorgio: Non ne ricordo nemmeno una.
Carlo: Una tua peculiarit era quella di presentarti alle prove
con un testo di poche righe, con cui si sarebbe potuto fare s e no
un minuto di sketch, e poi, quando si registrava, improvvisavi
praticamente tutto, arrivando anche a sei minuti.
Claudio: In particolare quando facevo il personaggio di Micio,
il manager dei calciatori: tra l'altro, anticipando di anni lo strapotere
dei procuratori. I suoi tormentoni erano: Ascolta un cretino!
e Ah no?. L'idea originaria era quella di fare una parodia di Luciano
Moggi, deus ex machina del mercato della Juventus, ma mi
veniva malissimo, cos optammo per un personaggio di fantasia. Il
look di Micio era ispirato al compianto Franchino Tuzio, che negli
anni  stato manager di Fiorello, Nicola Savino, Alessandro Cattelan,
Michelle Hunziker e di molte veline di Striscia la Notizia.
Giorgio: Io odiavo il personaggio Biru Biru, perch ci volevano
due ore di preparazione per poi registrare neanche trenta secondi
di gag. Invece amavo molto Dario Fo.
Claudio: Fu un'idea di Carlo: lo scrisse il giorno in cui Fo vinse
il Premio Nobel. Era anche l'unica imitazione che sapevo fare,
perch avevo gi lavorato con lui. Ricordo che, per colpa di quella
parodia, mi tolse il saluto Dario Ballantini, di Striscia la Notizia,
perch ce l'aveva anche lui nel repertorio: era pronto a farlo, ma
l'anticipammo di mezz'ora. Spiace.
Marco: Io impazzivo per il professor Imbruglia.
Claudio: Dovevamo fare la parodia del
professor Di Bella, venuto alla ribalta delle
cronache per una controversa cura contro il
cancro, ma anche l c'era poca somiglianza,
cos nacque Imbruglia. Nell'ultima puntata
venne ospite Enzo Jannacci, che Imbruglia definiva
il suo punto di riferimento per la medicina
moderna. Enzo improvvis, per un buon quarto d'ora, la parte
di un meccanico che, con le chiavi inglesi in mano, parlava del
corpo umano. Ovviamente tagliammo l'intervento a soli quattro
minuti. Mi piacerebbe avere il girato totale, perch era eccezionale.
Giorgio: Che personaggio hai amato di pi?
Claudio: Micio numero uno, anche se Imbruglia e Marcel Bisio,
il mimo che parlava perch non si capiva
quello che mimava, hanno il loro perch. Micio
 quello che  rimasto di pi, il pi forte.
Era quello pi coerente con Mai dire Gol e
poi si univa anche al fatto che io non sapessi
un cazzo di calcio. Lo scrivevo con il geniale
Walter Fontana. Mi immaginavo che Micio
avesse una doppia vita: procuratore di calciatori di giorno e di
prostitute di notte. Era quello pi divertente, che permetteva di
interagire tanto con voi: c'era molta improvvisazione. Bisio, invece,
 l'unico personaggio che rivendico come totalmente mio.
Carlo: Un personaggio di nicchia, ma che mi piaceva molto,
era Herr Transformer: un mago trasformista.
Claudio: Era un Arturo Brachetti che non ce l'ha fatta. Feci
anche una canzone con le uniche due parole tedesche che conosco:
flughafen e Gruss Gott, ovvero aeroporto e Ciao.
Marco: E vogliamo dimenticare Puddu, il pugile pavido?
Claudio: Dovevamo scegliere il nome del
personaggio e lo chiamammo Lino Puddu. Il
nome Lino era quello del nostro produttore
Tatalo, poi ci aggiungemmo Puddu, cognome
ispirato a un pugile degli anni Settanta di discreto
successo, Tonino Puddu. Il problema  che poi Tonino Puddu
prov a querelarci. Disse che, dopo le nostre puntate, al bar lo
prendevano tutti per il culo. La chiave comica era che si trattava di
un pugile scalmanatissimo fino al gong, e che poi se la faceva sotto
dalla paura. Dovemmo presentarci tutti a Palazzo di Giustizia a
Milano per parlare con il magistrato che avrebbe dovuto decidere
se procedere o meno con la querela. Il nostro avvocato disse: Non
 sicuro che vinciamo. Non dovete contraddirvi, dovete avere tutti
la stessa versione: se trovano una contraddizione  finita!. Poi in
tribunale ci ricevettero uno alla volta. Entrai io per primo e dopo un quarto d'ora uscii in manette.
Marco: Ci credemmo per un secondo, poi scoppiammo a ridere.
L'interrogatorio vero quanto dur?
Claudio: Credo due o tre minuti al massimo: il resto del tempo
lo passammo con il giudice e il poliziotto a escogitare lo scherzo.
Giorgio: Noi non facemmo nemmeno la deposizione, tanto era
evidente che si trattasse di una minchiata.
Claudio: Ora per voglio farvi io una domanda: vi stimo molto,
lo sapete, per perch avete preso Gioele Dix per fare il conduttore
pelato, mettendogli una calotta in testa, mentre a me avete messo
le parrucche per fare personaggi improbabili? Vi rendete conto che non aveva senso?
Marco: Hai ragione, ti chiediamo scusa:  stata una grande cazzata.
Carlo: Esatto, e non  certo stata l'unica.
Claudio: Per sono stati anni bellissimi, ci siamo divertiti molto.
A parte le esterne di Crozza in cui facevo il sindaco: una volta
mi sono pure rotto un menisco saltando gi
da un'Apecar sul Lago Maggiore. Per i balletti
di gruppo, i disturbi in studio, i finali
corali con Fabio De Luigi (che vi segnalai io),
Luciana Littizzetto, Maurizio Crozza e Ugo
Dighero erano eccezionali. Corali per modo
di dire, perch mancava sempre Daniele Luttazzi che scappava.
Carlo: Tu sei anche l'unico che sia riuscito a chiudere uno
sketch senza apparire o dire niente.
Claudio: Ricordo bene quello sketch: Gioele faceva Alberto
Tomba e portava a Ellen il libro con i suoi migliori ricordi e, alla
fine del libro, mettemmo delle foto di me completamente nudo fatte
in camerino. Prima della registrazione avevo detto: Tranquilli, ci
penso io a farla ridere!. Ellen inizi a singhiozzare senza possibilit di riprendersi. E chiudemmo cos.
Giorgio: Alla fine com' stato lavorare con noi?
Claudio: Il bello  che ti divertivi, valorizzavate molto i comici,
anche se i testi erano claudicanti o, come nel mio caso, praticamente
inesistenti. La cosa difficile  che avete tre personalit
completamente diverse, quindi un personaggio che piaceva a due
di voi magari faceva schifo al terzo. Come Biru Biru, che Giorgio
detestava. Siete tre organi separati: Carlo  la testa, Marco il cuore e Giorgio la pancia.
Giorgio: Per me andava bene anche la minchia.
Marco: Poi te ne andasti e fosti il primo a dire che Mai dire
Gol era una montagna che partoriva un topolino: tantissimo lavoro
per cinquanta minuti di trasmissione. Volevi fare il presentatore a Zelig.
Claudio: Vero, ma anche a Zelig, forse, avrei potuto smettere
otto anni prima: io sono per le cose brevi. Per non ci lasciammo male, o sbaglio?
Carlo: Noi ci rimanemmo male, ma capimmo.
Giorgio: E poi forse soffrivi un po' la presenza di Crozza: eravate due galli in un pollaio.
Claudio: Probabilmente hai ragione: riesco a dare il meglio di
me se sono il numero uno. A Zelig ero il numero uno indiscusso
e, di conseguenza, mi sentivo generoso con gli altri comici. Ma
Mai dire Gol  una delle cose pi belle che ho fatto, e sempre a
livelli altissimi. Vi basta questo ringraziamento o volete anche dei soldi indietro?
Marco: Soldi no,  venale. Un appartamento?
...
.
...
AMARCORD. Io so' io e voi nun siete un... di Giorgio.
...
.
...
 la primavera del 1990, quando nei palazzi di Cologno Monzese
esplode una bomba: Fatma Ruffini viene nominata capostruttura di
tutte le produzioni Fininvest, con la sola eccezione dei programmi
di news, sport e sitcom, che allora rappresentavano meno del dieci
per cento dell'intera proposta televisiva dell'azienda.
 una notizia che sui giornali non meriter pi di un trafiletto,
ma che all'interno dell'azienda  l'equivalente di uno tsunami, al
punto che provocher una serie di dimissioni a catena da parte
dei produttori pi importanti, come Alessio Gorla e Mario Rasini,
ovvero quelli con cui avevamo lavorato di pi in quegli anni.
Nonch una psicosi collettiva tra autori e artisti televisivi, manco
avessero nominato Harvey Weinstein responsabile dei casting di Non  la Rai.
Ai pi il nome di Fatma Ruffini dir poco o nulla, ma a Cologno
Monzese  da sempre una dei dirigenti pi conosciuti e pi temuti.
Da alcuni anni  a capo della struttura dei programmi di giochi e
quiz che riempiono, con successo, la fascia pomeridiana e preserale
delle tre reti. Ok il prezzo  giusto, Tra moglie e marito, Il gioco
delle coppie sono solo alcuni esempi, fino ad arrivare a Doppio
slalom, un quiz per ragazzi condotto da Corrado Tedeschi, a cui tra
l'altro partecip come concorrente un giovanissimo, ma gi insopportabile,
Matteo Salvini. Un altro Matteo altrettanto giovanissimo
e altrettanto insopportabile, cio Renzi, partecip invece a La ruota
della fortuna, altro gioco a premi della Ruffini.
Nota per i suoi atteggiamenti autoritari e poco inclini al compromesso,
al punto da meritarsi soprannomi come Lady di ferro,
Crudelia De Monz e Zarina di Cologno, famosa per tagliare
pezzi di trasmissione senza neanche avvertire i responsabili, si vocifera
anche che avesse l'abitudine di disseminare le sue produzioni
di persone di sua fiducia, pronte a fare da delatrici qualora si fosse presentata l'occasione.
Ovviamente, dopo la bomba-Ruffini, il mondo crolla anche
per Carlo, Marco e me. Noi autori ancora giovani e imberbi,
abituati ad avere a che fare con produttori e personaggi molto indipendenti
come Ricci e Zuzzurro&Gaspare, all'idea di lavorare
per un Ceausescu in gonnella (altro gustoso soprannome attribuitole
nei corridoi di Cologno) non facciamo certo salti di gioia.
Oltretutto, non sappiamo cosa ci riserver il futuro: Emilio ha
chiuso i battenti dopo due stagioni e abbiamo in programma la
seconda edizione di Mai dire Banzai, da registrare di l a poco,
ma per la stagione successiva al momento non ci sono molte prospettive.
Qualche settimana dopo, ci stiamo lasciando andare proprio a
queste considerazioni, intervallate da colorite imprecazioni, mentre
aspettiamo di essere ricevuti in udienza privata da Sua Maest.
Una volta entrati nel classico ufficio da megadirettore galattico in
stile Fantozzi, la Ruffini ci attende seduta sul suo tron... pardon,
sulla sua sedia. Alle sue spalle una statua di un samurai a grandezza
naturale, ma forse  solo un suo assistente travestito per non
dare nell'occhio, mentre steso sulla sua scrivania c' un foglio di
due metri quadrati su cui sono elencati tutti i programmi di cui diventer responsabile.
Oddio, davvero non so come riuscir a occuparmi di tutto
questo, sono le parole che escono dalla sua bocca. Ci che invece
sentono le nostre orecchie : Adesso  tutto mio, decido tutto io
e voi siete solo delle povere merdine, che senza di me non hanno futuro.
Ci fa un'offerta che non possiamo rifiutare, pena svegliarci una
mattina con la testa di un Telegatto morto tra le lenzuola. Per
fortuna, non  un'offerta cos malvagia: diventare gli autori della
nuova edizione de Il gioco dei 9, quiz condotto fino ad allora da
Raimondo Vianello, ora sostituito da Gerry Scotti, e che quindi
ha bisogno di una riverniciata in chiave comica. Noi (ovviamente)
accettiamo e decidiamo di spostare la comicit dal conduttore agli
ospiti, aumentando la presenza dei comici, soprattutto con Teo Teocoli e Gene Gnocchi ospiti fissi.
La successiva lavorazione del programma, che dura per nove
mesi, fila abbastanza liscia: critica e pubblico accolgono favorevolmente
la nuova formula della trasmissione, non ci sono tagli proditori
e non abbiamo particolari scazzi con la Ruffini, a parte qualche
discussione su alcune modifiche alla scenografia, che chiediamo pi
volte senza mai ottenerle. Quanto alla vociferata presenza di sue
spie in redazione, non abbiamo prove, ma qualche grave indizio
s: ogni tanto io e la produttrice del programma, Gigliola Barbieri,
dopo esserci messi d'accordo, partiamo con finti ma credibilissimi
litigi davanti a tutti, finendo con reciproci e plateali vaffa. Poi
facciamo partire il cronometro e invariabilmente, dopo massimo
venti minuti, il telefono della Barbieri squilla: Ciao Gigliola, sono
Fatma, ho saputo che hai avuto problemi con Gherarducci.
Per i ritmi di lavoro di un programma quotidiano da duecentocinquanta
puntate non ci fanno impazzire di gioia. Dopo un po'
tutto diventa una routine, oltre al fatto che a ottobre iniziamo a
lavorare anche a Vicini di casa e a novembre a Mai dire Gol, per
cui quando un giorno incontriamo, per caso, la Ruffini nel garage
di Cologno Monzese, lei salutandoci ci dice: A proposito, volevo
dirvi che le modifiche che mi avevate chiesto alla scenografia le faremo nell'edizione dell'anno prossimo.
Marco risponde: E chi ti ha detto che noi l'edizione dell'anno prossimo la vorremmo fare?.
1 a Zero per noi.
Per la prima volta ci fa tenerezza, sembra Fonzie quando deve
dire: Ho sbagliato. Poi ci guarda, prende giusto il tempo per deglutire e ribatte con prontezza: E chi vi ha detto che ve l'avrei chiesto?
Dai, palla al centro. Diavolo di una Zarina!
...
.
...
12. Mai pi solo.
...
.
...
Il brutto di essere in tre  che ogni volta bisogna cercare una
mediazione tra diversi punti di vista. Nel caso di Carlo, Giorgio
e Marco, poi, la cosa si complica, perch hanno tre personalit
completamente differenti. E, come ho gi detto, non erano amici
prima dell'esperienza a Radio Popolare, quindi non si sono scelti,
ma si sono ritrovati a essere un gruppo loro malgrado. La cosa
che li accomuna, per,  il forte senso della democrazia e l'incapacit
di prevaricare il prossimo (a parte nel mio caso, ma io sono
solo una voce narrante). Cos dal primo giorno hanno adottato
il metodo della votazione per dirimere le questioni controverse.
Raggiunto il quorum di due voti, il patto  sempre stato di non
ritornare pi sull'argomento e di accettare la volont della maggioranza.
Ci sono stati momenti di frizione, certo. Ma  una cosa
normale in qualsiasi band. Cos come il bello di qualsiasi band 
che puoi chiedere aiuto ai tuoi compagni quando sei in difficolt.
 successo a Marco, in un brutto periodo della sua vita causato da un grave infortunio.
Marco: In quei primi anni di lavoro capimmo che dovevamo
fare leva sulla forza del gruppo e ci rendemmo conto che, alcune
volte, dovevamo sfruttare le peculiarit dei singoli. A Drive In,
per esempio, Giorgio era quello che aveva capito maggiormente il
linguaggio della trasmissione e quindi scriveva molto pi di Carlo
e di me. O ancora, quando mi ruppi la gamba, Carlo e Giorgio lavorarono
anche al mio posto per alcune puntate de Il gioco dei 9
e di Mai dire Gol. Al mio ritorno, poi, mi portavano in giro per
Mediaset su una sedia da ufficio con le ruote. Sembrava una gag.
Giorgio: All'epoca eri anche molto pi leggero e noi pi giovani:
ti spingevamo facilmente. Oggi ti lasceremmo nel parcheggio.
Marco: A trovarlo, un parcheggio davanti a Mediaset...
Carlo: Un problema, per, si pose con la sitcom Vicini di casa,
la prima occasione in cui ci trovammo a scrivere individualmente.
Non solo dovevamo scrivere una fiction, ma dovevamo anche farlo
da soli, visto che ognuno di noi si occupava di una puntata diversa.
Per fortuna la struttura della serie era stata gi costruita molto bene
da Gino&Michele, cos come l'idea delle singole puntate e parte
dello sviluppo delle trame: avevano fatto un lavoro straordinario.
Tutta quella fase venne gestita collettivamente. I protagonisti erano
Teo Teocoli, Silvio Orlando, Gene Gnocchi e Gabriella Golia. E
avevano anche gi pensato il possibile percorso dalla prima all'ultima
puntata: ovvero tutta la trama che, in gergo, viene chiamata orizzontale.
Giorgio: La caratterizzazione dei personaggi fu importantissima
per noi, perch fu un lavoro che poi ci trovammo a fare a Mai
dire Gol con i vari personaggi: dovevano avere caratteristiche ben
precise e non dovevano avere buchi, come dicono quelli bravi.
In Vicini di casa i protagonisti erano molto realistici, dovevano
essere i tuoi vicini: sapevi dove lavoravano, cosa tifavano, cosa
pensavano... c'era una costruzione ben chiara.
Carlo: In parte l'avevamo fatto anche a Emilio, dove l'insegnamento
pi grande, a sorpresa, ce lo aveva dato una costumista
che faceva domande molto precise agli autori: Ok, ma questo personaggio
che giornale legge? Se gli chiedessimo qual  il suo libro
preferito cosa risponderebbe? Che musica ascolta?. Domande che non ci eravamo mai posti.
Marco: Anche perch di libri ne avevano letti veramente pochi.
Carlo: In televisione sei abituato a lavorare su personaggi un
po' macchiettistici, ad andare per stereotipi, e non  che stai a
pensare a queste cose. Insomma, a Vicini di casa era stato fatto un
lavoro di preparazione straordinario: Gino&Michele ci fecero avere
anche la sceneggiatura della prima puntata, per spiegarci come
dovevamo strutturarle. Poi iniziammo a fare il lavoro verticale,
ovvero per singolo episodio, e si fece anche questo tutti insieme. Fino
a quel momento fu una cosa fantastica: una vera scuola autori,
fatta da gente che ci spiegava come si scrive una sitcom, cosa che
io non sapevo e ancora adesso non so fare. Il discorso, in fondo, 
molto semplice: io non sono all'altezza, non ne sono capace, non mi riesce.
Marco: Non essere cos ottimista, dai.
Carlo: Si arriv cos ad avere pi o meno tutte e venti le trame
degli episodi, ovvero i soggetti. Dopodich, a grande sorpresa (perlomeno
mia), venne fuori che solo un singolo autore avrebbe scritto
le sceneggiature, battuta per battuta, di ogni puntata. La mia speranza,
a quel punto, fu che noi tre avremmo scritto le nostre puntate
comunque insieme: e invece no, ognuno di noi si ritrov due
puntate a testa da scrivere singolarmente. Panico! Nella mia prima,
il personaggio interpretato da Silvio Orlando veniva richiamato,
per sbaglio, a svolgere il servizio militare, e quindi, pur avendo
fatto obiezione di coscienza, ci infilai qualcosa di autobiografico,
perch qualcosa di comico nel mio rapporto con le caserme e il
Ministero della Difesa era comunque avvenuto; ma per la seconda
non ebbi la prontezza di dire: No, questa vi prego no!. Era un
po' fantasy: la storia del personaggio interpretato da Teo Teocoli
che, misteriosamente, si trasformava in uno scimmione.
Marco: E qui non hai trovato niente di autobiografico? Cio,
vuoi dirmi che non hai nemmeno un amico che almeno una volta
si sia trasformato in uno scimmione? Strano...
Essere un bravo autore comico non significa necessariamente essere
anche un bravo sceneggiatore. L'autocritica di Carlo, forse un
po' severa (ma non sar certo io ad addolcirla), ne  la dimostrazione
pi lampante. Anche perch, diciamocelo: non si pu essere perfetti in tutto.
Giorgio: Avverto una sottile ironia nel tono della voce narrante, o sbaglio?
Carlo: Ignorala! A me fa solo perdere il filo. Dicevo... Grazie
a qualche riunione specifica con Gino&Michele riuscii a ideare
quasi tutto lo sviluppo della puntata ma, al momento di partire
per le vacanze, mi mancava completamente il finale. Non poco,
insomma. L'unica raccomandazione di Gino fu: L'importante 
che a fine puntata Teo ritorni normale: altrimenti perde senso il
resto della serie. Per, mi raccomando, che non sia semplicemente
un sogno: sarebbe troppo banale!. Passai tutta l'estate a scrivere
e a scervellarmi. Scrissi un finale che faceva schifo, ma pensai:
Non  che le puntate andranno in onda cos come sono scritte:
qualcuno le corregger. Invece ci vennero approvate in toto,
compresa quella! Si and in scena. Girammo come si fa in queste
occasioni: non tutte le puntate intere e in sequenza, ma una scena
della prima e poi quella di un'altra, al fine di ottimizzare, perch
magari i costumi e i personaggi erano gli stessi. Finch arriv il
giorno in cui andava girato il finale della mia puntata: Teo diventa
uno scimmione. Piccolo problema: nessuno di noi tre era presente
sul set, visto che eravamo impegnati in un altro studio, cos Gino
mi dovette telefonare. Carlo, forse quando l'ho letta ero un po'
distratto, ma questo finale... ma che cazzo vuol dire? Siamo qui
anche con Teo, l'abbiamo letto in cinque e nessuno  sicuro di averlo capito bene.
Giorgio: Be', niente male: in cinque senza capirlo.
Carlo: La mia memoria non mi permette di ricordare nel dettaglio
che cavolo avessi scritto. Per sommi capi credo fosse cos:
Teo la mattina dopo si risvegliava senza essere pi uno scimmione,
ma al suo posto lo era diventato Silvio Orlando, sul cui comodino
si notavano i resti di un dolce che Teo aveva mangiato due giorni
prima. Il senso che avevo immaginato, nel panico creativo pi totale,
era che Teo fosse diventato momentaneamente uno scimmione
perch aveva mangiato un dessert inglese. Ci avevo messo del
biografico, ricordando di quando, in vacanza studio in Inghilterra
da ragazzino, mi avevano fatto mangiare Yoatmeal pudding: un
dolce... diversamente delizioso. Sapevo benissimo che non era
un'idea buona, ma ero convinto che Gino, leggendola, mi avrebbe
chiamato per migliorarla insieme. Il problema  che mi chiam
mentre la stavano gi girando e io, disarmato, gli risposi: Gino, io
questa chiamata me l'aspettavo a settembre, siamo a marzo e state
girando, non so proprio cosa dirti. Alzai bandiera bianca. Ah,
allora aveva ragione quello che diceva che era colpa del dolce...
non era molto chiaro, rispose lui. Era chiaro soltanto che fosse un'idea del cazzo, dissi io.
Marco: Pensa che l'unico che l'ha capito  poi diventato un serial killer... per dire.
Carlo: Probabile, perch ci voleva una mente malata... come
la mia. Ma ricordo che Gino, persona gentilissima, addirittura si
scus: Mi dispiace, l'ho letta un po' distrattamente e mi sembrava
andasse bene, ma in effetti.... Capito? Si scus lui! Che gran signore.
Marco: Io mi trovai esattamente nella stessa situazione, perch
scrivere da solo, senza avere la possibilit di confrontarsi per capire
se una battuta faceva ridere oppure no, era pesantissimo. Ricordo
il lavoro a quelle due puntate come macigni di angoscia. Giorgio,
invece, per carattere riesce a lavorare anche in solitudine, e infatti
le sue due puntate erano pi divertenti delle nostre.
Giorgio: Curiosit: in una delle puntate apparve un ancor giovane
e sconosciuto comico, tale Antonio Albanese, che era stato
scelto per interpretare, vestito di pelle nera, un frequentatore di
locali sadomaso o qualcosa del genere.
Marco: Dici che anche quello spunto era autobiografico?
Giorgio: Conoscendo Antonio, non mi sembra il tipo. Per, magari,
il suo alter ego Frengo... Ricordo anche che, dopo le vacanze
di Natale, Silvio Orlando si present con i capelli corti, subendo un
cazziatone da parte di Gino&Michele, di Teo e della produzione:
si era dimenticato che andavano ancora girate scene delle puntate
precedenti. Ma ormai il suo aspetto era diverso. A Hollywood
li chiamano bloopers, errori cinematografici: come per esempio
un gladiatore che ha un orologio al polso in un film ambientato nell'antica Roma.
Marco: La trama di una delle puntate prevedeva la presenza
di un alieno un po' buffo, una specie di E.T. l'extra-terrestre.
Gino&Michele avrebbero voluto che l'alieno fosse quello di una
pubblicit di una nota marca di pellicole fotografiche, molto famosa
in quegli anni, interpretato da un attore affetto da nanismo
che si chiamava Davide Marotta. L'idea era giusta: quell'alieno
era famosissimo, piaceva a grandi e piccini, sarebbe stato perfetto.
I produttori del programma, per, erano noti per essere un
po' parsimoniosi, per usare un eufemismo. E pur di non essere
costretti a pagare il cachet a Marotta, che in quel periodo era
molto richiesto e quindi chiedeva giustamente qualcosina, ci dissero:
Ragazzi, purtroppo Davide Marotta  morto qualche mese
fa, ma non vi preoccupate, c' un nostro amico attore teatrale
che  poco pi alto e che  perfetto per fare l'alieno. Il giorno
della puntata si present: era alto un metro e sessanta! Gino gli si
mise accanto ed esclam: Ma  alto come me!. Non so se fosse
pi depresso per il pacco che gli avevano tirato i produttori, o
perch pensava di essere considerato papabile per la parte di E.T.
Ovviamente scoprimmo tempo dopo che Davide Marotta non era
affatto morto. Anzi, per fortuna gode tuttora di ottima salute.
Carlo: E da allora non smette di fare gesti apotropaici.
Marco: Tiene le mani sui coglioni non era pi semplice da dire?
...
.
...
AMARCORD. Give peace a charme. di Carlo.
...
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...
 mercoled 6 febbraio 1991 e nella redazione de Il gioco dei 9
c' un discreto fermento, perch Aldo Biscardi, ospite di Gerry per
la prima volta, si presenta agli studi prima del previsto e il suo
camerino non  ancora pronto: perci bisogna trovare il modo di
intrattenerlo finch le donne delle pulizie non daranno l'ok e, in
assenza di Marco e Giorgio, che vivono costantemente sincronizzati
col fuso orario di Lisbona, l'incombenza viene affidata a me.
Non si tratta di un compito da poco, perch Mai dire Gol va in
onda gi da un paio di mesi, con chicche biscardiane quasi in ogni
puntata, e la mia voce  talmente nasale (sono l'unico in Italia, oltre
a Gustav Thoeni, a non poter fare scherzi telefonici tappandomi il
naso, perch la voce rimane comunque la stessa e verrei sgamato subito,
tipo Fantozzi), che Biscardi potrebbe riconoscermi. E potrebbe
avere qualcosa da ridire sul trattamento che gli stiamo riservando.
D'altra parte, il biscardismo era all'origine de Il processo del
luned tanto quanto di Mai dire Gol, nato proprio come salvifica
pernacchia alla eccessiva drammatizzazione del calcio e alla
sua retorica dello scoop (da lui pronunciato rigorosamente sgub) a tutti i costi.
Karl Popper stava elaborando, proprio in quel periodo, la sua
proposta (tanto sensata quanto inascoltata) di istituire una patente
per i lavoratori della TV. Secondo lui, cos come per guidare
un'automobile bisogna dimostrare di saperlo fare senza creare pericoli
alle altre persone, anche per guidare un programma televisivo
andrebbe dimostrata la propria totale estraneit alle tre malattie
che la stanno rendendo un pericolo per l'intera civilt occidentale: sesso, violenza e sensazionalismo.
Ma per Biscardi, probabilmente, Popper era solo un terzino del Karlsruhe...
Lo incontro, lo saluto cordialmente (parlando a voce bassissima
per non farmi riconoscere) e decido di distrarlo portandolo in
giro per gli studi, deviando la sua attenzione sulle scenografie e
le attrezzature tecniche. Ma lui torna ripetutamente sullo stesso,
sorprendente, argomento: la (prima) Guerra del Golfo.
Anche voi non vedete l'ora che finisca questa guerra, vero?, mi chiede con aria contrita.
Rimango del tutto sconcertato e i miei ingiusti pregiudizi nei
confronti dell'interlocutore iniziano a vacillare. Anche se alle manifestazioni
pacifiste il capoccione rossiccio di Biscardi non l'ho
mai notato, evidentemente non  un caso se un grande intellettuale
come Angelo Guglielmi gli concede da anni, ogni settimana, una
prima serata su Rai 3: nel suo petto batte un cuore anti-imperialista e non-violento!
 davvero una sciagura questa operazione Desert Storm: ma
quando finir?, prosegue l'amico Aldo, al mio fianco, e io sento
risorgere in lui lo spirito di John Lennon e del suo epico Bed-in
for Peace del 1969, quando i marines, anzich l'Iraq, avevano
invaso il Vietnam. In quegli stessi anni un altro grande cantante,
Gianni Morandi, aveva rischiato di giocarsi la carriera e l'affetto
del pubblico portando al successo C'era un ragazzo: inno capace
di scuotere le coscienze di un'intera generazione. E le parole di
quella canzone mi avevano segnato cos profondamente da portarmi,
quarant'anni dopo, a convincere Morandi ad attualizzarne il
testo, parlando dell'Afghanistan, anzich del Vietnam, per evitare
che lo si continuasse a cantare con la stupida leggerezza di Quel mazzolin di fiori.
Spero proprio che i combattimenti finiscano al pi presto!,
aggiunge sconsolato il conduttore del Processo, con una convinzione
cos profonda da scavalcare in antimilitarismo persino Gino
Strada (fondatore di Emergency) e il Mahatma Gandhi. Non sto
proprio pi nella pelle per l'emozione:  davvero raro incontrare
qualcuno che, in ossequio all'articolo 11 della nostra Costituzione,
ripudi la guerra come strumento di offesa alla libert degli altri
popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali.
Sto per lanciarmi, commosso, in un: Grazie, fratello Aldo,
e scusa se ti ho capito solo ora, quando Biscardi cala il suo asso di
cuori, chiudendo per sempre la partita: Questa maledetta guerra
deve finire al pi presto, perch... non so a voi, ma a me sono due settimane che toglie tre punti di share.
Colpito e affondato!
Marco: Mi avevi promesso che, pi o meno a questo punto, avremmo iniziato a parlare di Mai dire...
Carlo: In effetti  questo il momento, ma vi confesso
che sono gi stanco. Questo viaggio nel passato mi ha sfiancato. Potete proseguire senza di me?
Giorgio: Direi di no,  ormai evidente a tutti che sei quello con la memoria migliore dei tre.
Carlo: S, questa cosa di essere l'intelligente del gruppo  sempre stata una condanna.
Marco: Intelligente? E chi l'ha mai detto? Abbiamo solo sostenuto che hai pi memoria di noi, come gli elefanti. Ma non mi risulta che siano tra gli animali pi intelligenti...
Carlo: Va bene, ci ho provato, per mi promettete che dopo questi capitoli possiamo andarcene a casa?
Giorgio: Poi vediamo...
...
.
...
MAI DIRE.
...
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...
14. Di imbecilli  pieno il mondo.
...
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...
Finora Carlo, Giorgio e Marco hanno raccontato di incontri importanti
nei primi anni della loro carriera, ma c' un momento
decisivo per la Gialappa's Band per come la conosciamo oggi. Uno
sliding doors. Un po' come quelle Miss Italia che erano andate alle
selezioni solo per accompagnare un'amica. Ora immaginatevi i tre
in costume da bagno intero e fascia sulla spalla: Miss Precisetti,
Miss Caterpillar e Miss Ritardatario. Spero di avervi rovinato la
giornata con quest'immagine. Comunque, siamo alla fine degli
anni Ottanta e un giovane e brillante dirigente Fininvest, coetaneo
dei tre, ha un'intuizione che cambier la storia della Gialappa's
Band e dell'intrattenimento televisivo (dopo averli messi in costume
mi sembrava il minimo recuperare con una sviolinata).
Carlo: L'ufficio di Fininvest che si occupava di acquistare i diritti
internazionali aveva comprato, a una fiera asiatica del 1987,
del materiale televisivo. Ne aveva preso tantissimo e non avevano
avuto la possibilit di indagare, se non guardando dei demo, quindi
non si erano fatti un'idea precisa riguardo al contenuto. Il loro primo
pensiero fu:  un po' la versione giapponese di "Giochi senza
frontiere", quindi potremmo farla commentare da Claudio Lippi o
Marco Columbro. E in parte la cosa reggeva. Il materiale, per,
era pi estremo di Giochi senza frontiere, perch il rapporto dei
nipponici col dolore  molto diverso dal nostro (ma questo ce lo
spieg, solo alcuni anni dopo, un italo-giapponese). Fatto sta che
ormai l'avevano preso e per non chiuderlo in un cassetto, e ammettere
di aver sprecato dei soldi, avevano bisogno di qualcuno che
sdrammatizzasse quelle immagini. Lippi e Columbro, bench avessero
un tono leggero, non vennero ritenuti adatti. Il primo a parlarcene,
quindi, fu Leonardo Pasquinelli, con cui abbiamo rapporti
di lavoro ancora oggi, che ci disse: Il responsabile delle tre reti 
Roberto Giovalli, per  in una fase un po' di... difficolt. Quindi,
se aveste un'idea per utilizzare questo materiale, rendereste felice
Giorgio Gori, che potrebbe essere il sostituto di Roberto qualora
purtroppo saltasse. Insomma, la sua considerazione era: Se salta
Giovalli speriamo arrivi Gori perch, se viene incaricato qualcun
altro, per chi come noi ha un determinato orientamento di gusto
e di valori, la vita in azienda si far pi difficile. Cos ci chiese
di provare a salvare le chiappe a una struttura che aveva comprato
del materiale senza molto senso. Tutti pensano che in televisione ci
sia sempre un retropensiero articolato, invece (soprattutto in quegli
anni pionieristici) moltissime cose erano lasciate al caso.
Marco: Quel materiale giapponese era davvero pesante, in alcuni
punti, cos ci chiesero di montarlo in modo tale da confondere
e nascondere le sequenze pi estreme. Per capirci: c'erano scene di
gente con arti fratturati che, anche sdrammatizzando, non potevi
proprio mandare in onda. In pi, il cuore del materiale era fatto
da due programmi diversi. Uno s'intitolava Endurance, ed era il
pi crudele; si potrebbe dire che fosse uno Squid Game ante litteram:
c'erano prove in cui i concorrenti venivano fatti arrostire al
sole in cabine di plexiglass senza poter bere, altre in cui venivano
lasciati seminudi a congelare nella neve, e ancora altre in cui erano
costretti a stare faccia a faccia con dei varani giganti e carnivori.
Insomma, erano prove di resistenza al dolore o alla paura, per cui
quel format aveva anche una sua logica. Ma su una rete italiana...
Giorgio: La seconda trasmissione si intitolava Takeshi's Castle
ed era condotta dal famoso comico giapponese Takeshi Kitano. Era
un programma pi comico, pi leggero, forse a squadre, anche se
a volte sembrava individuale. Era tutto parlato solo in giapponese
e non c'erano spiegazioni di alcun tipo in inglese, quindi capivamo
veramente poco e niente. Tanto per dare la misura della casualit
anche di un successo televisivo dell'epoca.
Carlo: Se abbiamo capito bene (e ancora non ne siamo certi), in
alcuni casi c'erano prove fatte da un sacco di gente e il primo che arrivava
da Takeshi in cima al castello vinceva. Forse era cos, ma in altre
puntate sembrava tutto il contrario. Non si capiva veramente niente.
Quindi, l'idea che ci venne fu di fare un guazzabuglio per cercare di
ammorbidire le parti pi crudeli, saltando continuamente di palo
in frasca. Questo montaggio caotico, oltretutto, non lo potevamo
fare noi, che eravamo impegnati a Bellezze al bagno. Quindi se ne
occup Paolo Beld, a cui demmo indicazioni abbastanza precise che
per non mise in pratica, facendo di testa sua. Quando ci trovammo
in studio per doppiare le immagini impazzimmo, perch, di botto,
mentre seguivi un tuo filo logico mentale ti ritrovavi davanti una scena
che non c'entrava niente. Paradossalmente, per, fu un imprevisto
fondamentale per la riuscita del programma. Ma prima di arrivare a
questa fase realizzativa il percorso fu abbastanza lungo, e dovemmo
fare ben due numeri zero del programma, sempre basati sull'idea
di fondo che solo uno di noi (ovvero io) fosse qui in Italia, allibito
di fronte a quelle immagini. Marco e Giorgio, invece, fingevano di
essere in Giappone, di conoscerne alla perfezione la cultura e di non
trovare niente di strano in quelle scene: Carlo, tu non conosci la cultura
nipponica, ma qui sono giapponesi! Non c' da stupirsi, loro vogliono
morire!. La frase tipica era:  la loro cultura!. Ovviamente
oggi non si potrebbe fare: insultare gratuitamente un altro popolo
non  politically correct, ma allora la comicit aveva altri parametri.
Un momento: se ho capito bene, una delle pietre miliari della TV
italiana, nonch l'inizio dell'epopea Mai dire..., nasce da un montaggio
diverso da come era stato pensato su carta? Che culo, ragazzi!
Carlo: Di botte di culo, in effetti, ne abbiamo avute tante in quegli
anni, ma ci siamo sempre consolati col detto di Jules Renard: Ci
sono momenti in cui tutto va per il verso giusto: non ti spaventare, non durer!.
Giorgio: Giorgio Gori bocci la prima puntata zero, perch
secondo lui avevamo esagerato nel gioco delle parti. In sostanza,
la trov ancora troppo radiofonica e ci diede questa semplicissima
lezione di televisione: State pi attaccati alle immagini. Facemmo
quindi un secondo numero zero, di cui Gori non fu comunque
troppo contento, ma ormai era tardi e quindi mise il programma
in palinsesto per l'estate, suggerendo altre piccole modifiche.
Marco: Ricordo che un sabato sera, dopo aver registrato tre
puntate di Bellezze al bagno, venne a prenderci a Cesenatico
un autista di Fininvest, il mitico Renzo, che nottetempo ci port
a Milano. In quel viaggio in macchina si imbuc anche Rina, una
storica sarta sessantenne di Fininvest, notoriamente molto loquace,
per usare un eufemismo: Andate a Milano? Posso venire con voi,
o magari disturbo?. Noi muti come tre statue, ma lei: Grazie!
e si era gi infilata in auto. Non stette zitta un secondo per tutto
il viaggio. Giorgio, con la scusa che era il pi alto, si sedette davanti
e riusc a fingere di dormire, o forse di essere morto, mentre Carlo
e io, dietro, fummo tramortiti da migliaia di parole. Il giorno dopo
dovemmo andare a fare il doppiaggio senza aver visto uno straccio
di montaggio e senza essere riusciti a riposare per colpa di Rina.
Giorgio: Doppiammo i filmati a Milano 2, tranne una volta in
cui andammo in uno studio in cui si doppiavano cartoni animati
giapponesi e una delle doppiatrici era Veronica Pivetti, davvero
molto simpatica: durante le pause di lavorazione facemmo amicizia
e partecip volentieri a una gag improvvisata, in apertura di una
nostra puntata. Carlo si collegava con noi per darci la linea e, in
sottofondo, si sentivano i gemiti di questa geisha che, inequivocabilmente,
se la stava spassando in nostra compagnia. Fu molto
divertente: Veronica si rivel ancora pi brava di Meg Ryan nella
scena cult di Harry, ti presento Sally.
Carlo: Ci trovammo in sala a commentare filmati che, purtroppo,
per le strane scelte di Beld assomigliavano solo in parte
a quello che ci eravamo immaginati. Comunque, non so come,
riuscimmo a fare un programma che il pubblico reput divertente,
oltretutto in un momento particolarmente travagliato delle nostre
vite: Marco stava affrontando una brutta malattia del padre, e
io, invece, mi stavo lasciando con la fidanzata con cui stavo da
quattro anni. Lei era da due anni a Boston, a studiare al MIT, e
io avevo rotto con lei solo telefonicamente, cos torn in Italia per
parlarmi... proprio nel giorno del primo doppiaggio. Io, senza aver
chiuso occhio (complice anche la logorrea di Rina), venni svegliato
da lei che, giustamente, mi chiedeva spiegazioni. Piangemmo
insieme per tutta la mattina e nel pomeriggio venni catapultato a doppiare, con l'energia di un'ameba.
Marco: Quindi pi vispo del solito.
Carlo: Esatto! In effetti, questi primi doppiaggi li facemmo un
po' cos, alla garibaldina: al giorno d'oggi, probabilmente, non si
potrebbe azzardare una cosa del genere. Eppure la trasmissione
ebbe successo e venne replicata per anni, malgrado la crudezza di
alcune immagini. A volte la passavano addirittura all'ora di cena.
Marco: Ricordate il parto per trovare il nome? Il primo che ci
venne in mente fu: Di imbecilli  pieno il mondo. Calzante, ma fu
ritenuto troppo offensivo. Strano, vero? Poi salt fuori un Dolore
sempre vivo, citazione di Massimo Boldi: ma, non essendo lui a
condurlo, aveva poco senso. Allora ne prendemmo in considerazione
altri, tra cui Dal Giappone con furore. In quel periodo,
per, era uscito il nuovo film di James Bond, con il grande ritorno
di Sean Connery nei panni di 007, intitolato Mai dire mai, e allora
Giorgio propose: Mai dire Banzai. Cos fu.
Carlo: Ho ritrovato gli appunti della prima puntata, scritti rigorosamente
a mano, in cui c' questa nota iniziale: Marco e Giorgio
inviati, Giorgio perch interprete, Carlo in studio chiede spiegazioni,
ma invano. Giorgio fingeva di parlare giapponese emettendo
fonemi assurdi: insomma, un po' come quando parla in italiano...
Negli appunti c' anche questa bozza di incipit: Signore e signori
- manco fossi Pippo Baudo - (o amici di Italia 1!) buonasera e
benvenuti a XY: una trasmissione che vi lascer col fiato sospeso.
Si tratta della versione asiatica di Giochi senza frontiere, ma non
pensiate di assistere alle solite cose viste e riviste, perch vi mostreremo
giochi... e poi qualcosa che non so pi leggere neanche io...
Marco: Se ogni tanto usassi gli occhiali, forse sarebbe pi facile...
Carlo: E ancora: Pronto? Ci dev'essere qualche problema nel
collegamento via satellite! Il nostro inviato, comunque,  sicuramente
in loco perch abbiamo ricevuto delle fatture. Come va?
So che hai avuto problemi! Chi c' l con te? E chi ? Descrivilo!
La fattura del ristorante che hai inviato parla di diciannove coperti!
Con chi sei andato? E perch avete speso due milioni solo in champagne?
Marco: Il programma and cos bene che ne facemmo presto
una seconda edizione, e poi una terza e una quarta. Il sospetto
che abbiamo  che Paolo Beld, per tirare fuori pi puntate possibili,
abbia riutilizzato molti spezzoni. Paolo, ma noi queste cose
le abbiamo gi viste!, dicevamo. E lui: Ma no, ma cosa dite?.
Mai dire Banzai  stato il programma pi riciclato della storia,
non solo da noi. La parte di Takeshi's Castle per anni  stata
trasmessa anche da altri emittenti, commentata dal Trio Medusa, da Lillo e Greg e da altri ancora.
 nato il brand Mai dire... (sono sicuro che i tre ragazzi alla
parola brand mi insulteranno, ma sono una voce narrante, non
posso offendermi) e soprattutto  nato un genere TV che caratterizzer
i successivi trent'anni della nostra televisione.  incredibile
come la casualit, anche in questo episodio, abbia giocato un
ruolo importante. Questo  il bello di essere pionieri in qualcosa.
Giorgio: Brand lo sarai tu e tutti quelli del tuo condominio.
Marco: Subito dopo, come percorso di avvicinamento a Italia
'90, commentammo le finali e altre partite epiche dei Mondiali di
calcio degli anni passati: sintesi da quarantotto minuti, che mont
sempre Paolo Beld. Noi fingevamo di essere in diretta. Decidemmo
di chiamarlo Mai dire Mundial e da quel momento il Mai dire
divenne il nostro marchio di fabbrica.
Carlo: L'apertura era di questo tenore: Amici, ma soprattutto
amiche, di Italia 1: buttate gli orologi, perch oggi  l'il luglio
1982, sono le 20,30, e al Santiago Bernabeu di Madrid sta per
avere inizio la finale Italia-Germania.
Giorgio: Durante il commento di Italia-Brasile del 1982, denigrammo
Paolo Rossi per tutti i primi venti minuti di gioco: Non
segner mai, che pippone!. Salvo poi esaltarlo, e salire sul carro
del vincitore, a ogni suo gol: per i pochi che non lo sapessero, ne
segn tre. Ci abbiamo sempre creduto, grande Pablito!: esattamente
come fecero tutti gli italiani in quell'epico pomeriggio.
Marco: Anni dopo, in un'altra trasmissione, Antonio Cabrini,
Paolo Rossi, Ciccio Graziani e Fulvio Collovati ci raccontarono
che nella finale contro la Germania, al momento del rigore per l'Italia
sullo 0 a 0, Cabrini and sul dischetto, perch era il rigorista
ufficiale, ma Rossi gli mise una grande pressione addosso: Ma
sei sicuro? Antonio, sei sicuro?. Pablito era il capocannoniere e
quindi avrebbe voluto batterlo lui. Lo stress tanto che il Bell'Antonio
fin per sbagliare. Ci disse di aver sognato quel rigore per
almeno vent'anni. E avevano pure vinto: pensate allora come deve stare Roberto Baggio...
Giorgio: Probabilmente Mai dire Mundial fu uno dei passi
che ci portarono a Mai dire Gol. Fu la prima volta che qualcuno
scherzava sul calcio su una rete nazionale.
Marco: Non so a voi, ma la domanda che mi fanno da sempre :
Ma improvvisavate o era tutto scritto?. Totale improvvisazione.
C'era qualche idea di massima, ma per il resto andavamo a braccio.
Le volte che abbiamo provato a leggere un testo  stato un disastro:
non siamo attori. Diciamo che il novantacinque per cento era improvvisazione,
poi magari ci scrivevamo alcune cose, come i nomi. Per
esempio, Pocoto Pocoto e Cippa Lippa ce li eravamo preparati prima
di doppiare Mai dire Banzai, anche perch sono due citazioni.
Pocoto Pocoto era una battuta di Bombolo nel film Delitto al ristorante
cinese, con Tomas Milian: Eh, s: pocoto pocoto er cazzo!, diceva.
Mentre Cippa Lippa deriva da Ugo Tognazzi in Amici miei.
Carlo: A me invece spesso chiedono se esistono nostri omologhi
nel mondo. Anni dopo la nascita dei Mai dire ne abbiamo
scoperto uno, in America: i Mystery Science Theater 3000. Sono
autori comici che commentano film di bassissima lega (ma esclusivamente
di fantascienza), come facemmo noi con Kappa; si sentiva,
per, che leggevano un copione, e anche che, a differenza di noi tre, lo sapevano fare.
Giorgio: E pensare che oggi  il genere pi diffuso su YouTube:
le reaction. La differenza, per,  che gli youtuber vanno in video,
noi invece non l'abbiamo mai fatto. Avevamo molto chiaro il meccanismo
televisivo ed era evidente che la nostra presenza non era
necessaria per quello che facevamo. Anche a Mai dire Gol ritenevamo
che l'attenzione dovesse andare tutta a quel che si vedeva,
a prescindere dal fatto che si trattasse di filmati o di sketch comici.
Carlo: In realt l'azienda insisteva per mandarci in onda, non
capendo quanto fosse preziosa la nostra assenza dal video. All'inizio
lo trovavano troppo strano. Il fatto  che avevamo visto i servizi
che le TV locali milanesi avevano fatto per Bar Sport Mundial,
nel 1986: c'eravamo noi, nello studio di Radio Popolare, che parlavamo
di Tago Mago, la vendetta di Montezuma e tutte le altre
nostre minchiate di allora, ma non si vedevano mai le immagini di
cui stavamo parlando. Di fatto inquadravano tre cretini che dicevano
cose insensate. L mi fu chiaro che non dovevamo comparire.
E, come dice sempre Marco: il fatto di non andare in video ci ha allungato la carriera di molti anni.
Marco: Per anni, girando in compagnia di comici, ho visto
scene assurde. Una volta con Aldo e Giovanni, senza Giacomo,
stavamo camminando per strada: ogni dieci metri c'era qualcuno
che li fermava per l'autografo e poi immancabilmente chiedeva:
E il terzo dov', dov' che l'avete messo?. Per molte persone era
inconcepibile non vederli insieme. Se fossimo stati volti riconoscibili, probabilmente, sarebbe successo anche a noi. Io sarei impazzito alla prima domanda: E Carlo dov', dov'?. E io cosa ne so: sar a casa sua, con sua moglie e suo figlio!
Giorgio: Una volta, in vacanza sul Mar Rosso, ero in barca e
mi stavo preparando a fare un'immersione, quando uno degli altri
sub mi riconobbe dalla voce e mi chiese: Ma tu sei Giorgio della
Gialappa! E gli altri due dove sono?. E io: Marco e Carlo sono
gi sott'acqua da due giorni e sono venuto a raggiungerli. Spero di fare in tempo!.
...
.
...
14. Avanza mezz'ora.
...
.
...
La formula delle voci fuori campo  ormai collaudata: funziona,
eccome. E allora perch non dare vita a un programma sul calcio?
L'esordio non  di quelli in pompa magna, anzi. L'idea rischia di
avere vita breve. Ma poi interviene ancora una volta il caso, proprio
come nella vicenda di Mai dire Banzai. Perch diciamocelo,
come in molte altre storie di successo, il percorso della Gialappa's
Band non sarebbe stato lo stesso senza qualche botta di culo ben piazzata.
Carlo: Nei primi giorni di ottobre del 1990, mentre stavamo
facendo Il gioco dei 9, ci chiam Giorgio Gori, direttore di
Italia 1, e ci disse che aveva mezz'ora vuota dopo Pressing, la
trasmissione di calcio condotta da Marino Bartoletti. Dopo tutti
i programmi che avete scritto, fatene uno sul calcio, ci con cui
siete nati: Mai dire Gol. Per, siccome non era una cosa prevista, deve costare pochissimo.
Marco: Che se ci pensate non  proprio il massimo dell'invito:
ho un buco da tappare e dovete farlo gratis. Come rifiutare?
Giorgio: Ci mancava solo che ci chiedesse di lavare anche i vetri.
Carlo: Il budget era davvero risicato: chiedemmo di fare il programma
con la regia di Paolo Beld, visto che ci sembrava naturale
coinvolgerlo dopo Banzai e Mai dire Mundial, ma non fu
possibile. In sostanza, Gori trov soldi solo per noi tre, Massimo
Venier e Stefano Pepetito Brambilla. L'unica dipendente Fininvest,
Debora Cattaneo (gi assistente alla regia di Beld e poi prima
moglie di Giorgio), si trov a dover fare un po' di tutto: l'assistente
alla regia, l'organizzatrice della produzione e, in pi, la mano della
nostra valletta Cippa Lippa, che segnava i risultati delle partite in
video, all'inizio della puntata. Pepetito (che avevamo conosciuto in
Push Pull, durante i Mondiali del 1990) lo ritenemmo indispensabile
per poter portare in TV il gioco dei rumori che sottolineavano
gli errori o gli scontri tra calciatori: cosa che solo lui, miracolosamente,
riusciva a fare in diretta nelle nostre radiocronache.
Giorgio: Quando ci chiam Gori per chiederci di ideare la trasmissione,
mi ricordo che dopo due giorni ognuno di noi arriv
con molte proposte di rubriche. Il terreno dell'ironia sul calcio era
talmente vergine che, in poche ore, praticamente nacque tutta la
trasmissione. Durante la settimana Venier cercava di elemosinare
nella redazione sportiva di Fininvest le registrazioni delle interviste
che i giornalisti andavano a fare, ma la collaborazione non
sempre era gradita, anche se Bartoletti prov a chiederla ai suoi in
pi occasioni. Gradualmente, anche i pochi che all'inizio si erano
entusiasmati cominciarono a tirarsi un po' indietro. Capitava che
noi prendessimo in giro, oltre all'intervistato, anche loro.
Carlo: L'altra cosa che li scoraggi sempre pi dal fornirci il
materiale  che cominciavano ad avere difficolt quando andavano
a fare le interviste. Non tanto da parte dei calciatori, che reagivano
bene, quanto da parte dei potenti del calcio: dirigenti e allenatori.
Marco: Alcuni, comunque, continuarono lo stesso a mandarci
materiale: Alberto D'Aguanno, per esempio, ma anche lo stesso
Bruno Longhi. Non lo diresti mai, e invece il mitico Non dire
gatto se non ce l'hai nel sacco di Trapattoni  proprio di Bruno: costruito ad arte per noi.
Carlo: Cosa diceva Longhi a Trapattoni per provocarlo? U,
Giovanni, ma non fa neanche rima, e l'ineguagliabile Trap: Come non fa rima? Gatto, sacco!.
Finalmente i tre sono tornati nella loro comfort zone: il pallone
e il commento fuori campo. Mai dire Gol  un vero e proprio
squarcio nella televisione, che per la prima volta si mette a fare il
verso alla radio. Ma soprattutto  un pugno in faccia al sistema
calcio. Fino ad allora, nessuno si era mai permesso di ridicolizzare
quella che in Italia  vissuta come una religione. Non tanto dai
tifosi-adepti, ma dai dirigenti-sacerdoti, che mai avrebbero pensato di far entrare tre giullari nel tempio.
Giorgio: Tra le prime rubriche, che poi divennero storiche, ricordo
che Gollonzo nacque perch quell'estate vedemmo una
tourne americana: c'era una partita del Milan a mezzanotte, con
il Condor Agostini in attacco per i rossoneri. In campionato non
giocava mai, ma quella volta segn un gol a porta vuota dopo otto rimbalzi tra difensori e portiere.
Carlo: Negli anni poi eleggemmo il Gollonzo del secolo,
quello di Alex Briigger del Brixen, ovvero il Bressanone, che in una
partita di categoria Promozione in Alto Adige inciamp e, cadendo,
colp involontariamente di tacco il pallone, creando una palombella
imparabile per il portiere. Lo invitammo anche in studio.
Marco: Non tutte le settimane avremmo avuto lo stesso genere
di materiale, cos di rubriche ne dovemmo inventare tante, per poi
alternarle a seconda di cosa ci avrebbero offerto le trasmissioni
infrasettimanali e le partite. Alcune, per, si rivelarono pi o meno
fisse, come appunto Vai col liscio, Le interviste possibili e Le ultime parole famose.
Carlo: Il problema era riempire quella famosa mezz'ora richiesta
da Gori: obiettivo molto difficile da raggiungere, soprattutto
senza budget a disposizione. Eravamo spesso costretti ad allungare
il brodo, ma, non amando farlo senza spunti comici, si cominci a
pensare di fare la sigla di coda utilizzando i vecchi cinegiornali,
quelli che si vedevano al cinema negli anni Sessanta, in cui c'erano
servizi sulle partite di cartello tipo i derby di Milano o d'Italia.
Erano davvero curiosi da guardare trent'anni dopo. E da l ci venne in mente un'altra idea ancora.
Giorgio: In un campo di calcetto vedemmo una partita in cui
l'et media dei giocatori era settantanni. Questi arzilli pensionati,
per, ci credevano tantissimo: erano tutti vestiti con le maglie delle
squadre e avevano persino un arbitro in campo. Al fischio finale,
all'unisono, crollarono tutti a terra esausti: sembrava una coreografia.
Cos pensammo: Potremmo far giocare a degli anziani la
partita di cartello della domenica. E iniziammo a selezionare dieci
vecchietti. All'epoca, a Cologno Monzese, di comparse ce n'erano
a quintali: erano il pubblico, i figuranti, regolarmente pagati per
assistere alle trasmissioni. In questo mare di persone c'erano anche
i mitici Gennaro&Luis, che erano gi stati presi per partecipare
agli sketch di Teo Teocoli e Silvio Orlando a Emilio.
Marco: C' da dire che l, come al solito, fu Teo a vederci lungo,
e infatti coinvolgemmo Gennaro&Luis nel programma per molti
anni. Le partite degli anziani, invece, furono una cosa molto buffa
che generava parecchi spunti comici: per caratterizzarli ancora
di pi come i giocatori di Serie A, per esempio, gli mettevamo la
parrucca iconica con i dreadlocks di Ruud Gullit e li dipingevamo
di nero. Insomma, facemmo quella che oggi  chiamata blackface.
Per qualche mese fu la sigla di coda di Mai dire Gol. Ma dopo
un po' divenne ripetitiva e allora cercammo nuove idee, come rifare
la partita a Subbuteo, con il calcio balilla o prendendo spezzoni
dal cartone animato giapponese Holly e Benji.
Giorgio: Allungavamo il brodo, ma almeno con un po' di creativit.
Marco: Un'altra rubrica che mi faceva molto ridere si ispirava
al Telebeam, una specie di moviola elettronica che presentavano
a Il processo del luned. La chiamammo Telebim-bum-bam:
era come il Telebeam, solo che noi ci concentravamo su dettagli
del tutto surreali. Per dire, una la facemmo sulle sopracciglia di Beppe Bergomi per misurarle.
Giorgio: Saranno state lunghe almeno mezzo metro: quasi come quelle di Elio!
Marco: Un'altra, esilarante, ebbe come protagonista il massaggiatore
della Roma che, per perdere tempo, quando entrava in
campo per soccorrere un giocatore faceva percorsi non lineari: e
cos mettemmo una scia gialla per evidenziare l'assurdit dei suoi
itinerari. Le realizzammo in Paintbox, la prima sala digitale dell'azienda.
Oggi si potrebbe fare con il telefonino, all'epoca invece
servivano due o tre turni di una sala apposita per realizzare un video
di pochi secondi. Era una lavorazione costosa e noi non avevamo
budget, ma visto che abbiamo sempre avuto ottimi rapporti con i
tecnici, a volte ci facevano entrare di straforo, senza far risultare che avevamo utilizzato la sala.
Anche se con pochissime risorse, Carlo, Giorgio e Marco sono in
piena trance creativa e danno vita a decine di rubriche, tutte esilaranti.
Perch finalmente possono fare quello che hanno sempre sognato: urlare Il re  nudo.
Giorgio: Inventammo da subito tantissime rubriche: per esempio
Fenomeni parastatali, sui tanti giocatori stranieri comprati
d'estate con grande clamore, e poi andati via con la coda tra le
gambe. Oppure Indovina cos'ha detto: leggevamo il labiale dei
giocatori in campo (ovviamente erano sempre parolacce) e azzardavamo
tre ipotesi assurde, non volgari, giocando sulle assonanze.
C'era Ipse dixit, che per i primi anni fu occupata militarmente
da Giovanni Trapattoni con le sue dichiarazioni memorabili, anche
se poi lo soppiant il campione di sci Alberto Tomba. Le interviste
possibili a un certo punto iniziammo a produrcele per conto
nostro, come nel caso di Edmeo Lugaresi, presidente del Cesena.
Mandammo Betty, la moglie di Carlo, che gli fece un'intervista
sulla sua storia: lui parl tantissimo, alla sua maniera inconfondibile,
e per sei mesi andammo avanti con degli spezzoni. Lugaresi,
nella vita quotidiana, probabilmente parlava soltanto in dialetto,
quindi aveva veramente grosse difficolt a esprimersi in italiano.
Ricordo un pezzo in cui non riusciva a dire la parola ascensore.
Marco: Be', sar mica cos semplice.
Carlo: Negli anni la trasmissione crebbe e man mano ci diedero
pi budget, e quindi collaboratori, per poterla realizzare. Nella
stagione 1992-1993 ottenemmo addirittura una telecamera fissa
sugli allenatori in panchina, solo per noi, per dare vita alla rubrica
Sopra la panca. Il pi eclatante fu Marcello Lippi, allora all'Atalanta,
che durante una partita sput per terra novanta volte e
noi, velocizzando il filmato, le segnammo tutte con un contatore
in sovraimpressione. Lippi il giorno dopo venne in Fininvest come
ospite del programma di Maurizio Mosca, L'appello del marted,
ma prima pass nella nostra redazione e chiese (ridendo) se
avessimo una sputacchiera da prestargli, perch gli scappava il novantunesimo sputo.
Giorgio: Certe rubriche ci crearono problemi diplomatici, come
Questo lo segnavo anche io, in cui facevamo vedere immagini
di gol mangiati clamorosamente. Alcuni giornalisti, per, fecero
confusione e iniziarono a chiamare Florin Rducioiu (nelle file del
Verona) Pippero, che era invece un'altra rubrica in cui mostravamo
la classifica dei giocatori con i voti in pagella pi bassi. In
realt, da noi Rducioiu aveva semplicemente vinto la classifica
dei gol sbagliati: non era certo colpa nostra, ma da allora ci odia.
Carlo: Tornando al primo anno di Mai dire Gol, noi andammo
in onda con pochissime risorse e, quasi subito, ci rendemmo
conto che era molto complicato riempire quella mezz'ora per trenta
puntate, cos dicemmo all'azienda: Se non ci mettete in condizione
di fare tutti questi minuti, saremo costretti a chiudere il programma.
Tanto per fare un esempio stupido: avevamo i diritti televisivi
solo per la Serie A di quell'anno, mentre noi avevamo la necessit
di utilizzare anche immagini di altre annate e, soprattutto, di altri
campionati. Marco, che andava spesso a Londra, comprava quintali
di videocassette di calcio inglese, piene di immagini esilaranti,
ma l'azienda si rifiutava di trasmetterle, comprensibilmente, perch
non ne aveva i diritti: la soluzione sarebbe stata quella di comprarli,
ma il budget non lo permetteva. Questo ci costringeva a tirare fuori
il massimo dal materiale che avevamo e, di conseguenza, a fissarci
su alcuni personaggi. Per dire, in quel periodo credo che Giovanni
Trapattoni ci odiasse: nella terza puntata, per mancanza di materiale,
Massimo Venier si trov a doverlo inserire ben otto volte e il
Trap, che all'epoca allenava l'Inter, pens che fosse la vendetta di
Silvio Berlusconi, presidente del Milan e padrone di Fininvest, nei
confronti di un ex milanista passato ad allenare vittoriosamente la Juve e addirittura l'Inter.
Marco: Nel frattempo, io avevo saputo dai giocatori dell'Inter
che quando parlava alla squadra nello spogliatoio c'erano due o tre
che cominciavano a ridere perch pensavano al nostro programma.
Carlo: A me, invece, fece molta tenerezza, perch rilasci interviste
attaccandoci per il fatto che noi avevamo avuto la fortuna
di poter studiare e lui no; disse delle cose che, effettivamente,
colpivano e facevano riflettere. Sarebbe stato meglio se avessimo
potuto usarlo di meno nei nostri filmati: non si sarebbe irritato
cos tanto. Ma il materiale a disposizione, purtroppo, era pochissimo.
Forse, poi, non siamo riusciti a trattarlo con divertimento e
leggerezza: in alcune situazioni ci siamo andati gi pesante e lui,
per mille motivi, magari anche per distrarre dai problemi di spogliatoio,
attaccava noi. A me  dispiaciuto tantissimo. Una volta
il Trap, durante un viaggio in aereo, se la prese anche con il pap
di Giorgio: Sono tre cretini. Quella volta
si arrabbi per una battuta che aveva scritto
proprio Giorgio per l'agenda Smemoranda:
... Sacchi (il profeta della squadra schierata
a zona) e Trapattoni (il profeta della squadra
schierata a cazzo). Chiaro che fece ridere tutti,
anche i tifosi della squadra allenata da lui,
ma sommato a tutto il resto lo fece imbestialire. Per ci teniamo veramente
che lui sappia che gli vogliamo bene: gli dobbiamo tanto.
Giorgio: Be', la mia non era una brutta battuta. La rivendico a distanza di anni.
Carlo: Insomma, dopo una decina di puntate avevamo il problema
di riempire la nostra mezz'ora di trasmissione, con il mondo
del calcio che iniziava a boicottarci, e quindi fummo l l per
mollare il colpo. Ricordo che andammo a casa di Marco, in quel
periodo convalescente con la gamba rotta, per dirgli che a quelle
condizioni avremmo smesso. Si arrabbi moltissimo e ci spron a
continuare. Fosse stato per Giorgio e me, Mai dire Gol sarebbe
durato solo dieci puntate e non undici anni. Riorganizzammo il
lavoro, con Marco da casa che guardava durante la settimana tutte
le trasmissioni di calcio possibili, anche sulle reti locali. Bartoletti strigli i giornalisti della redazione sportiva per spronarli ad aiutarci e, in pi, iniziammo a trasmettere anche le immagini di calcio
internazionale, perch Fininvest alla fine decise non di comprare
tutti i diritti, ma di stanziare un fondo per eventuali richieste di
risarcimento. Nessuno ne avanz mai. Con questo nuovo assetto, e
poi con il ritorno di Marco a pieno servizio, riuscimmo ad arrivare
a fine stagione. Al pelo, ma con un buon successo. In pi, dopo
qualche puntata spostarono Pressing in seconda serata, e noi a
mezzanotte: questo ci permise di avere pi tempo per preparare i servizi domenicali.
Giorgio: Il programma era oggettivamente una novit nel panorama televisivo: nessuno si era mai permesso
di prendere in giro il calcio. Quindi, anche se andavamo in onda a tarda ora, si parl molto
di Mai dire Gol: vincemmo il nostro primo Premio Regia Televisiva e arrivammo secondi
ai Telegatti. Di quelli, poi, ne avremmo vinti tre. Di cui uno... nei panni dei Tazenda.
Carlo e Giorgio ricordano la nascita di Mai dire Gol con tanta nostalgia... a differenza di Marco, che all'esordio della trasmissione associa un brutto incidente. Al solo ricordo, la sua voce cambia.
Marco: Il sabato prima del debutto di Mai dire Gol, il 17
novembre 1990, fummo invitati a casa di una giornalista sportiva
de la Repubblica, Licia Granello, a giocare al Musichiere. C'erano
anche l'allenatore del Pescara Giovanni Galeone, il dirigente
del Milan Paolo Taveggia e altri del mondo del calcio. Ricordo
che mi fecero caposquadra e che c'era il famoso gioco Licia canta
Lucio, ovvero la padrona di casa che cantava tutte le canzoni di
Battisti. Si correva lungo il corridoio e si arrivava in salotto dove
c'era la campanella. La prima manche fu contro Janine Koch, la
fisioterapista di Gullit, che da olandese, teoricamente, non doveva
sapere nulla di Battisti. Partirono le prime note di Acqua azzurra
acqua chiara, ovviamente l'unico brano che conosceva. Janine era
atleticamente molto prestante. Io iniziai a correre, lei si aggrapp
al mio maglione e poi mi lasci di colpo, facendomi decollare come
una palla di cannone. Toccai la campanella e volai verso il divano,
ma per non sfracellarmi contro la gente tentai di fermarmi. Il piede
rimase probabilmente incastrato sotto il divano. Caddi e presi in
mano la gamba: il mio piede ciondolava. Betty, la moglie di Carlo,
era incinta e la portarono fuori perch stava per svenire.
Carlo: Anch'io ero un po' pallidino...
Marco: Mi ruppi tibia e perone. In ospedale rimasero sconvolti
dalla frattura e mi chiesero: Ma ti hanno sparato?. Il percorso
di cure fu lunghissimo, fatto di operazioni, fisioterapia, ricadute,
trapianti ossei. Un vero calvario: dur quasi tre anni, tra una cosa
e l'altra. Rimasi a letto a casa per un mese e mezzo, saltando le
prime sei puntate di Mai dire Gol. In pi avevamo Il gioco dei
9 e anche Vicini di casa, e devo dire che Carlo e Giorgio fecero i
salti mortali per sopperire alla mia assenza, lavorando anche per
me. Devo ringraziare anche Teo Teocoli, che and in onda come
Peo Pericoli per alcune puntate, a titolo assolutamente gratuito,
cos come fece anche Gerry Scotti in un'altra puntata: ci diedero davvero un aiuto fondamentale.
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AMARCORD. Non dire gatto se non ce l'hai nel sacco. di Marco.
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Corre l'anno 1991, ma io non corro affatto: la sera prima dell'esordio
di Mai dire Gol, novembre 1990, sono riuscito con un'abilit
fuori dal comune a fratturarmi tibia e perone della gamba destra,
e la mia guarigione prosegue lenta come un film di Luis Bunuel. La
mia Inter, invece, va veloce sotto la guida di Giovanni Trapattoni
da Cusano Milanino e io sono molto contento, anche se spesso
le interviste del Trap finiscono per essere fondamentali nel nostro programma.
Quella domenica stiamo preparando una grande puntata, i lisci
sono veramente esilaranti e il Trap ci ha regalato, suo malgrado,
un paio di perle per le nostre Interviste possibili.
Insomma, l'appuntamento per registrare la puntata si sta avvicinando
e noi siamo molto carichi, quando uno dei nostri amici
della redazione sportiva mi avvisa che quella sera stessa, tra gli
ospiti di Pressing, ci sar in carne e ossa proprio il mitico
Trapattoni. Un mix di emozioni contrastanti mi assale all'improvviso.
C' Lui al piano sotto al nostro, finalmente a portata di mano; ho
una gran voglia di incontrarlo e di fargli i complimenti per quello
che sta facendo in campionato, ma dentro di me c' anche un po'
di paura, perch non sappiamo come abbia preso i nostri sberleffi nel programma.
Ma s, dai,  un uomo navigato e si sar fatto sicuramente
qualche risata, dicono Carlo e Giorgio.
Penso che abbiano ragione e mi tranquillizzo, ma rimane lo
scoglio pi duro: riuscire, con il solo aiuto delle mie fedeli stampelle
(e falle anche infedeli), a raggiungerlo per poterlo omaggiare.
Devo solo fare due rampe ripidissime di scale e poi il mio sogno si
realizzer. Chiedo aiuto a un redattore e gambe in spalla... perch
si usa dire 'sta cazzata? Magari potessi caricare le gambe in spalla
come si carica una bici su una macchina. Invece no, non si pu
fare, allora andiamo piano piano, ma non troppo, perch il Trap entrer in studio a breve.
Inizio la discesa con il cuore che batte forte, un po' per la paura
di cadere e un po' per l'emozione dell'incontro. Al sesto gradino gi
mi sembra di sentire le sirene di un'ambulanza, ma mancandone
solo altri settantanove mi sento forte e gi a buon punto. E poi
tornare indietro sarebbe ancora pi complicato, come quando con
gli sci inizi una pista nera e capisci che hai fatto una cazzata, ma
tornare indietro non si pu. Anche perch ci sono orde di bambini
delle elementari che sciano come Tomba e che ti bullizzano davanti
a tutti: bastardi... ma questa  tutta un'altra storia.
Dopo dieci minuti, arrancando e rischiando pi volte la caduta,
con la lingua a penzoloni e il cuore che mi martella nel petto, arrivo
in fondo ed eccolo l davanti a me. Lo stanno microfonando:
accenno un sorriso e lui, per tutta risposta, riconoscendomi subito
(forse ha fatto riti voodoo con le nostre foto, altrimenti come diavolo
ha fatto a capire chi fossi?) mi apostrofa cos: Tanto lo so che
voi, siccome siete di Mediaset, mi fate la guerra per indebolirmi perch alleno l'Inter!.
Ma Giun, sono talmente interista che il sangue nelle mie vene
 nerazzurro, dico io, cercando di tranquillizzarlo.
E poi lo vedi cosa succede a parlare male di me?, dice indicando le mie stampelle.
Passano cinque secondi di silenzio, poi si fa strada il mio proverbiale
savoir-faire: Quando tu imparerai a parlare, vedrai che
non ti metteremo pi nei filmati.
Il mio sorriso se ne va, insieme alle buone maniere. Mi giro di
scatto, diciamo cos, e me ne torno da dove sono venuto, cio arrampicandomi
sulla scalinata manco fosse il passo Pordoi.
Dopo una quindicina di minuti rientro in studio, sfinito come
Pantani dopo la tappa a Les Deux Alpes, e i miei due soci non mi
chiedono nulla perch hanno notato la mia espressione. Apprezzo
molto questo loro gesto e, pochi minuti dopo, ci mettiamo a doppiare
la puntata: c' da commentare il Trap, che in un'intervista ha
appena assassinato due consecutio temporum, e io lo faccio come
se non lo avessi mai incontrato... con il sorriso, come sempre.
Eh s, caro Trap, stavolta  proprio il caso di dire: Non dire gatto se non ce l'hai nel sacco.
Ma, che tu ci creda o no, ti vogliamo bene. Da sempre!
...
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AMICI NOSTRI.  un calcio malatooo. con Walter Fontana.
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Finalmente un capitolo che rimette a posto le cose. Perch diciamocelo,
da come ne abbiamo parlato finora sembra che i geni della
risata fossero Carlo, Giorgio e Marco, ma il mondo deve sapere:
accanto a loro c'erano fior fiore di autori, come Walter Fontana, un vero genio... lui. Mica come quei tre l.
Walter: Ma chi  che parla?
Marco: Una voce narrante insopportabile. Ignorala.
Giorgio: Piuttosto, ricordi il nostro primo incontro?
Walter: Ci siamo conosciuti allo Zelig, credo fosse l'89: ricordo
un signor Carlo e una signora Betty con un Franceschino nella
pancia. C'era ancora l'Unione Sovietica.
Carlo: E ricordi quando ti abbiamo telefonato per chiederti di lavorare con noi?
Walter: Certo, mi chiamasti tu, Carlo, ma io all'epoca facevo il
copywriter in un'agenzia di pubblicit. In pi avevo scritto il libro
L'uomo di marketing e la variante limone. Sono venuto da voi una
domenica e abbiamo visto insieme Fiorentina-Milan. Era da poco andato via Teocoli.
Carlo: Sei stato il primo che abbiamo chiamato quando  andato
via Teo. Oltre a guardare Milan-Fiorentina, ci portasti tre
idee, di cui una divenne poi il personaggio di Carcarlo Pravettoni.
Walter: Non lasciai subito il mio lavoro in agenzia. Ci pensai
un paio d'anni, che per i miei tempi  il classico batter d'occhio.
Alla fine fu decisiva mia figlia. Eravamo in spiaggia, lei aveva due
anni e le chiesi: Secondo te devo andare a fare questo lavoro in TV,
anzich quello vecchio?. Lei, spalettando con la sabbia, rispose:
S. Mi bast. Fino a quel momento avevo lavorato tre giorni alla
settimana in agenzia e due da voi, poi sono passato a tempo pieno
a Mai dire Gol. Mi trovai subito bene... l'unica cosa che pativo
erano le riunioni plenarie, che duravano ore e ore. Infatti, a un
certo punto decidemmo che mi sarei appartato con i miei comici di competenza a scrivere i copioni.
Marco: Oltre che per te stesso, hai scritto per tutti i principali
comici dei nostri programmi: Hendel, Crozza, De Luigi, Cortellesi,
Forest, Pantani, Casalino... Qual  il personaggio, o lo sketch, di cui sei pi soddisfatto?
Walter: Non so, essendo passati secoli adesso sembrano tutte
cose belle, l'importante  non rivederle. Comunque, a parte i personaggi,
mi divertivo a fare le schede. Per i
Mondiali di Francia, quelle del calcio malato
con bersaglio fisso Blatter (a capo della FIFA),
Brain Stop, poi Bet8tWait a favore del gioco
d'azzardo, garante l'avvocato Centripeto;
SuperVero TV, e ancora L'Intelligente che
era una parodia de La Talpa: bisognava
scoprire chi era l'unico intelligente in Parlamento...
Giorgio: Con Paolo Hendel come ti trovasti?
Walter: Benissimo, a parte il fatto che mi chiamava Professicchio,
perch ero molto pignolo, credo in modo intollerabile. Mentre
voi mi chiamavate Flanellone, perch sostenevate che facessi meno
di quel che avrei potuto. Ma mi sono trovato bene con tutti, ho
avuto la fortuna di incontrare solo fenomeni. Prendi Fabio De
Luigi. Con lui, tra le altre cose, facemmo l'unico personaggio che
vi faceva schifo: il Colonnello P., parodia della scrittrice Melissa
P. Era un ex militare, molto in l con gli anni, che diceva: Il romanzo
erotico l'ho inventato io, e veniva da voi a promuovere il
suo nuovo libro La ninfa e il cadetto. Il suo cavallo di battaglia
era: La figa l'ho inventata io nel 1942. Un altro personaggio che
ci divertiva molto fare era il Dottor Scarpa, quello che blandiva
il Nuovo Abbonato con condizioni superfavorevoli e disprezzava
il Vecchio Abbonato perch aveva sottoscritto contratti capestro:
Io, guarda, i Vecchi Abbonati li metterei tutti contro il muro e: ta-ta-ta-ta!.
Carlo: Ti confesso, Walter, che il Colonnello P. continuo a non
capirlo, e a non apprezzarlo, anche a quindici anni di distanza. Ma
se ti sei trovato cos bene, perch ci hai lasciati?
Walter: Pi che altro  il programma che ha lasciato noi, visto che lo chiusero nel 2009.
Marco: Anche se non lo ammetterai mai, grazie a te abbiamo
dato vita a personaggi e a parodie che in qualche maniera facevano satira politica.
Walter: Be', con Paola Cortellesi, altra fantastica persona,
facemmo la ministra della Pubblica Istruzione, Letizia Moratti, che
parlava di scuola pay e scuola free, per devo dire che non mi
sono mai sentito un autore di satira politica.
Giorgio: Per anche il ministro Calderoli,
interpretato da De Luigi, che conduceva I
bellissimi della Padania, un po' satirico lo
era. O l'ingegner Cane, che doveva progettare
il ponte sullo Stretto di Messina (e che
scrivevi insieme a Paolo Cananzi e lo stesso
De Luigi). Ti concedo, per, che noi facevamo
prevalentemente comicit, con solo un pizzico di satira, perch
alla base della nostra trasmissione c' sempre stata quella: infatti i
personaggi dovevano essere, o sembrare, degli idioti.
Carlo: Oggi in televisione  rimasto solo Maurizio Crozza a
fare satira politica, e credo che la ragione sia che, dal 2011, ci sono
stati quasi solo governi di larghe intese. Quindi, o uno fa come
Crozza e va ad analizzare minuziosamente e guardare ogni singolo
dettaglio al microscopio, oppure non c' la semplicit che c'era in
quegli anni di berlusconismo e anti-berlusconismo. A noi bastava
fare Pierpiero, il giardiniere interista di Arcore, per alludere alla politica.
Giorgio: Uno dei motivi per cui  sparita la satira dalla TV  che
ai giovani non interessano pi non solo la televisione, ma anche la
politica, e cos la satira  diventata un lusso che la televisione non
si pu pi permettere. Fare programmi corali, come Avanzi di
Serena Dandini o il nostro Mai dire Gol, oggi costerebbe troppo:
non a caso, Crozza fa da solo quello che noi facevamo in dodici.
Walter: Crozza  eccezionale, un caso a parte. Oggi  tutto
molto pi complicato, non  pi bianco o nero come ci faceva
comodo credere trentanni fa: cosa  diventata la sinistra? Cosa
 diventata la destra? Ed  la morte della comicit, una comicit
che deve essere inevitabilmente violenta e che deve arrivare in soli
tre minuti. Oggi non puoi fare solo una battuta secca su Matteo
Salvini: devi prenderla molto pi alla lontana, analizzare gli effetti
sulla societ. Comunque la satira politica stretta non era nelle
nostre corde, nelle mie no di sicuro. Noi pescavamo personaggi
pi o meno reali da qualche parte della societ o dai media, e ve
li davamo in pasto. Poi voi avete avuto la fortuna, la bravura e la
lungimiranza di anticipare l'era del commento, da cui siamo circondati
oggi nell'epoca dei social network. Adesso viviamo in un
mondo dove tutti commentano tutto, ma quella cosa l in TV l'avete
inaugurata voi:  stata la molla che ha portato la gente a seguirvi,
e i vostri modi di dire li senti ancora per strada.
Marco: Basta complimenti, sai che mettono a disagio noi tanto quanto te.
Walter: Ok, allora ecco l'ultimo. Voi avevate impostato le cose
in modo tale per cui, indipendentemente dal risultato delle prime
puntate, la squadra quella era e quella sarebbe rimasta per tutta la
stagione. Questo generava un clima di fiducia anche per noi autori.
Una domanda che voi facevate sempre, quando vi presentavamo un
nuovo personaggio, era: Ha benzina per almeno otto o nove puntate?.
E questa non  un'attitudine cos frequente in televisione.
Carlo: Chiudiamo con il ricordo di quella volta in cui andammo
a ritirare un Premio Regia Televisiva a Sanremo. Vincendo la
tua esagerata timidezza, accettasti di salire sul palco con noi, e io
ti presentai cos: E il pi grande comico americano, ma  nato in
Italia e non sa l'inglese: Walter Fontana!.
Walter: L'unica parte vera della frase era l'ultima, e ricordo
che, in quell'occasione, preparai una scheda sulla vita e le opere di
Daniele Piombi, patron del Premio. Tra le altre cose scrissi: 1953:
Daniele Piombi si presenta a un concorso per diventare Daniele Piombi e arriva terzo.
Giorgio: In tema di concorsi, ricordiamo che Walter Fontana,
nel 1999, vinse quello indetto da Gino&Michele per la pi bella
battuta del secolo: Bulgheroni, tu credi in Dio?. Be', credere  una parola grossa... diciamo che lo stimo.
Carlo: Grazie di tutto, Walter... anzi, Flanellone!
...
.
...
AMARCORD. Momenti di boria. di Carlo.
...
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...
Vado al massimo, vado a gonfie vele!  ci che Vasco Rossi sta
cantando, a tutto volume, nelle cuffie del mio walkman. Ed  la
colonna sonora ideale della giornata che mi aspetta, e del periodo che sto vivendo.
 mercoled 5 giugno 1991 e sono in attesa di Marco e Giorgio
(che arriveranno proprio al momento dell'ultima chiamata) a un
gate di imbarco dell'aeroporto di Milano Linate; al termine della
primissima stagione di Mai dire Gol, siamo in partenza per
Milazzo, dove ci attende Daniele Piombi per consegnarci l'ambito Premio Regia Televisiva.
Si tratta di qualcosa di buffo e inimmaginabile, visto che, oltretutto,
per mancanza di budget il nostro programma un regista
non se lo  proprio potuto permettere. Con noi, perci, portiamo
la persona che pi si avvicina a quel ruolo: l'assistente alla regia
Debora Cattaneo, vera e propria factotum del programma nonch
animatrice della buffa mano della nostra presunta valletta Cippa Lippa.
L'itinerario prevede atterraggio a Catania, dove ci attende un
autista, e un paio d'ore di macchina risalendo la costa orientale fino
a Messina, per poi virare brevemente a ovest, in direzione Palermo:
zone che non ho mai avuto modo di visitare, ma che tutti mi hanno descritto come bellissime.
Il mondo, da qualche tempo, sembra aver svoltato a sorpresa
verso il meglio:  caduto il muro di Berlino (cosa a lungo sembrata
impossibile), Nelson Mandela  stato liberato (cosa che lo sembrava
ancora di pi) e da un paio di mesi  caduto il governo Andreotti
(cosa che, a dire il vero, era gi accaduta cinque volte: ma sempre
generando in me un qualche sorriso). A dirla tutta, il giorno stesso
in cui  caduto il governo Andreotti VI,  nato il governo Andreotti settimo: ma non si pu avere tutto dalla vita...
I segnali di cambiamento in positivo sono tanti e palpabili: Gorbaciov
sta guidando l'ex impero sovietico verso glasnost e perestroika
(trasparenza e riforme), il che sta finalmente consentendo
una de-escalation nucleare: e il nostro Paese, grazie a un referendum,
ha scelto di abbandonare persino il nucleare civile. Oltre a
ci, Giovanni Falcone sta per assumere il comando della Direzione
Investigativa Antimafia, e a Milano si comincia ad avvertire una
gran voglia di Mani pulite: insomma, si preannuncia chiaramente
un mondo pacifico, libero dalle mafie e dalla corruzione politica!
Grazie a queste favorevoli premesse, ho trovato il coraggio di
fare una cosa bellissima e, fino a qualche anno prima, del tutto inimmaginabile: mettere al mondo un figlio.
Anche il lavoro sembra aver preso una piega interessante: avere
una trasmissione tutta nostra, e per di pi sul calcio, che  il nostro
tema di elezione, rende le nostre giornate molto meno faticose, o
avvilenti, di quanto accaduto in precedenza alla corte di altri.
Pur andando in onda a tarda ora, e per una mezz'ora scarsa,
tutte le persone che ci capita di incontrare sembrano conoscere e
apprezzare il nostro programma; soprattutto i giovani, specie se maschi e calciofili.
Il volo fila liscio, sull'Etna splende un bel sole che fa scintillare
il nero della lava e il bianco della neve, e all'uscita dall'aeroporto
notiamo subito il nostro autista: un giovane ragazzo catanese che
ci attende accanto a un gigantesco van, degno della tourne americana
dei Beatles, tenendo in bella mostra un cartello con il nostro
nome. E chi si poteva immaginare un trattamento di riguardo di
questo genere? Ci manca solo il red carpet, e magari una stella nell'Hollywood Boulevard!
Appena ci nota, ci corre incontro e ci accoglie con tutto il calore
della sua terra: Benvenuti in Sicilia, ragazzi, e complimenti per il
premio: ve lo siete certamente meritato!.
Dall'enfasi con cui lo dice e dal tono di voce perentorio si capisce
benissimo che si tratta di un nostro grande fan: il classico ragazzo
che ci segue con attenzione tutte le domeniche, coinvolgendo nella
sua passione amici e familiari.
Ci osserva, per, intimidito e persino contrariato: probabilmente
ci immaginava diversi, come ci capita spesso di sentirci dire.
Insomma, si capisce che qualcosa non gli torna e lo invitiamo
bonariamente a dirci che cosa, senza farsi problemi di alcun tipo;
in fin dei conti siamo persone alla mano.
A quel punto, osservando i nostri minuscoli bagagli, esclama:
Ma avete recuperato solo i trolley? E gli strumenti? Vabb, ho capito: ve li recupero io, dai....
Quali strumenti?, gli chiediamo in coro, in puro stile Qui, Quo e Qua.
I vostri strumenti musicali: non siete una band? Ho preso
apposta questo enorme furgone per farceli stare: secondo voi ci
staranno tutti? Speriamo, dai. Voi aspettatemi qui, torno subito!
Vado al massimo: vado a gonfie vele, a gonfie vele, a gonfie vele...
...
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...
15. Chi cambia canale  un burfaldino.
...
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...
Hai successo in televisione quando la gente per strada inizia a
parlare come te. Perch questo  il grande potere della TV. All'epoca,
come sappiamo, non c'erano i social network, quindi il primo
vero riscontro lo trovavi sul marciapiede sotto casa. E cos, a
inizio anni Novanta i ragazzi italiani dicevano solo: Burfaldino,
Sabongia, Lo scopriremo solo vivendo, Ma anche no e altre
amenit del genere. Con assoluta certezza, quindi, possiamo
dire che la Gialappa's ha rovinato almeno tre generazioni. Ne andranno fieri?
Carlo: Quando inizi Mai dire Gol, il programma conteneva
due fasce pubblicitarie e, in quegli anni, alcuni conduttori usavano
formule personali per introdurle: c'era il Consigli per gli acquisti
di Maurizio Costanzo, oppure Buttate il telecomando! come
spesso diceva Gerry Scotti. A Giorgio venne l'idea di farmi dire:
Chi cambia canale  scemo. Per le prime puntate and liscia,
finch non salt fuori la concessionaria di pubblicit di Fininvest,
Publitalia '80, facendoci presente che c'erano state lamentele da
parte degli inserzionisti perch era un insulto. Secondo loro poteva
mal disporre il pubblico a casa: la gente avrebbe potuto guardare
gli spot con uno stato d'animo negativo, che non li avrebbe invogliati
all'acquisto. Cercammo di fare un po' di resistenza, ma alla
fine cedemmo. Per un paio di puntate provai a utilizzare insulti pi
leggeri, tipo birbante, brigante e sacripante, che per non
andarono bene a Publitalia, per cui la soluzione, per quanto ci sia
assurdo e incomprensibile, fu quella di inventare una parola inesistente
che suonava come un lieve insulto: burfaldino. Siccome
non ci furono pi proteste, continuai a ripeterlo ossessivamente,
finch, dopo qualche anno, mi venne l'idea di dire una parola che
richiamasse qualcosa di appena accaduto durante la trasmissione.
Per esempio: se in un blocco del programma veniva detta la parola
zanzariera, prima di lanciare la pubblicit dicevo: Chi cambia canale  una zanzara!.
Marco: Rimango convinto che Chi cambia canale  scemo fosse la frase perfetta.
Giorgio: L'anno dopo, quando facemmo Mai dire TV (un
programma sullo zapping tra le TV locali e straniere), Carlo inizi
a dire Chi cambia canale fa bene!, che se ci pensi, da parte
dell'investitore che ha speso soldi in spot,  davvero la cosa peggiore
da dire. Ma in quell'occasione nessuno si lament: misteri del marketing...
Marco: In Mai dire TV facemmo un'altra cosa da far venire
le bolle in faccia ai dirigenti, ovvero spostavamo il logo di Italia 1
a seconda dell'emittente che stavamo guardando in quel momento.
Una delle regole ferree della televisione  che la luminosa, ovvero
il logo della rete, non deve mai muoversi dalla sua posizione. Era
evidente che in una trasmissione del genere, dove saltavamo da
una rete all'altra, i loghi della TV locale e quello di Italia 1 spesso
si sarebbero sovrapposti, cos, litigando, alla fine ottenemmo il
permesso di spostarlo secondo necessit. Era una cosa che faceva
il realizzatore, Alessandro Sgorbati, a cui dedicava molte ore: ricordiamo
che allora era una televisione fatta al novanta per cento in analogico.
Giorgio: Mica questa roba digitale da Aghetti... dite che ho esagerato con il boomerismo?
Carlo: Un po' s, ma d'altra parte chi siamo noi per darti del
boomer? Comunque, dopo la prima stagione di Mai dire Gol
ci fu un cambio di direzione di rete. Giorgio Gori lasci Italia 1
per andare a Canale 5 e al suo posto arriv Carlo Freccero, che
disse di apprezzare il programma: cosa abbastanza rara, perch
i direttori con una personalit forte desiderano firmare il canale
in toto e quindi tendono a togliere o a dare poca importanza alle
trasmissioni gi esistenti, anche a quelle di successo, perch non
le hanno create loro. Invece Freccero punt su Mai dire Gol e
per tutta l'estate lo trasmise in replica, nel pomeriggio, per farlo
conoscere a un pubblico pi ampio, visto che per gran parte della
stagione era andato in onda soltanto a mezzanotte. Ci fu poi
un'intera annata di Mai dire Gol a quella stessa ora e, sempre
con soli filmati, con replica il luned alle due del pomeriggio, per
i ragazzini, con un seguito di pubblico sempre maggiore. E cos, a
quel punto, Freccero ci disse: Il programma deve evolvere! Basta
con quell'orario da nottambuli: c' spazio per un allargamento
anche ad altri contenuti!. Per cui ci chiese di sviluppare un nuovo progetto per la stagione 1992-1993.
Giorgio: L'idea di Freccero era quella di mantenere la trasmissione
domenicale con i filmati, ma ridotta a quindici minuti, e di
aprire una nuova finestra il luned, in prima serata alle 20,30, con
l'inserimento di comici. Teo Teocoli, oltre alle puntate in cui aveva
sostituito l'infortunato Marco, aveva partecipato frequentemente
per due anni, sempre in maniera gratuita, e quindi il primo pensiero
and a lui, nonch a Gene Gnocchi: erano entrambi dei grandi
appassionati di calcio, quindi sapevano di cosa stavano parlando.
Carlo: Gene, poi, ha sempre giocato a calcio molto bene.
Altro snodo importante per Mai dire Gol e quindi anche per
questo libro: la comparsa in video di comici che interagiscono con
tre voci fuori campo. Assurdo, forse ancora pi della prima versione
del programma con i video commentati. Non si era mai vista
una cosa del genere in televisione e, infatti, prima di trovare la
giusta quadra servono alcune puntate di rodaggio. Con inevitabili
errori. Ma se stai facendo una cosa del tutto inedita, come fai ad
avere punti di riferimento? E poi, a volte, l'eccesso di creativit fa
prendere strade sbagliate, quando la soluzione, magari, ce l'hai l sotto il naso. Ed  la pi semplice.
Marco: L'esordio della prima stagione di Mai dire Gol del
luned non fu dei migliori: le prime puntate fecero uno share
ben al di sotto della media di rete, che era del dodici per cento.
Sicuramente avere un budget ristretto non ci aveva aiutati, ma
noi ci mettemmo del nostro. L'idea iniziale fu di presentarci come
una trasmissione pirata, per cui andavamo in onda da uno studio
piccolissimo, un po' carbonaro, e addirittura la puntata iniziava
in bianco e nero. Voleva essere una citazione di un programma di
Raimondo Vianello, Noi... no: quello in cui Sandra Mondaini
faceva la trasmissione convenzionale a colori, e lui il cabaret in
bianco e nero. Ci piaceva quest'idea: una trasmissione pirata nella
quale Gene e Teo, con un'apparecchiatura di fantasia chiamata il
ggolo, si intromettevano nel nostro programma. Noi cominciavamo
con un filmato e loro entravano a disturbare da questo studio,
che dopo un po' tornava a colori, toccando un tasto del ggolo. Una
follia! Tutto girato, tra l'altro, con telecamere completamente fisse,
per la consueta mancanza di budget. Concettualmente volevamo
essere rivoluzionari, ma fu un autogol pazzesco: andare in prima
serata con uno studio in bianco e nero, che si vedeva pure male? Era a dir poco claustrofobico.
Giorgio: Come diceva Fantozzi: Una cagata pazzesca!.
Carlo: Di quella falsa partenza, all'inizio della stagione 1992-1993,
l'unica cosa veramente a fuoco fu la sigla iniziale: Amico
Uligano, scritta da Elio e le storie tese. Per fortuna aggiustammo
il tiro, andando in sottrazione: togliemmo tutte le cose brutte e
inutili. La trasmissione prese ritmo, iniziammo a introdurre personaggi
interpretati da Teo e Gene, come Felice Caccamo, Gianduia
Vettorello ed Ermes Rubagotti, ma soprattutto chiedemmo
e ottenemmo di essere spostati alle 22,30, il nostro orario ideale.
In pi iniziammo ad avere anche qualche ospite, come Elio e il
solito generoso amico Gerry Scotti. In primavera i numeri Auditel
iniziarono a essere dalla nostra parte, con punte di quasi quattro
milioni di spettatori, che per la seconda serata era davvero ottimo.
Giorgio: Caccamo era un personaggio che Teo faceva gi nel
camerino de Il gioco dei 9, per farci ridere durante le pause:
allora era un pizzaiolo con l'ossessione del cappero da appoggiare
al centro della pizza a fine cottura, ma per l'occasione venne
promosso giornalista sportivo e fu il nostro primissimo inviato. A
quel punto iniziammo a pensare anche a Gene Gnocchi e il primo
personaggio che ci venne in mente fu Eugenio Chiesa, ovvero una
sorta di parodia di Gianni Brera, decano dei giornalisti sportivi. Il
personaggio di Gene passava il tempo a fumare la pipa e a tossire
come un pazzo, proprio come succedeva a Brera quando andava
ospite a Il processo del luned. Purtroppo, durante le vacanze di
Natale, Gianni Brera mor in un incidente stradale, e ovviamente
decidemmo di non fare pi quel personaggio che, in qualche modo,
lo poteva ricordare. In fretta e furia Gene propose di fare Ninetta
De Cesari, ipotetica figlia del giornalista romano Ezio De Cesari, e
noi accogliemmo la proposta proprio bene, dicendogli senza troppi
giri di parole che quando un comico si veste da donna  la sua
fine: cos, per metterlo subito a suo agio. E una cosa che tuttora
Gene ci rinfaccia scherzosamente. Si arrabbi moltissimo anche
Ezio De Cesari, segnale che invece il personaggio era riuscito, ma
dovemmo iniziare a chiamarla solo Ninetta,
senza poter pi dire il cognome. Il vero
colpo di genio di Gene, per, fu Ermes Rubagotti.
In quel periodo la sarta de Il gioco dei
9 era bergamasca e siccome Gene arrivava
sempre in ritardo da Fidenza, lei lo sgridava
in dialetto. Gnocchi le rispondeva imitandola
e da l nacque il personaggio, con una serie di tormentoni che
divennero, come si direbbe oggi, virali per le strade: E alura?,
oppure Pota, Sgumbetada e via dicendo. In quel periodo i
ragazzini parlavano tutti come Caccamo e Rubagotti, le vere star di quella stagione.
Ormai Mai dire Gol  un piccolo cult e se ne accorge anche il
mondo del calcio. I pi intelligenti ci ridono sopra, ma i talebani
del pallone iniziano una guerra santa contro i nostri tre. Anche
perch in quegli anni i presidenti delle squadre di calcio erano per
lo pi imprenditori di provincia che si erano fatti con le loro mani,
spesso partendo dal basso, e finalmente raggiunta la ricchezza
potevano dare sfogo alla loro passione o semplicemente al loro
ego, esibendo uno status che, come detto, in Italia  di primissimo
ordine. E se tu hai faticato tutta la vita, ti sei spaccato la schiena,
sei diventato ricco, ti sei comprato la squadra della tua citt, promuovi
la tua azienda e nel viale del centro tutti ti ossequiano...
ti gireranno un po' le palle se tre pirla ti prendono in giro perch
giochi a Shanghai con i tempi verbali. O no? Per non parlare dei
giornalisti sportivi, che pensano che l'universo-mondo ruoti attorno
al dio Pallone, quando ecco che vedono in TV tre guitti bestemmiare
allegramente quella divinit. Dai su, non scherziamo!
Marco: Voce di 'sta cippa, hai finito la tua invettiva reazionaria?
Possiamo andare avanti?  vero che i potenti del pallone
non ci sopportavano, ma in compenso alcuni calciatori erano veri
e propri fan, come per esempio Walter Zenga: mi invit persino
al suo matrimonio, e poi ci chiese di commentare il suo addio al
calcio, nel 1999. Si gioc a San Siro e lo trasmise Mediaset: gli
mettemmo persino un telefono attaccato al palo destro, per parlare con noi durante il match.
Giorgio: Negli anni d'oro del Parma di Nevio Scala, molti giocatori
vennero a trovarci in trasmissione: Minotti e Melli, soprattutto.
I pi appassionati, per, erano quelli della Sampdoria di
Boskov: Attilio Lombardo, Gianluca Vialli e Roberto Mancini.
Parteciparono, come tanti altri loro colleghi, a una sigla di Mai
dire Gol. Ricordo un giovanissimo Clarence
Seedorf che, a soli diciotto anni, accompagnato
dalla madre, venne a fare uno sketch
comico. E poi Billy Costacurta, che prendeva
in giro Maurizio Crozza nei panni di Arrigo
Sacchi. Ma anche Shevchenko, Ambrosini e
Gattuso. Ricordo anche il mitico Nippo Nappi
del Genoa, vestito da tirolese per una sigla, che ci disse:  il
giorno pi bello della mia vita. A Carlo, che lo incontr in vacanza,
raccont che aveva litigato con la Lega Calcio perch non gli
avevano dato il permesso di scrivere Nippo al posto di Nappi sulla
schiena:  pieno di brasiliani con mille nomi a cui fanno scrivere
qualsiasi cosa e a me non lo concedono!. Poi, Paul Gascoigne,
che quando giocava nella Lazio partecip da trascinatore a una
gag musicale ispirata a Elvis, oppure un giovane Pippo Inzaghi,
goleador dell'Atalanta, che vestimmo da Superpippo di Disney. Si
divertivano, e avevano una gran voglia di farlo in una trasmissione
sportiva lontana dalla retorica allora imperante.
Marco: Insomma, abbiamo rovinato tante reputazioni. Ma che ridere.
Carlo: E non dimentichiamo gli allenatori, come per esempio
l'insospettabile Fabio Capello, conosciuto per essere un sergente di
ferro, e che invece nella vita  simpaticissimo. Anche lui partecip a
una nostra sigla, spronato dai figli. Gigi Di Marzio, in quella stessa
sigla, ball scatenatissimo uno shake anni Sessanta. Un altro allenatore
che ci sorprese per affetto fu Sebastio Lazaroni: si sforzava
tantissimo di parlare italiano nelle interviste, ma ovviamente veniva
fuori uno strano miscuglio con il portoghese. Noi trascrivevamo le
sue interviste, che diventavano esilaranti: Maugini e u jugador gi
muita gamba i fuossa (Maldini  un giocatore che ha molte gambe
e forza). Trascrivere lettera per lettera il suo strano eloquio faceva
veramente ridere, eppure lui non se la prese: anzi, ci volle conoscere.
Marco: Ci guardava tutto il mondo dello sport, anche fuori dal
calcio. Ricordo una giornata a casa di Alberto Tomba, a Bologna, a
girare una serie di sketch con Gioele Dix che ne faceva la parodia.
Oppure un timidissimo, ma molto divertito, Marco Pantani, che
venne in trasmissione a cantare Ricominciamo con Aldo, Giovanni
e Giacomo. E poi l'altro mito del ciclismo italiano, Claudio
Chiappucci, che si rivel molto pi estroverso del Pirata.
Giorgio: A uno sketch di Caccamo partecip, vestito come lui,
perfino il leggendario campione del mondo di boxe Marvin Hagler:
sua moglie era napoletana e lo aveva fatto appassionare alla nostra trasmissione.
Vabb, state solo parlando dei vostri estimatori: fuori gli hater adesso!
Carlo: Uno che probabilmente non ci sopportava era Giorgio
Bocca. Nel 1993 iniziammo a fare le telecronache dei primi posticipi
di Serie A sulla neonata Tele+, la prima pay TV italiana, all'epoca
partecipata anche da Fininvest. Alla guida di Tele+ c'era Mario
Rasini, che ci chiam per darci il famoso audio B: ovvero, sul canale
audio A c'era il commento tradizionale, sul B il nostro. Il
problema  che, la prima sera di campionato, Giorgio Bocca si mise
a guardare il posticipo ma, evidentemente, qualcuno in casa sua
aveva lasciato il decoder sull'audio B, cos si becc le nostre voci,
pensando che fosse l'unico commento proposto da Tele+. Il giorno
dopo scrisse un articolo di fuoco, un elzeviro in prima pagina su
la Repubblica. Evidentemente in redazione nessuno ebbe il coraggio
di dirgli che poteva tranquillamente ascoltare la telecronaca
tradizionale su un altro canale audio, e cos lo pubblicarono senza
battere ciglio. Invece di fare finta di niente, molti altri giornalisti
montarono la polemica contro Tele+ e contro di noi, senza rendersi
conto che tutto era nato dall'errore di una persona poco avvezza
alla nuova tecnologia. Fatto sta che ci chiam la redazione de Il
processo del luned per dirci: Venite in studio a difendervi da
queste accuse ingiuste. Noi, ovviamente, ci rifiutammo, e ciononostante
in quella puntata venimmo difesi con veemenza da Aldo Biscardi: una situazione davvero assurda.
Giorgio: Quello fu il degno epilogo delle assurde polemiche estive,
iniziate a Ferragosto e durate un mesetto. In vista del Mondiale
americano, infatti, quell'estate ci fu un'operazione di promozione
del soccer negli Stati Uniti, e la Lega Calcio decise di disputare
la finale di Supercoppa italiana tra Milan e Juventus a Washington,
per preparare idealmente il terreno a USA '94. Perci, a met
agosto, si spostarono oltreoceano su un unico aereo i giocatori, i
dirigenti, i giornalisti e anche Luciano Nizzola, allora presidente
della Lega Calcio. Nel corso di quel viaggio gli venne riferito da un
giornalista, come se fosse un sacrilegio, che noi avremmo fatto le
cronache dei posticipi e cos anche lui, forse come Giorgio Bocca,
senza sapere che c'era la possibilit del doppio audio, tuon: No,
no, questa cosa non succeder mai: la Lega Calcio non dar mai il
beneplacito!. Quindi si scaten un'inutile polemica sui giornali:
chi diceva s, chi diceva no. Si schierarono persino le TV private.
Un indignato Mauro Suma, telecronista di Telelombardia, tuon
in onda: Sapete dov' uno della Gialappa's Band? Allo Sheraton
di New York!. Lo disse riferendosi a me, che ero in vacanza negli
Stati Uniti: peraltro non allo Sheraton, ma in un comunissimo
Holiday Inn. Il suo sottotesto, probabilmente, voleva essere: Comunisti con il Rolex. Questo era il clima.
Marco: Dopo la gaffe, il problema si risolse immediatamente
perch qualcuno (a differenza dei redattori de la Repubblica con
Giorgio Bocca) spieg a Nizzola che noi saremmo andati in onda
semplicemente sul canale audio B, e quindi organizzarono un
incontro in Lega Calcio con Tele+ e noi, per concordare il modo
di riferirlo alla stampa (dire la verit, come spesso accade, pareva
brutto). Ci convocarono la mattina, facendoci entrare da una porta
di servizio per non farci incontrare i giornalisti. Cercarono di
convincerci a dichiarare che avevamo ottenuto il permesso di fare
le nostre cronache perch avevamo promesso che avremmo fatto
i bravi. Discutemmo per ore perch non volevamo mentire alla
stampa, n ricevere alcun tipo di indicazione sui nostri contenuti,
e ci dichiarammo prontissimi a sputtanarli per la loro figuraccia.
Alla fine ci accordammo su una linea fumosissima e cos, poche
ore dopo, venne organizzata una conferenza stampa, nello stesso
identico palazzo. Noi facemmo la pantomima di arrivare, questa
volta dal portone principale, dove incontrammo parecchi giornalisti,
tra cui l'amico Antonio Dipollina, cronista televisivo de la
Repubblica, che chiese allarmato a Carlo: Sar satira addomesticata?,
ricevendo come risposta l'espressione facciale di Tot
quando diceva birra e salcicce (come a dire: Tranquillo: qui
non posso parlare, ma ci siamo capiti). A quel punto entrammo
in Lega Calcio, ma solo per sorseggiare un t, perch in realt tutto
era gi stato deciso la mattina. Dopo di che uscimmo, annunciammo
che c'era stato un accordo e fuggimmo prima che le domande diventassero troppo stringenti.
Carlo: A proposito di giornalisti che ci volevano bene, ricordo
con grande affetto Gianni Mura, che tra l'altro era stato compagno
di banco di un mio zio. Delle nostre radiocronache, nel 1990,
scrisse: Sono talmente bravi che possono solo peggiorare, quindi
ci volle conoscere e ci invit a cena. Ricordo che, ogni volta che lo
incontravo, mi diceva sempre: Tu sei quello che mi ha pisciato sui
pantaloni, perch, evidentemente, mi avevano appoggiato sulle
sue gambe da bambino e io gli avevo lasciato un gradito ricordo.
Non ho mai avuto il coraggio di chiedergli quanti anni avessi il
giorno di quella performance: magari andavo gi a scuola...
Marco: A Tele+, durante l'intervallo, c'era il telegiornale: il
classico anchorman in primo piano con dietro le scrivanie della
redazione. Quando lo scoprimmo, Giorgio e io iniziammo a creare
gag in onda. Mentre il giornalista dava le notizie, vedevi due pirla,
sullo sfondo, che ballavano o facevano i canguri saltellando.
Giorgio: A proposito di Tele+, l'anno dopo, nel 1994, ci richiam
Rasini per chiederci di traslocare da loro con tutto il mondo
Mai dire Gol, che a quel punto era popolato di grandi comici.
Carlo e Marco erano in vacanza, perch era luglio, cos andai solo
io e, per provocarli, visto che non avevamo nessuna voglia di lasciare
la TV generalista, chiesi un miliardo di lire a testa. Ovviamente non se ne fece nulla.
Marco: E se avessero detto di s? Chiss com'era fatto un miliardo di lire...
...
.
...
AMARCORD. Mai dire mie. di Giorgio.
...
.
...
Settembre 1991. Tra pochi giorni andr in onda la prima puntata
di Mai dire TV, programma commissionatoci da Freccero pochi
mesi prima, dopo l'inaspettato successo di Mai dire Gol. All'improvviso
arriva una telefonata da Publitalia, che ci chiede di andare
a presentare il programma alla forza vendita dell'azienda per far
capire di cosa si tratti: saranno proprio i venditori coloro che dovranno
convincere i potenziali inserzionisti a investire negli spazi pubblicitari della trasmissione.
Fino a quel momento, l'unica occasione in cui abbiamo avuto
a che fare con Publitalia  stato quando, qualche mese prima, ci
hanno chiesto di smettere di dire Chi cambia canale  scemo
prima della pubblicit. Capirete che la nostra voglia di declinare
l'invito (neanche tanto cortesemente)  tanta.
All'inizio degli anni Novanta Publitalia  obiettivamente una
delle forze trainanti di Fininvest, che essendo una TV commerciale
dipende interamente dagli introiti pubblicitari. Chi lavora in
televisione, per, la vede come un pianeta a parte, popolato da
yuppies figli della Milano da bere degli anni Ottanta, con cui
sinceramente abbiamo ben poco a che spartire.
Dunque in prima battuta rifiutiamo l'incontro. Oltretutto Marco
in quei giorni non  disponibile, perch impegnato in una serie
di visite legate al suo problema alla gamba. Ma a Publitalia insistono,
il nostro produttore pure, e alla fine, anche se controvoglia,
accettiamo. Carlo ha lo stesso entusiasmo con cui affronterebbe
una visita guidata in un mattatoio di vitelli, mentre io prendo
seriamente in considerazione l'idea di presentarmi con una cintura
esplosiva e di farmi saltare in aria durante l'incontro; ma,
non avendo grandi agganci nel mondo dei kamikaze, non riesco a
procurarmi dinamite in tempi brevi e abbandono la malsana idea.
La presentazione si tiene in un piccolo auditorium del Jolly
Hotel di Milano 2, di fronte a duecento venditori, giovani rampanti
vestiti in blazer blu, camicia azzurra e cravatta d'ordinanza.
Introdotti da Cesare Cadeo, Carlo e io cazzeggiamo per una
mezz'oretta, prendendo in giro Cadeo e facendo vedere in anteprima
qualche filmato del programma: il mago Gabriel, Donato
Mitola, Gianni Drudi... tutti casi umani che saranno poi la forza
trainante del programma. La risposta del pubblico  ottima, al
di l delle apparenze e dei nostri pregiudizi: i venditori capiscono
in pieno lo spirito del programma e, a fine incontro, applaudono con entusiasmo.
Dalla prima fila si alza un signore sui cinquant'anni, brizzolato,
con la faccia molto seria, che si dirige verso di me con la mano
tesa; io, che sono appena sceso dal palco e ho ancora il microfono
in mano, lo guardo, prendo il microfono e glielo consegno, esclamando:
Grazie, buonuomo!, pensando fosse, appunto, l'addetto
all'audio. L'uomo non dice niente, prende il microfono e, leggermente adombrato, si allontana.
Mi accorgo che Cesare Cadeo mi guarda in maniera strana,
come se avessi fatto la pip in un'acquasantiera.
Cosa c'? Ho fatto qualcosa di male?, chiedo incuriosito.
Sai chi era il signore a cui hai dato il microfono?, risponde lui.
Il fonico?, esclamo io.
Era Marcello Dell'Utri, l'amministratore delegato di Publitalia:
la persona pi importante in azienda dopo Silvio Berlusconi!, sentenzia Cadeo.
Mentre Carlo mi guarda tra lo sconsolato e il divertito (d'altra
parte io sono sempre stato il gaffeur del gruppo), esclamo: Be',
per essere un fonico ne ha fatta di carriera!.
Da allora, di programmi in Mediaset ne abbiamo fatti almeno
una ventina. Ma mai che ci abbiano chiesto di andare a presentarli ai venditori...
Chiss perch?
...
.
...
AMICI NOSTRI. Quasi... Parenti. con Davide Parenti.
...
.
...
Un incontro fondamentale nella carriera della Gialappa's Band fu
quello con Davide Parenti, a fine anni Ottanta, quando Davide
era un autore di Lupo Solitario. Negli anni, Parenti ha dato vita
a tantissimi format, come per esempio Matrix, Milano-Roma,
Turisti per caso e soprattutto la sua creatura prediletta:
Le Iene. Proprio nel programma di Italia 1, Carlo, Giorgio e
Marco hanno lavorato fino al 2021, quindi la loro collaborazione
e amicizia dura continuativamente da oltre trent'anni. Che pazienza, Davide...
Giorgio: Il primo programma che facemmo insieme fu L'araba
fenice (il vecchio Matrioska), a cui poi seguirono Mai
dire TV, Mai dire Gol del luned, Mai dire Iene, Mai dire
Candid e, appunto, Le Iene.
Davide: E ne faremo tanti altri ancora.
Carlo: All'ospizio, per.
Davide: Di quel periodo ricordo che tu ancora non eri vegano
e che non eri sposato con Betty. Quindi era davvero tanti anni fa.
Marco: Quando ci siamo conosciuti ai tempi de L'araba fenice
tu eri gi pi esperto di noi, ma dobbiamo ammettere che
non ce lo hai mai fatto pesare. Non ci hai mai bullizzati, o come si
diceva ai tempi del militare: non hai mai fatto nonnismo.
Davide: In quella caserma i nonni erano altri, a partire da Gino&Michele.
Giorgio: Per uscivamo tutti insieme, anche perch il gruppo
autorale si divideva in due: da una parte Antonio Ricci e i suoi
sodali fuorisede, che stavano a Milano 2, dall'altra il gruppo di
Milano, che erano appunto Gino&Michele, Davide e noi. Poi c'era
Bonfanti, che era un corpo avulso e sudato.
Marco: L'unico episodio che ricordo in cui Davide ha fatto pesare
la sua et  stato quando andai la seconda volta in ospedale.
Ti avevo rotto le palle per cinque mesi perch avevi il telefonino, e
in quel periodo l'unico che conoscevamo con il cellulare era Omar
Sivori, che ne aveva uno talmente grosso da portarselo in giro con
il carrellino. Ti davo dello yuppie e cos, per vendicarti, quando
entrai in ospedale arrivasti con un telefonino in regalo per me,
facendomi insultare da tutto il reparto: Ecco il solito coglione col
cellulare che fa il figo. Pensa, invece, come siamo ridotti oggi...
Davide: Voi mi prendevate per il culo e mi davate del socialista.
Quel telefono mi cost una fortuna, perch allora erano anche pi
cari di adesso. Per, soldi ben spesi per la mia vendetta.
Marco: Vabb, adesso rinfacciare quanto hai speso non mi sembra carino...
Carlo: Dopo qualche anno abbiamo anche fatto un programma
insieme, tutto nostro, Mai dire TV. Ricordi come nacque l'idea?
Davide: Voi facevate Mai dire Banzai, quindi commentavate
filmati strani in maniera molto divertente. Visto che io avevo
tanto materiale sulle TV private locali, eredit della mia trasmissione
Rai Duel, iniziammo a ragionare insieme su un nuovo
programma. Ero pieno di filmati di varia natura e, soprattutto, di
contatti. Facemmo una puntata zero con la regia del compianto Paolo Beld.
Giorgio: Noi ormai eravamo commentatori abbastanza rodati
e i filmati erano davvero esilaranti, difatti la zero and bene e in
tre anni facemmo sessanta puntate.
Davide: A questo punto possiamo cogliere l'occasione del vostro
libro per confessare al pubblico un piccolo segreto. Che ne dite?
Carlo: Ti prego, s. Mi porto questo peso sulla coscienza da
trent'anni esatti. Liberami!
Giorgio: Io non ho una coscienza, quindi ho vissuto benissimo,
ma sono d'accordo nello svelare il segreto.
Davide: Le TV locali di allora, rispetto a oggi, erano molto pi
ruspanti e soprattutto popolate da personaggi surreali. C'erano il
Mago Gabriel, i protagonisti della Telenovela piemontese, Gianni
Drudi e tantissimi altri. Il problema, per,  che il materiale non era
infinito, perch le TV private non archiviavano
tutto quello che era andato in onda: troppo
costoso. Le cassette dei programmi registrati,
poco dopo la messa in onda, venivano sovrascritte
per risparmiare. Quindi, per arrivare
a fare tre stagioni, a un certo punto avevamo
finito i filmati. Allora decidemmo di ripetere i meccanismi produttivi.
Marco: Se la racconti cos, per, non si capisce un cazzo. Spiega meglio.
Davide: Sostanzialmente, non era pi la televisione privata che
produceva i suoi contenuti per mandarli in onda, ma eravamo noi
che facevamo produrre alla TV privata quel contenuto con gli stessi
mezzi, con le stesse persone e nello stesso ambito. Di fatto, eravamo
diventati noi gli editori: attori, personaggi, registi e produttori delle
TV locali ci davano il prodotto finito.
Giorgio: Il programma era composto per l'ottanta per cento
da materiale reale, e il restante venti per cento era stato prodotto
a nostro uso e consumo. La difficolt maggiore ce l'avevamo,
purtroppo, con i personaggi di maggiore successo: Mago Gabriel,
Lorenz e i personaggi della Telenovela piemontese. Di loro non
c'erano praticamente pi registrazioni utilizzabili.
Davide: Ci fu solo una volta in cui ci facemmo prendere la mano
e creammo dal nulla un personaggio: lo spogliarellista Ghibli. Non
esisteva nell'etere e pensammo fosse divertente prendere in giro
un pirla che spiegava come si faceva a limonare. Per cui creammo
un video-tutorial su come baciare e lo mandammo in onda, ma il
giorno dopo Aldo Grasso, sulle pagine del Corriere della Sera,
tuon: Ma quello che cazzo ?. Allora ci rendemmo conto che
avevamo esagerato e smettemmo subito. Oggi probabilmente non
lo rifaremmo, ma allora eravamo giovani e incoscienti.
Marco: Di Jessie Maio, la risposta siciliana a Michael Jackson,
ricordo che c'erano sedici cassette e quindi con lui and bene, ma
di Gabriel avevano cancellato tutto lo storico. E dagli torto...
Giorgio: Quindi, quando ancora oggi ci chiedono perch abbiamo
fatto solo tre stagioni di Mai dire TV, la risposta  che non
potevamo andare avanti all'infinito a far realizzare video verosimili.
Anche perch ci rendemmo conto che i protagonisti avevano
perso spontaneit: anche loro si erano fatti prendere la mano.
Marco: Quando un giorno vedemmo un manifesto di un concerto
di Gianni Drudi, quello di Fiki fiki, con scritto La Gialappa's
Band presenta, capimmo che dovevamo fermarci. Avevamo creato, a nostra volta, dei mostri.
Carlo: Si innesc un effetto perverso: rimasi basito, per esempio, quando il Mago
Gabriel venne a ringraziarci perch, grazie a Mai dire TV, aveva raddoppiato il fatturato.
Voglio sperare che fossero nostri fan che lo chiamavano per ridere.
Giorgio: Tra l'altro, a Mai dire TV, grazie
a una tua idea nacque il videocitofono, che usammo per altri vent'anni a Mai dire Gol.
Davide: Era una follia: commentavamo tutto quello che passava
sugli schermi, non solo televisivi, e il videocitofono diventava
l'ennesimo schermo da commentare. I primi partecipanti erano
persone comuni che si fermavano nel parcheggio di Milano 2.
Marco: Nel tempo, poi, l'evoluzione consistette nel far passare
da quel videocitofono personaggi noti, che chiedevano di salire per
partecipare al programma: Paolo Bonolis, Vittorio Sgarbi, Maurizia
Paradiso, Gioele Dix, Elio, Cesare Cadeo, Gene Gnocchi, Teo Teocoli e tanti altri.
Davide: Il bello di collaborare con voi  che in scena nobilitate
tutto. Puoi lavorare con la persona pi becera del mondo... e ci  capitato spesso.
Giorgio: Se hai la serata libera ti faccio l'elenco.
Davide: Nel momento in cui inserisci l'ironia, tutto diventa pi
dignitoso. Perch adotti una prospettiva diversa. E poi la vostra
maniacalit nel lavoro ha fatto la fortuna di tutti i comici pi bravi
degli anni Novanta e primi Duemila.
Carlo: Dai, basta farci complimenti, sai che non ci piacciono.
Davide: Se volete parlo anche dei difetti.
Marco: No, grazie, in fondo  pur sempre il nostro libro. Io, per
gusto personale, mi fermerei ai complimenti. Oppure vuoi indietro
i soldi del telefonino che mi hai portato in ospedale?
Carlo: Davide, invece, se dovessi scegliere il tuo preferito tra
noi tre, chi sceglieresti: e perch mai proprio Giorgio Gherarducci?
Davide: Non so se c' un preferito, ma so che per tutti voi nutro
un grande affetto. Avete caratteristiche molto diverse, siete assortiti
bene. Carlo, tu sei una persona molto riflessiva, educata, e sei il pi
colto (ma ti piace vincere facile). Giorgio, tu sei il comico, nel senso
che sei distruttivo: tiri fuori le cose in un attimo, sei il fantasista
della squadra. Marco, tu sei uomo di redazione e di relazione,
l'unico che ha sempre avuto una grandissima capacit di fare da
collante fra i tre, ma spari anche battute a raffica; in una squadra
di pallavolo saresti l'universale. Voi siete una squadra a tutti gli
effetti e se manca uno qualsiasi di voi si sente la differenza. Siete
unici: vantate mille tentativi di imitazione, ma nessuno  arrivato
a fare tutto quello che avete fatto voi.
Carlo: Non ci provare, Davidino! Leggo nelle tue parole un riferimento
al mio progressivo farmi da parte, ma guarda qui cos'ho
trovato: il libro Il peggio di Mai dire TV, scritto da Paola Costa
e Chiara Salvo, che all'epoca lavoravano con noi, e di cui abbiamo
firmato la prefazione. La scrissi io, e gi trent'anni fa la conclusi
cos: Dopo nove anni di fatiche e logorrea nei quali abbiamo fatto
Mai dire Banzai, Mai dire Mundial, Mai dire Gol, Mai
dire Sport, Mai dire TV, Mai dire tennis e Mai dire Giro,
c' una cosa che ora vorremmo assolutamente fare, per il nostro
e per il vostro bene: Mai dire niente. Il nostro unico dubbio :
ci pagheranno lo stessof E la risposta a questa domanda, adesso,
 S!: perch l'anno prossimo avr finalmente diritto ad andare in pensione!
...
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16. Eppur mi son scordato di te...
...
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Scrivere la propria autobiografia, perlomeno quella che poi verr
venduta in libreria, pu anche essere il pretesto per sistemare qualche
relazione irrisolta. L'occasione per chiedere finalmente scusa
a qualcuno. E i tre da trent'anni esatti hanno un grande senso di
colpa che si portano dietro. Grosso come una casa.  vero che si
dice meglio tardi che mai, per potevano decidersi anche prima, magari con un fax...
Giorgio: Non accettiamo lezioni da una voce incorporea. Per non ha tutti i torti...
Marco: Ai tempi de L'araba fenice conoscemmo Riccardo
Pangallo, un comico toscano che ridoppiava i film in maniera molto
divertente e che faceva anche la parodia del tenente Colombo.
Quando Freccero ci chiese di allargare Mai dire Gol ai comici,
l'unico che chiamammo (oltre a Teo e Gene) fu lui, che in confronto a noi era una star.
Carlo: Lo incontrammo a met strada, in Liguria, perch lui
stava nella campagna toscana. Gli spiegammo quello che ci sarebbe
piaciuto, ovvero che adattasse quella sua capacit di creare filmati,
ma non sul cinema, bens sul mondo del calcio, e che magari
doppiasse dichiarazioni o interviste di calciatori. Ci disse subito
che l'avrebbe fatto volentieri, ma che era un po' restio perch non
capiva nulla di pallone: aveva paura di non riuscire ad applicare
quello schema a qualcosa che non conosceva bene. Noi, invece,
lo vedevamo come una potenzialit: Se non conosci chi sia il
calciatore di turno, hai pi possibilit di reinventarlo. E cos, alla fine, accett.
Giorgio: Abbiamo gi raccontato che non azzeccammo subito
la formula di Mai dire Gol del luned e che dovemmo correre
ai ripari per raddrizzare il programma. Quindi, di fatto, un po'
trascurammo Pangallo, affidando il rapporto a distanza a un segretario
di produzione che gest tutto egregiamente per venticinque
puntate. Riccardo consegn puntualmente i suoi filmati, davvero esilaranti.
Marco: Maradona ridoppiato in veste di cartomante  un cult. Cercatelo in Rete.
Carlo: Finisce la stagione: un successo, tant' che vinciamo
anche il Telegatto. E gi in quell'occasione ci dimentichiamo di invitarlo alla premiazione.
Marco: Basta, basta, vi prego... sta riaffiorando il senso di colpa.
Giorgio: La verit  che per noi si era trasformato in un filmato
che andava in onda, non era pi un essere vivente. Certo, detta cos
suona male, ma era solo per dire che non lo facemmo in malafede.
Carlo: S, detta cos suona male a noi: figuriamoci a lui...
Marco: Poi part il delirio con Albanese, l'addio di Gene Gnocchi, la gestione di Teocoli e...
Carlo: E ce lo siamo completamente dimenticato. Poi, per la
vergogna, per trent'anni nessuno di noi ha avuto le palle di chiamarlo
e chiedergli scusa: quindi, pavidamente, lo facciamo ora su questo libro.
Giorgio: Giusto, perch ancora oggi non abbiamo il coraggio di
superare la vergogna, quindi lo scriviamo. Poi, se non lo legger, cazzi suoi.
Carlo: Magari questa volta, almeno, ricordiamoci di mandargli una copia del libro.
Giorgio: Ok, me lo segno, me lo ricordo io.
Marco: Siamo a posto, non ce la faremo neanche questa volta...
Carlo: Perdonaci, Riccardo!
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17. E alura?
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L'ansia da rinnovamento pu essere il motore per migliorare, ma
pu anche essere una cattiva consigliera. E a volte fa anche dimenticare
qualche pezzo per strada. Come  successo con Gene
Gnocchi dopo un'esaltante stagione: un brutto errore da parte
dei tre. Non per mettere il dito nella piaga, ma se contiamo anche
Pangallo siamo gi a due. Belli smemoratini, questi Gialappi...
Carlo: Gene aveva l'esigenza, anzi il desiderio, di lavorare a
Fidenza, dove abita; cos, nei primi due mesi del programma producemmo
una serie di servizi in esterna nella sua citt, dove era una
vera celebrit. Ci permisero di girare, incredibilmente, dentro una
banca, in tribunale e in tante altre location per le quali, di solito,
 difficilissimo avere i permessi: ma con Gene a Fidenza tutto  possibile.
Quando decidemmo di puntare sui personaggi, per, dovette
venire a Milano tutte le settimane e da l iniziarono i suoi malumori.
Marco: Lui, poi, ci metteva del suo: non facevamo in tempo a
finire le registrazioni che era gi in macchina. Spesso riguardavamo
le ultime scene e se decidevamo di rigirarle, non potevamo perch
Gene era gi al casello dell'A1. A volte, poi, non si presentava alle
riunioni del mercoled che facevamo con Teocoli e con l'autore
Massimo Venier. La sua scusa abituale era che la moglie, incinta,
non stava bene. Il problema  che la gravidanza dur circa dodici
mesi: la gestazione di un elefante. Queste sue assenze innervosirono
Teo e noi, e nel corso dei mesi i rapporti si raffreddarono.
Giorgio: Nonostante queste piccole tensioni, il programma
fu un successo e vincemmo il nostro primo Telegatto: al Teatro
Nazionale c'era anche Gene a ritirare il premio e a fine serata ci
salutammo, dandoci appuntamento a settembre. Noi, comunque,
volevamo cambiare qualcosa in Mai dire Gol, arricchirlo per
renderlo migliore. Quell'anno su Rai 3 era andato in onda Su la
testa, bellissimo show di Paolo Rossi dove si mise in mostra un
esordiente Antonio Albanese, e cos decidemmo di prenderlo con
noi. I comici (gli artisti in generale) sono molto gelosi, cos ci ponemmo
il problema di comunicarlo nel modo migliore a Teocoli,
ma non pensammo a Gnocchi. Gene lo scopr a cose fatte e cos,
forse, colse la palla al balzo per andarsene.
Marco: Ricordo che gli parlai al telefono e lui, giustamente,
mi rinfacci: Ma neanche una chiamata per dirmelo?. Aveva
ragione: ci eravamo dimenticati di avvertirlo.
Carlo: L'anno successivo Gene partecip a un programma quotidiano
di mezz'ora su Rai 3 e riusc a farlo tutto da Fidenza: il suo
sogno. Per non credo che fosse gi d'accordo e che abbia preso
l'incidente di Albanese come pretesto per sfilarsi.
Marco: Per fortuna i rapporti rimasero buoni, tant' che quasi
vent'anni dopo ci ritrovammo, Giorgio, Gene e io, a radio R101 e
nei corridoi scherzavamo come ai vecchi tempi. Nel tempo abbiamo
visto molti comici perdere la testa con il successo: quelli meno
strutturati iniziano, di solito, a fare i divi capricciosi. Gene, invece,
raggiunto il successo divenne solo molto pi pigro. Di solito
chi ottiene pi potere lo sfrutta per inutili capricci, mentre lui l'ha
sfruttato per alimentare la sua innata pigrizia. Per, al netto di
tutto, Gene fu fondamentale per il successo di Mai dire Gol, perch come comico fa davvero ridere.
Quando in televisione i conduttori ringraziano tutti i lavoratori
che sono dietro le quinte, non  solo per educazione:  perch
molto spesso il successo di una trasmissione pu dipendere da un
costume o da un trucco. Come nel caso della Gialappa's, salvata dal re dei nasi finti.
Carlo: La riuscita di personaggi come Caccamo e Rubagotti 
merito, oltre che del talento comico di Teo e Gene, anche del trucco.
Ermes Rubagotti, per esempio, aveva una parrucca stranissima,
il nasone e le gote rosse: appena compariva in video, ancora prima
di sentirlo parlare, gi faceva ridere. Il merito  tutto del truccatore
Bruno Biaggi di Artefare. Bruno aveva, gi allora, un modo
di lavorare all'americana. Faceva il calco integrale della testa del
comico, un'operazione quasi da medico: doveva riuscire a ingessare
il cranio senza dare problemi respiratori e poi toglierlo, senza che
si deformasse l'impronta. Poi, con positivi e negativi tipo scultore,
lavorava sul gesso sperimentando le protesi che costruiva per rendere
le somiglianze quasi perfette. Inizi con Gianduia Vettorello
e Rubagotti, ma nel corso degli anni la nostra collaborazione divent
sempre pi frequente, soprattutto quando iniziammo a fare
le parodie dei personaggi famosi. Bruno  stato uno degli incontri
pi importanti e imprescindibili della nostra carriera, perch se non
ci fosse stata somiglianza, l'efficacia di alcuni personaggi sarebbe stata minima o, comunque, inferiore.
Giorgio: Ci fu un breve periodo in cui Bruno non pot lavorare
con noi e cos collaborammo con il truccatore Maurizio Minchilli,
altrettanto bravo, ma che usava una tecnica completamente diversa:
quasi pittorica. Lavorava coi chiaroscuri in modo da farti
sembrare qualcun altro, giocando sulle ombre. Vedevi il trucco di
persona e non ti sembrava per nulla somigliante, poi in video era perfetto.
Marco: La cosa che pi mi divertiva era andare in trasferta con
Bruno in aereo. In aeroporto era bellissimo assistere alle reazioni
incredule dei poliziotti quando osservavano la sua valigetta ai raggi
X: piena di nasi finti. O forse erano abituati a ben di peggio...
...
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...
AMARCORD. Cono o coppetta? Di Giorgio.
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...
Venerd 21 maggio 1993. Reduci dalla nostra prima vittoria del
Telegatto, siamo tutti a Milano 2 in redazione per preparare l'ultima
puntata stagionale di Mai dire Gol. Tra scalette da fare, filmati
da visionare e testi da scrivere, l'atmosfera nella redazione  tesa e
febbrile come quella del The Washington Post nel film Tutti gli
uomini del presidente. Se si eccettuano un paio di piccoli particolari,
ovvero che al posto di Robert Redford e Dustin Hoffman ci
siamo noi tre e, invece di novanta giornalisti, sei visionatori e due segretarie: questione di dettagli.
Siamo seduti intorno al tavolo della sala riunioni insieme agli
altri autori: Massimo Venier ed Enzo Santin. Carlo, come al solito,
siede composto, munito di penna e foglio A4; Marco, come
al solito,  circondato da pacchetti di caramelle, tratto-pen di diversi
colori e l'immancabile spray nasale; io, come al solito, sono
stravaccato sulla sedia e con i piedi sul tavolo: la mia posizione
naturale di lavoro da sempre. Tutti quelli che, negli anni, hanno
collaborato con noi hanno sempre pensato che questa mia posizione
fosse dovuta alla naturale cialtroneria, mista a strafottenza
e maleducazione. Cosa in parte assolutamente vera. Ma il motivo
reale  che ho sempre avuto il sistema linfatico di una donna di
sessantacinque anni in menopausa, che mi porta a ritenere i liquidi
molto facilmente. Quindi, se sto seduto a un tavolo troppo a lungo
in posizione eretta, mi si gonfiano le gambe come alla Sora Lella nei film di Carlo Verdone.
Improvvisamente si apre la porta ed entra il capostruttura Ettore
Rognoni: Ragazzi, domenica arriva il presidente Silvio Berlusconi,
 ospite a Pressing per festeggiare la vittoria dello scudetto
del Milan e pare vi voglia incontrare. Per cui, mi raccomando,
vestitevi bene: non da straccioni come al solito.
L'avviso vale pi per Marco e me che per Carlo, che si veste allo
stesso modo dal 1975: camicia a righe, jeans o pantaloni di velluto
a coste piccole e scarpe Clark, da sessantottino insomma. Uno degli
aspetti positivi di un lavoro come il nostro  sempre stato quello
di non avere nessun obbligo nel vestire, nel nostro caso perfino in scena, essendo solo voci fuori campo.
Oltretutto io e l'eleganza abbiamo sempre vissuto in due galassie
separate. Come punto di riferimento di stile ho Bruce Springsteen,
ovvero l'uomo che ha brevettato la tamarritudine, unita a una naturale
avversione verso qualsiasi tipo di formalit. Tanto per darvi
un'idea: ho indossato la cravatta cinque o sei volte nella mia vita,
al punto che quando nel 2018 mi sono sposato con la mia attuale moglie
Licia, la seconda, ho dovuto chiamare un amico un'ora prima
del matrimonio per farmi prestare una cravatta, perch solo in quel
momento mi ero reso conto di non averne. Dopo gli chiesi anche di
annodarmela al collo, perch non ricordavo come si facesse.
Silvio Berlusconi, all'epoca, non  ancora sceso in campo in
politica, ma essendo ormai sempre molto impegnato tra Mondadori,
Standa, Medusa e tutte le altre aziende di cui si  impadronito, rarissimamente
si presenta nell'azienda che  stata il suo primo amore:
Fininvest (che nel 1996 per il comparto TV diviene Mediaset). Un po'
l'idea di conoscerlo ci incuriosisce, ma di certo non ci manda in fibrillazione.
Uscendo quel pomeriggio dal nostro ufficio, ci rendiamo
conto che per molti altri non  cos: nella redazione sportiva sentiamo
mariti telefonare alle mogli implorandole di mandare il vestito
buono in tintoria. Ci sono segretarie che prenotano il parrucchiere o
l'estetista, e persino i cameramen, che normalmente vediamo vestiti
come guerriglieri Tupamaros, si precipitano verso il grande magazzino
pi vicino per comprarsi un abito che gli coster un quarto dello
stipendio. Noi tre, un po' straniti ma anche divertiti da quelle scene,
ci guardiamo e giungiamo tutti alla stessa conclusione: Vabb, almeno
mettiamoci una giacca e una camicia pulita, esclama Carlo.
 probabile che l'aggettivo pulita sia riferito a me.
Quando nella tarda mattina di domenica arriviamo in ufficio,
l'atmosfera  ovviamente molto diversa dal solito. A giudicare
dall'abbigliamento generale, pi che in un centro di produzione
televisivo sembra di essere in un mix tra una convention di manager
rampanti e il matrimonio della figlia di un boss della Camorra.
Persino la guardia giurata che sta all'ingresso, per darsi un tono,
si  vestita da generale prussiano e le signore delle pulizie hanno
abiti in lam dorato. O cos sembra ai nostri occhi suggestionati.
Verso le 21,30 esco dalla sala in cui ho finito di montare la
rubrica Vai col liscio e mi viene incontro il capostruttura Rognoni,
accompagnato da Marco, che dice: Andiamo,  arrivato il
Presidente e vi vuole conoscere. Carlo non viene perch  ancora
nell'altra sala a montare W la Rai (probabilmente una scusa,
inattaccabile, per sottrarsi all'incontro). Lo stato d'animo che ci
accompagna, durante quella breve camminata che precede l'incontro,
 un misto di curiosit, divertimento e timore: il rischio che
qualcuno (cio io) se ne possa uscire con una battuta che porter
a un licenziamento in tronco, com'era successo anni prima a Teo Teocoli,  piuttosto alto.
Berlusconi si trova nella sala attigua allo studio in cui va in
onda Pressing, che poi  lo stesso studio in cui noi il giorno
dopo registreremo Mai dire Gol del luned, attorniato da tutti
i massimi dirigenti televisivi, impegnati a contendersi il titolo di Lacch dell'anno.
Avvolto nel tradizionale doppiopetto blu, con un'abbronzatura
artificiale color campo di terra battuta del Foro Italico, Berlusconi,
sorridendo, ci stringe la mano e con fare molto cordiale si
complimenta con noi. Va detto che, essendo noi sprovvisti di tette,
l'incontro  piuttosto breve: due o tre minuti al massimo, ma meglio
cos, meno dura e minore  il rischio di causare un incidente
diplomatico. Proprio sul finire, per, mentre si sta congedando,
Berlusconi se ne esce con: E comunque mi piacerebbe discutere dei
vostri piani per il futuro in azienda, per cui vorrei prossimamente
parlarne una sera a cena da me, in villa ad Arcore. Passano solo
due decimi di secondo e dalla mia bocca esce: Va bene, noi portiamo
il gelato!. L'esercito di sicofanti che lo attornia mi fulmina
con gli occhi, manco avessi palpeggiato il sedere a Madre Teresa
di Calcutta, ma Berlusconi sorride. Non sembra minimamente infastidito.
Allora a quel punto Marco aggiunge: Tra l'altro, mi risulta che il suo cuoco sia interista!.
Il sorriso del presidente si increspa leggermente, ma la sua risposta
 pronta: Be', nessuno  perfetto!.
Non sappiamo se quegli scambi di battute abbiano fatto danni, ma va detto che l'invito in villa non  mai arrivato.
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18. L'Italia  il Paese che amo.
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Carlo, Giorgio e Marco non hanno mai fatto mistero delle loro
idee. Quando il loro editore, Silvio Berlusconi, si candida e vince
le elezioni del 1994, le cose si complicano. Nessuna censura,
sia chiaro, ma semplicemente cambia il clima intorno a loro.
E, dopo quasi trentanni, dai loro racconti si capisce che  stato
un periodo difficile. Anche perch da quel momento vengono
percepiti in azienda come pericolosi bolscevichi, che sputano
nel piatto dove mangiano, mentre fuori li accusano di essere la
foglia di fico che permette a Berlusconi di proclamarsi liberale.
Insomma, sono tra due fuochi: un bel casino.
Carlo: Il 26 gennaio 1994 Silvio Berlusconi annunci che si
sarebbe candidato, che sarebbe sceso in campo, ed  evidente
che quello fu uno spartiacque in Fininvest. Ma capimmo che tirava
un'aria strana gi nei mesi precedenti, perch ci furono una serie di
occasioni in cui venimmo convocati in assemblee con tutti i presentatori,
gli autori e i registi. Erano gli anni della Legge Mamm, delle
prime norme che cercavano di regolamentare l'etere e che quindi
davano garanzie a un'azienda che era andata in onda per tanti anni
in modo un po' piratesco. Dall'altro lato, ovviamente, queste regole
cercavano anche di porre limiti, di favorire il pluralismo. La cosa
particolare, per,  che nessuno di noi fino a quel momento aveva
avuto l'impressione di lavorare in un'azienda con una connotazione
politica. Che ci fosse un rapporto evidente con Bettino Craxi era
risaputo, non era un mistero; in quei mesi, per, si era creato un
clima strano e ci furono un po' di voltagabbana: strano, no? La
nostra , notoriamente, una Repubblica fondata sulla coerenza...
Giorgio: A gennaio, poi, part una vera e propria chiamata alle
armi da parte del capo: in onda tutti i conduttori erano invitati a
fare annunci spontanei di voto per Berlusconi. Il problema era che
quasi tutti i programmi erano registrati con largo anticipo e quindi
richiamarono i presentatori, li vestirono, truccarono e pettinarono
esattamente come nelle registrazioni e poi si scervellarono per trovare
il modo migliore di inserire l'appello al voto in una determinata
puntata. Lo fecero in molti programmi, anche sportivi, ma per lo pi
si trattava di persone di cui non avevamo grande stima. Il vero colpo
al cuore, per noi, fu l'appello di Raimondo Vianello: il nostro idolo.
Marco: Con Raimondo avevamo un rapporto stupendo, ci trovavamo
la domenica durante gli intervalli e alla fine delle partite.
Ricordo una cena di compleanno dove Raimondo ci volle al suo
tavolo, con la moglie Sandra Mondaini, Fedele Confalonieri (braccio
destro di Berlusconi) e Piersilvio Berlusconi, che all'epoca stava
facendo la gavetta in azienda come assistente di Vetrugno, direttore
di Italia 1. Insomma, per noi Raimondo era una divinit e lui ci
amava molto, si divertiva con noi. In una puntata di Pressing,
programma sportivo condotto da Vianello, Antonella Elia gli chiese:
Ci sono le elezioni, tu per chi voterai?. E Raimondo: Per la
prima volta voter per qualcuno che conosco: il mio Presidente.
Ci croll il mondo addosso. Non perch votasse Berlusconi, ci
mancherebbe: Vianello non aveva mai fatto mistero di essere di
destra. Ma vederlo l a fare una cosa che non aveva senso, fatta
male, appiccicata, solo per compiacere il capo, ci fece molto male.
Lo chiamai io dicendogli: Maestro, stavolta hai toppato, te lo dico
con la morte nel cuore, per stasera mandiamo in onda una cosa
su di te. E lui: Eh, ma cosa ho fatto?. Hai fatto quell'appello
fingendo che fosse spontaneo.... Per questo noi eravamo impazziti,
perch sapevamo che qualcuno gli aveva passato il foglio con
il testo dell'appello spontaneo. Gli dissi: Siccome sei il nostro
idolo, facciamo cos: se vuoi, dopo che abbiamo mandato il filmato,
tu ci videocitofoni in onda: ci puoi insultare e dire quello che
vuoi. Lui rispose: No, grazie, ma stasera non vi guardo, perch
soffrirei troppo. Una frase che mi uccise.
Carlo: Da allora, anche se i rapporti con lui non cambiarono,
Sandra Mondaini non ce la perdon. In quel frangente si incrin
anche il rapporto con Ettore Rognoni, che fin l era stato idilliaco.
A nome dell'azienda ci supplic di non trasmettere il video e a un
certo punto ci disse anche: Facciamo che anche voi dite per chi
votate. Ma come, stiamo facendo tutto questo proprio perch
troviamo sbagliato usare cos la televisione, e voi ci proponete di fare la stessa cosa?
Giorgio: Fino a quel momento non avevamo
mai avuto la percezione che le persone
con cui lavoravamo potessero tollerare
di andare al governo con nostalgici del
ventennio o secessionisti lombardi. Vedevi
qua e l qualche personaggio del genere, ma
raramente tra i dirigenti.  chiaro che con la discesa in campo
l'azienda divenne una specie di partito. Per, essendo una TV
commerciale, se portavi a casa gli ascolti ti facevano andare in
onda. Gli editti bulgari a Cologno Monzese non ci sono mai stati:
anzi, pochi lo ricordano, ma a fine anni Novanta Santoro e
Dandini, non riuscendo a trovare sbocchi in Rai durante il governo
D'Alema, per un paio di stagioni ci raggiunsero su Italia 1: prima
dell'editto bulgaro, evidentemente, ci deve essere stato un editto di Gallipoli...
Dal 1994 l'attivit politica di Silvio Berlusconi  incessante e
dura per due decenni. Ci sono tanti episodi, tante occasioni,
in cui le frizioni tra la Gialappa's Band e l'azienda si accentuano.
Una in particolare, nei ricordi di Carlo, Giorgio e Marco,
 vissuta come la pi dolorosa, perch non riguarda colleghi o
dirigenti, ma i lavoratori di Mediaset. Per fortuna si tratta di un
fraintendimento e la cosa rientra in fretta. Per siete proprio dei comunisti mangiabambini, cribbio!
Carlo: Nel 1995 arriv il referendum per togliere Rete 4 a Fininvest
e metterla sul mercato. Noi intanto avevamo chiesto di cambiare
il titolo del programma in Mai dire Silvio, perch non volevamo
pi continuare a parlare solo di calcio, o fingere di parlare solo di
calcio, che per me era sempre stato un semplice pretesto. Noi volevamo
parlare liberamente di qualunque argomento e siccome Silvio
Berlusconi era politica, economia, calcio, commercio... ci sembrava
calzante il nuovo titolo. Giovannelli, che dirigeva l'ufficio contratti,
ci disse: Facciamo cos: voi parlate di quel che volete, per il titolo
rimane perch  un marchio gi affermato commercialmente. L'azienda
si stava trasformando in partito, ma a fatica, perch in tanti
non volevano aderire a un'azienda-partito. E poi c'erano anche tanti
che erano pi realisti del re, che non erano contenti della presenza
di persone non allineate come noi e poche altre, anche se venivamo
strumentalizzati come foglie di fico: Io sono democratico, do voce
a tutti, mando in onda persino la Gialappa's Band.
Giorgio: In una puntata di Porta a porta da Bruno Vespa,
Silvio Berlusconi prov a esprimere questo concetto ma, non ricordando
il nostro nome, disse testualmente: Sulle mie reti vanno
in onda anche Quelli del gol. D'altra parte, allora, aveva
pi o meno la nostra et attuale: quella in cui la nebbia offusca
totalmente i ricordi. Giovane e arzillo tiktoker lo  diventato molto dopo...
Marco: Per il referendum facemmo un'intervista con l'Unit
e la Repubblica, dove raccontammo che all'adunata organizzata
da Berlusconi al Palatrussardi, per un'altra chiamata alle
armi per salvare la rete, solo noi tre, Enzo Iacchetti e Lamberto
Sposini disertammo. Spiegammo anche che la pluralit editoriale
 un valore aggiunto per una societ moderna e che in televisione,
per favorire tale pluralit, una qualsiasi azienda non dovrebbe
possedere pi di due reti. Il Corriere della Sera estrapol a suo
uso e consumo l'intervista, titolando in maniera faziosa. Quel
giorno arrivammo in studio e subimmo un vero e proprio processo
da parte dei rappresentanti sindacali della CGIL, persone
con cui da anni condividevamo il programma con il sorriso sulle
labbra. Chiedemmo loro di farci tutte le obiezioni che volevano,
ma sull'intervista originale che era su la Repubblica, e cos
capirono che il nostro pensiero era molto differente da quello
riportato dal Corriere, con cui non avevamo assolutamente
parlato. Nella seconda met degli anni Novanta, che coincide con
il grande successo di Mai dire Gol, in realt abbiamo vissuto in
un clima aziendale non proprio fraterno. A meno che il modello
di riferimento non sia quello di Liam e Noel Gallagher...
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AMICI NOSTRI. Da da a do! Con Antonio Albanese.
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...
I personaggi di fantasia nati a Mai dire Gol sono tantissimi,
ma solo alcuni sono entrati cos tanto nell'immaginario collettivo
da diventare televisivamente immortali. In questo olimpo
delle maschere della Gialappa's Band c' sicuramente Frengo e
Stop, frutto di un processo creativo collettivo a cui ha dato voce,
anima e movenze Antonio Albanese. Uno dei tanti fuoriclasse
sbocciati negli anni Novanta insieme al nostro trio, nello studio di Milano 2.
Antonio: Era un luned e io stavo riposando, perch facendo
teatro avevo libero solo quel giorno della settimana, come i pizzaioli
e i barbieri. Me ne stavo l bello tranquillo a Bologna, quando
si presentano Carlo, Giorgio e Marco per chiedermi di andare a
fare Mai dire Gol. Proprio a me, che di calcio non sapevo nulla e di televisione ancora meno.
Giorgio: Come ti ripetevo in quegli anni: stai al calcio come Polifemo sta allo strabismo.
Carlo: Per l'anno prima avevi fatto Su la testa, bel programma
comico di Paolo Rossi andato in onda su Rai 3: ci eri piaciuto tantissimo.
Antonio: Voi ed Enzo Santin, che letteralmente mi assisteva, mi
avete aiutato molto in entrambe le cose. Per che
fatica: io finivo la replica a teatro la domenica a
Bologna, dove vivevo, e il mattino dopo mi presentavo
a Milano per preparare il programma e girare le mie parti.
Marco: E demmo vita al mitico Frengo e
Stop, inviato pugliese che celebrava il Foggia dei miracoli di Zeman.
Antonio: Una totale follia nata da una manciata di suoni, dalla
musica. La cosa pi bella che abbiamo fatto, secondo me,  stata
un luned in cui mi sono presentato privo di idee e di ogni tipo
di energia. Ricordo che era il periodo di Pasqua e il Foggia aveva
perso 5-0. Decisi di entrare sulle note del Requiem di Mozart, con
una mutandona tipo Ges e una croce sulla spalla.
Carlo: Io provai a dirti: Ma no, Antonio, siamo sotto Pasqua, non si pu.
Antonio: S, s, e io ti risposi: Perch non si pu?  il periodo giusto!.
Giorgio: Io, noto blasfemo, gi ridevo come un pazzo.
Marco: Io fui abbastanza salomonico e ti dissi: Fai un po' quel cazzo che vuoi.
Antonio: Ottenuta la maggioranza, entro in scena da destra
dello schermo flagellandomi con una frusta, poi mi fermo, guardo
in camera e proseguo a trascinare la croce, frustandomi e uscendo
alla sinistra dello schermo. Stop, intervento finito. Bellissimo! Questo
fa capire la libert creativa che davate ai comici, assecondandoci
nelle nostre pazzie.  stato un periodo ricco di gioia, intuizioni
e divertimento: avevo appena compiuto trent'anni.
Carlo: Be', un'altra volta ricordo Frengo che vogava nel laghetto
di Milano 2, su una barca a remi che trascinava un gigantesco orecchio di gomma.
Antonio: E che dire degli ospiti, allora? Pensate che mi sento
ancora con Giovanni Stroppa, ex centrocampista del Foggia, che
da allora chiamo Stropeghein. Mi ha anche infilato in una chat
con ex giocatori: Beppe Signori, Ciccio Baiano e Kolyvanonv, che chiamavo Kalashnikov.
Marco: Trovammo subito l'alchimia per andare in onda?
Antonio: Non subito. Ricordo che dopo le prime puntate ero
sotto shock per i vostri tempi, che sono completamente diversi l'uno
dall'altro, simili, ma diversi. Ci ho messo un po' a captare i vari
incastri. Per spiegarmi meglio: Giorgio, tu entri all'improvviso con
la battuta, mentre tu, Carlo, crei le fondamenta di tutto il pezzo,
e tu, Marco, rifletti su quello che faccio per poi tormentarmi. 
stato un esercizio straordinario e bellissimo.
Carlo: La cosa che mi impression di te  che tratti la comicit
come musica, seguendo non un copione, ma uno spartito.
Giorgio: In studio con Teocoli come ti trovasti?
Antonio: Benissimo, perch parlava solo lui. Io, nei panni di
Epifanio, mi limitavo a fare dei gesti.
Marco: Benissimo non proprio, ricordo il tuo primissimo
ciak a Mai dire Gol: fermasti tutto.
Antonio: Teo mi diede il suo solito coppino e fece volare il parrucchino
a Epifanio. Potevo capire tutto di Teo, ma pensai: Se non
lo fermo adesso, poi diventa troppo!. E meno male che trovai il
coraggio di stoppare la registrazione. Perch da quel momento con
lui il rapporto fu eccezionale, mi adorava, mi chiamava Van Basten,
che detto da uno sfegatato milanista doveva essere un grande
complimento. L'ho incontrato ancora, anni dopo: una volta venne
a vedermi a teatro e ricordo che lo salutai dal palco. C'era il tutto
esaurito, la serata and molto bene. Dopo lo spettacolo venne nei camerini
e mi disse: Dobbiamo fare qualcosa insieme. Ho un'idea: lo
chiamiamo Teo Teocoli Show!. Cosa vuoi dirgli?  straordinario!
Giorgio: Il secondo anno poi nacque Pierpiero, altro capolavoro.
Antonio: S, Teo mi aiut molto a costruire il personaggio...
Un giorno scoprii che il giardiniere di Arcore, a casa di Berlusconi,
era di Lecco come me e quindi mi venne l'idea. Era un mix di cose
nuove, ma basato su un personaggio che avevo costruito a teatro:
Efrem. Decido di sviluppare Pierpiero, appassionato
dell'Inter a casa del primo tifoso del
Milan, nonch omosessuale, in controtendenza
con l'altra grande passione del presidente.
Poi scoprii pure, nella mia assoluta ingenuit,
che il figlio di Berlusconi si chiamava Piersilvio.
Non ci credevo: Mi state prendendo per
il culo?. Allora da l lo chiamammo Pierpiero.
Carlo: Anni dopo Piersilvio ci rivel che avevano veramente un
giardiniere gay e interista. Pensava che ci fosse stata una soffiata
dall'interno, invece fu del tutto casuale.
Giorgio: A causa, anzi per colpa, del politically correct, oggi
quel personaggio probabilmente non potremmo farlo.
Antonio: Il bello di Mai dire Gol  che  irripetibile: eravamo
liberi, felici e allegri. Eravamo dichiaratamente onesti. Adesso sarebbe molto difficile.
Carlo: Gli anni Novanta sono stati un decennio di grandi illusioni,
per tutti. Il mio rammarico  che non siamo mai riusciti a
fare il fan di Alberto Tomba, un personaggio che ci avevi proposto il secondo anno.
Albanese: Ero andato al palazzetto dello sport di Bologna a
vedere una partita di basket e vicino a me ce n'era uno, il classico
bolognese verace e ruspante, che mi chiese: Di dove sei tu?. E
io: Vivo a Bologna, ma sono di Lecco!. E lui: Eh eh eh, Lecco
la figa.... Divertente, ma difficile da portare in onda.
Marco: Ti sei reso subito conto del successo che stavi ottenendo?
Antonio: Lo capii grazie a una tourne: di solito vedi le prevendite
dei biglietti e capisci il desiderio del pubblico. Dopo le
prime puntate di Mai dire Gol avevo esaurito tutte le repliche
fino a maggio. Una cosa che rendeva palese la potenza della
televisione e del programma. Quegli ascolti, in seconda serata,
Mediaset non li ha mai fatti. Si radunavano i ragazzi in casa per
le visioni collettive, aprivano una serie di bar chiamati Frengo e
Stop: Mai dire Gol  stato un pilastro incredibile del variet e
della comicit italiana. Tutti gli artisti passati di l sono diventati
famosissimi: siete stati bravi a captarci, a individuare il nostro
talento e a svilupparlo. Questa  una grande capacit che deriva dall'intelligenza.
Giorgio: Troppi complimenti, prova a definirci con tre insulti diversi.
Antonio: Uno  recchia de gomma, l'altro  sparpacellone e uno  baffi di copertone.
Marco: Se non vi dispiace, io vorrei essere sparpacellone.
Antonio: Quando ho deciso di andare via, avete provato a
trattenermi in tutti i modi. Anche quello fu un attestato di stima
non indifferente. A quel punto, per, avevo bisogno di cambiare,
anche se a malincuore, perch volevo fare cinema. Mi  costato; il
programma andava benissimo, avevo ottenuto un successo personale
impressionante, il clima era eccezionale, andavamo spesso a
cena insieme, mi ero trasferito a Milano e lavoravo vicino a casa.
Insomma, sarebbe stato pi logico e semplice rimanere. Onestamente,
poi, avevo voglia di fare altri personaggi, ma non li trovavo
cos belli come Frengo e Pierpiero, e allora mi sono detto: Per non
intaccare il lavoro fatto finora, mi metto a fare un'altra cosa.
Carlo: Per dieci anni dopo sei tornato.
Antonio: E mi sono pure divertito. Il gruppo era tutto cambiato,
ma c'era la stessa atmosfera. Voi eravate un po' pi stanchi:
Marco si presentava con tre ore di ritardo,
Carlo dormiva in studio e Giorgio arrivava in
corsa. Per, quando partiva il gioco, era ogni
volta una grande festa. Feci il cuoco-economista
Alain Tonn, il filosofo Cantoni tuttotutto-nienteniente
e il mio personaggio pi politico di tutti: Cettolaqualunque.
Giorgio: I censori di Mediaset ci ruppero
le scatole pi per Pierpiero che per Cettolaqualunque.
Antonio: Voi avete sempre tenuto botta e avete difeso tutti con
grande tenacia. Anche se non vi piace, vorrei chiudere dicendo che,
per me, la Gialappa's Band  un miracolo: siete riusciti non solo
a nobilitare la comicit, ma anche a dare coraggio e a sviluppare
il talento di almeno una decina di grandi artisti, che poi hanno
reso felici il cinema, il teatro e la TV italiana. E un gran cazzo di
merito,  molto importante e, lo dico con onest, per questo ho
una grande stima di voi. Siete stati molto importanti per questo
Paese. Avete trasmesso buon senso, benessere e gioia. Meritereste tre busti al Quirinale.
Carlo: Un monumento equestre no?
Marco: Parlandone da vivi...
...
.
...
AMARCORD. Mistero buffo. di Carlo.
...
.
...
Alla fine di maggio del 1995, ricevo una telefonata del tutto inaspettata:
Ciao, Carlo, sono Franca Rame, ho avuto il tuo numero
da Lella Costa. Per prima cosa volevo dirvi che siete davvero bravissimi:
complimenti sinceri per tutto quello che fate! E poi volevo
dirvi che l'8 giugno, giorno della chiusura della propaganda referendaria,
stiamo organizzando una grande manifestazione in Piazza
San Babila: il funerale della par condicio. Oltre a me e a Dario, ci
saranno Giorgio Strehler e tanti altri colleghi: Lella Costa, Paolo
Rossi... Ci terremmo moltissimo alla vostra presenza: cosa dici, ce la fate a venire?.
Rimango del tutto esterrefatto. Non solo all'idea che Dario Fo
e Franca Rame, anzich fare di meglio, il luned sera guardino
Mai dire Gol, ma ancor di pi nel sentirle dire che ci considera dei colleghi.
Certo che s, Franca: che emozione!, le rispondo. Siamo stati
tra i pochissimi, nel mondo della TV, a schierarsi ufficialmente per
il tetto massimo di due reti per operatore televisivo:  l'unico modo
per permettere la creazione di un terzo polo, o forse addirittura
di un quarto, creando le condizioni per un briciolo di pluralismo.
Ne parlo con Marco e Giorgio, ma ti confermo gi che io verr
senz'altro. Sar un'ottima occasione per conoscerci!
Perfetto, grazie. Ci teniamo davvero tantissimo. State facendo delle cose fantastiche!
Il solo pensare che la coppia del favoloso Mistero buffo, gi in
odore di Premio Nobel, possa trovare fantastiche le nostre
trasmissioncine in TV mi azzera, di botto, la salivazione, e probabilmente
comincio a farfugliare in stile Fantozzi.
Grazie, Franca, facciamo del nostro meglio. E sentirsi fare i
complimenti da voi, con la straordinaria storia che avete alle spalle,
mi mette quasi i brividi! Ci vediamo l'8 giugno in piazza, allora!
S, certo Carlo. Ciao, grazie! Ah, un'ultima cosa, mi raccomando:
portate gli strumenti, vogliamo fare casino!
Chiarito il mistero buffo della sua chiamata: ci aveva scambiati per i Gipsy Kings...
...
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...
Fine Parte 1.